Avvisate Usa e Israele: la regola del caos nella propaganda di guerra non funziona
di Diego Motta
In una settimana la comunicazione degli obiettivi militari da parte di Trump e Netanyahu è cambiata più volte e le opinioni pubbliche occidentali paiono disorientate anche da questo. Improvvisare non aiuta e "conquistare menti e cuori" degli iraniani appare ancora difficile. Il precedente flop di Bush in Iraq nel 2003 può essere un monito

Chi sta vincendo la guerra delle parole? Arriva un momento, in ogni conflitto, in cui inevitabilmente questo interrogativo si pone. È ovviamente abbastanza presto per dirlo e in questa fase forse ci si può limitare ad osservare cosa è stato fatto “prima”, per preparare il terreno all’offensiva militare. È un passaggio importante, questo, perché chiarisce la natura dell’operazione programmata, i suoi obiettivi e i mezzi studiati per raggiungerli.
Nel 2003 l’amministrazione Bush lanciò in Iraq un’offensiva denominata “Shock and Awe”, “Colpisci e terrorizza”. In termini di propaganda, quello slogan si dimostrò subito un boomerang. Per i verbi utilizzati, che avevano sì il proposito di paralizzare il governo di Saddam Hussein attraverso azioni chirurgiche, ma che non piacquero affatto a un’opinione pubblica occidentale ben più mobilitata di quella contemporanea. Bastarono alcuni “errori” nell’azione delle forze Usa, derubricati a “danni collaterali”, per alzare la temperatura della protesta di piazza, che neppure la deposizione del raìs quaranta giorni dopo riuscì a placare. Troppe gaffe, slogan sbagliati e una sottovalutazione degli umori della società civile mondiale pesarono dunque di più dei controversi risultati ottenuti sul piano militare.
E adesso? Secondo gli esperti di comunicazione politica, l’unica regola della coppia Trump-Netanyahu è quella di non avere regole. Si punta al caos, cambiando di volta in volta il target della comunicazione: prima si indica il cambio di regime come fine, poi si incita la popolazione a ribellarsi, infine si chiede la collaborazione dei Paesi alleati (non avvisati in precedenza) nelle operazioni. Si usa un linguaggio spregevole nei confronti del nemico («Li stiamo massacrando» ha detto il presidente degli Stati Uniti) quasi non bastassero i disastri civili provocati dalla guerra.
Più di un esperto di comunicazione ha fatto notare, in queste ore, che una volta, in vista di un intervento come quello orchestrato in Iran, si studiava a lungo la psicologia dei popoli. A maggior ragione, in un contesto millenario come quello persiano, i comportamenti e le tradizioni, storiche e religiose, valgono doppio. In precedenza, si diceva, ci si muoveva per creare una base di consenso, si agiva dal punto di vista militare sapendo di determinare possibili reazioni sociali, si disponeva soprattutto di informatori sul campo.
Oggi esistono (e si moltiplicano) spie e 007 direttamente “in loco”, ma si tratta di figure che hanno compiti strettamente militari. Devono cioè conquistare spazi di manovra, non “conquistare le menti e i cuori” della popolazione. Eppure, ogni affermazione militare non può prescindere da un coinvolgimento emotivo. Non vale solo per il fronte di guerra, in questo caso molto esteso. Vale anche per come si vive la tempesta del conflitto nei Paesi che hanno mosso aerei, missili e soldati sulla linea del fronte. Da questo punto di vista, finora, hanno fatto più impressione le piazze pro-Khamenei che si sono mobilitate da domenica, dopo l’uccisione della Guida suprema, in tante capitali asiatiche, piuttosto dei cortei organizzati dai dissidenti iraniani nelle città europee.
Intendiamoci: gli umori delle piazze, virtuali e reali, cambiano repentinamente, e le “fake news” sono molto più diffuse oggi rispetto al passato. Proprio per questo, anche la propaganda dei governi è diventata un affare terribilmente serio. E lasciare tutto all’improvvisazione può essere un grosso rischio.
© RIPRODUZIONE RISERVATA






