Perché non possiamo accettare di «essere in guerra»
Il sì dei Paesi democratici alla politica di potenza e la scelta della forza mettono in crisi l’architettura costruita dopo il secondo conflitto mondiale
L’attacco in corso contro la Repubblica islamica dell’Iran sconcerta e offre un’ulteriore evidenza della cornice politica internazionale nella quale siamo entrati. L’uso della forza bellica non solo avviene al di fuori della legalità internazionale, ma si qualifica anche come crisi delle dinamiche costituzionali interne a due Stati che si reggono su ordinamenti democratici e liberali. Di fronte alle immagini che arrivano dalla regione del Golfo Persico e della penisola araba e all’allargarsi del conflitto occorre una lucida presa di coscienza di questo nuovo scenario per cercare di elaborare una risposta politica adeguata.
La guerra che in queste ore investe una regione cruciale per gli equilibri internazionali – tanto politici quanto economici – affonda le sue radici in una pluralità di fattori che si sono sovrapposti e poi saldati assieme. È una storia lunga e intricata che ha coinvolto più attori e che, alimentata da radicalismi e logiche di violenza crescenti, ha lasciato sul terreno decine di migliaia di morti. In questo scenario il governo dell’Iran è stato parte in causa di una dinamica di potere e di esercizio di influenza fatta di violenza alla libertà altrui, di repressione brutale del dissenso.
Un quadro drammatico che avrebbe richiesto una risposta politica da parte di Europa e Stati Uniti all’altezza di una compiuta coscienza democratica. La diplomazia infatti non è fatta solo di accordi, ma prima di tutto di relazioni costruite con pazienza, che mirano a creare spazi di sviluppo e di dignità della persona. Non è imposizione di modelli politici o sociali, ma piuttosto capacità di uno sguardo lungo da parte di paesi e società che hanno dalla loro parte la forza che deriva dal confronto e dalla costruzione di opzioni politiche fondate sulla maturazione del consenso. Quello a cui assistiamo da sabato mattina e che ha un precedente nella “Guerra dei dodici giorni” di alcuni mesi fa, è al contrario la compiuta accettazione anche da parte di Paesi che dovrebbero incarnare le democrazie liberali della logica della forza, del conflitto e della politica di potenza. Al di là della scelta di un intervento armato di così ampia portata, che comporta il rischio evidente di incendiare ulteriormente la regione e provocare conseguenze planetarie, quantomeno sul piano economico e politico, non emerge una chiara comprensione della situazione interna dell’Iran né, quindi, alcuna strategia di stabilizzazione di un Iran eventualmente liberato dalla dittatura dei Pasdaran. L’impressione è che quanto accade sia dettato da altri fini: mostrare al mondo chi detiene un potenziale militare e industriale capace di annichilire ogni avversario, produrre caos e con esso danni diretti all’economia di realtà considerate come ostili (Cina ma anche Unione Europea), imporre la propria volontà con il diritto della forza piuttosto che con la forza del diritto.
Preoccupa e deve far riflettere il fatto che tutto questo avviene su iniziativa di quello che per ottant’anni è stato il riferimento del sistema democratico e liberale internazionale. Gli Stati Uniti sono infatti la potenza, uscita vincitrice dalla Seconda Guerra mondiale, che lavorò per la costruzione delle Nazioni Unite, come cornice nella quale delineare relazioni internazionali stabili. Nel progetto di Roosevelt, che volle la nascita di quell’organismo nel 1944, si trattava di portare nei rapporti fra stati un qualche riflesso del federalismo americano, costruendo un luogo di dialogo e di confronto paritario che potesse prevenire i conflitti e adottare strumenti di sviluppo e stabilizzazione politica condivisi. La storia delle Nazioni Unite è stata faticosa e a tratti controversa, ma la sua crisi nasce dalla mutata visione politica degli Usa, ossia di chi lavorò alla costruzione dell’Onu e che ora intraprende una guerra in aperta violazione anche della propria costituzione, senza mandato del Congresso e mettendo in discussione gli equilibri democratici interni.
In questo scenario che sembra senza via d’uscita resta la voce dei cristiani, restano le parole di Francesco nel suo viaggio in Iraq, quando ricordava che un cristiano non ha nemici. Resta il monito di Leone XIV, che mette in guardia da una violenza che conduce solo ad un punto di non ritorno e a una spirale di lutti e distruzione. Ripartire da queste osservazioni non ha solo un valore religioso, ma politico. Significa investire l’Unione Europea – e l’Italia in essa – della responsabilità di esercitare tutta la forza politica di cui è capace per fermare la guerra dando opzioni di futuro percorribili. Significa richiamare i cittadini europei, alla responsabilità che deriva loro dalla pratica della democrazia, ad essere operatori di pace. Significa richiamare i partiti a fare scelte chiare in direzione di una pace possibile. Quanto accade deve essere di monito e spingere l’Unione ad accelerare i tempi verso quei cambiamenti, anche statutari, che possono rendere più efficace la sua azione nell’affrontare la crisi con strumenti politici e diplomatici e a lavorare per una pace giusta.
Associazione Argomenti2000
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