La parabola discendente dello smart working: aziende e Pa richiamano i dipendenti

Da Stellantis a Palazzo Chigi passando per Ubisoft la nuova tendenza è il ritorno in ufficio Produttività e partecipazione in calo le motivazioni addotte
March 7, 2026
La parabola discendente dello smart working: aziende e Pa richiamano i dipendenti
Dagli Usa all'Italia le aziende "tagliano" lo smart working / ImagoEconomica
Contr ’ordine: si torna in ufficio. A sei anni dalla pandemia “le magnifiche sorti e progressive” dello smartworking sembrano giunte al tramonto. Per molte aziende l’assenza del personale in sede si è rivelata una trappola – minore partecipazione, minore produttività – dalla quale uscire il più velocemente possibile. Dalle multinazionali del calibro di Stellantis alla pubblica amministrazione il “back to office” è la nuova tendenza, che piace poco a sindacati e lavoratori. Il caso più clamoroso è quello di Stellantis: l’amministratore delegato Antonio Filosa ha comunicato ai dipendenti che nel 2027 lo smartworking verrà abolito. «Cari colleghi, è tempo di tornare in ufficio» ha detto. Fine della discussione. Per il 2026 si prevede una transizione con tre giorni di presenza alla settimana in ufficio. Dei 30mila dipendenti complessivi in Italia soltanto un terzo usufruisce al momento del lavoro agile, ovviamente si tratta di impiegati e non di operai. Uno dei punti dolenti è la questione degli spazi. Se in generale non mancano visto che i lavoratori sono sempre meno (così come le auto vendute c’è da dire), devono comunque essere di nuovo predisposti gli spazi per riaccogliere tutti gli impiegati contemporaneamente. A Mirafiori a Torino sono in corso i lavori della palazzina storica dove lavorano 5.500 persone. La scelta di Stellantis in realtà non è stata un fulmine a ciel sereno. Già nel 2025 il presidente John Elkann aveva accennato all’ipotesi di mandare in soffitta il lavoro da casa e Filosa lo aveva già tagliato molto quando era a capo della divisione del Nord America, chiedendo almeno tre giorni di presenza in ufficio su cinque.
La decisione non è stata stata condivisa in anticipo con i sindacati che sono infatti molto critici. Di scelta “draconiana e incoerente” parla la Fim Cisl. «Dopo aver smantellato uffici per risparmiare, imporre il rientro senza un piano industriale per Torino è un paradosso organizzativo. Una grande azienda moderna non può improvvisare ignorando il benessere e i tempi di vita dei lavoratori» sottolinea Stefano Boschini, coordinatore auto Fim-Cisl. La Fiom-Cgil aggiunge che rinunciare allo smartworking è sbagliato soprattutto in prospettiva, pensando all’inverno demografico che si sta facendo sempre più rigido. «In molti casi rappresenta un elemento attrattivo rispetto alle nuove generazioni – dice Samuele Lodi, segretario nazionale –. Inoltre, è necessario tenere conto delle esigenze di chi in questi anni ha organizzato la propria vita sulla base dell’attuale organizzazione aziendale».n
Altro caso italiano è quello di Ubisoft la multinazionale dei videogiochi che ha una sede ad Assago in provincia di Milano e che ha comunicato senza preavviso l’obbligo di presenza in sede cinque giorni su cinque per programmatori, grafici e tecnici. Il personale non l’ha presa benissimo e ha indetto tre giorni di sciopero. L’annuncio è avvenuto in contemporanea ad un piano di tagli di 200 milioni di euro. Il piano dell’editore francese è quello di ridurre pesantemente i costi, cancellando alcuni giochi e rinviando una serie di progetti. A preoccupare un piano di licenziamenti che i sindacati stimano possa riguardare 200 persone nelle diverse sedi della società. Il sospetto è che l’abolizione dello smartworking rappresenti un incentivo alle dimissioni volontarie evitando i costi di licenziamenti diretti.
Cambio di rotta anche nella pubblica amministrazione con Palazzo Chigi che due settimana fa ha annunciato la riduzione dello smart ad un solo giorno a settimana (oggi sono due) per gli oltre 1800 dipendenti che hanno risposto con uno sciopero votato all’unanimità ma non ancora calendarizzato. Un segnale di un «ingiustificato arretramento che sta coinvolgendo progressivamente anche altre pubbliche amministrazioni» sottolinea Marco Carlomagno segretario generale di FLP aggiungendo che si stanno introducendo «ostacoli privi di reali motivazioni». Il taglio dello smartworking, fa notare la Cgil, è in realtà un corollario del rinnovo del contratto dello scorso luglio, che il sindacato non ha firmato.
Durante la pandemia si era diffusa la convinzione che lo smart working producesse almeno due vantaggi per le imprese. Il risparmio sugli uffici e un aumento della produttività. Ma entrambe le idee sembrano adesso essere superate: gli edifici mezzi vuoti continuano a costare (affitti, manutenzioni, bollette) mentre sul fronte della produttività si segnalano processi decisionali più lunghi accompagnati da una perdita del senso di appartenenza aziendale. Negli Usa questa tendenza si è già affermata a pieno titolo: un’azienda su tre ha ridotto drasticamente o abolito il lavoro agile. Amazon ha archiviato il modello ibrido imponendo ai suoi 350mila dipendenti un ritorno totale in azienda. Anche Meta dopo essere stata per anni la paladina del “lavoro ovunque” ha fatto marcia indietro imponendo il ritorno in ufficio. Dai colossi bancari come Goldam Sachs e Jp Morgan a quelli dell’informatica Dell e delle telecomunicazioni At&T, dalla Tesla alla società di consulenza Pwc lo smartworking è ormai un ricordo. Anche Alphabet (Google) che pure ha scelto una via più morbida ha imposto la presenza in ufficio per almeno tre giorni la settimana.

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