Europa e Italia non si facciano trascinare nell'escalation militare

La politica europea dovrebbe mirare a rafforzare gli spazi di mediazione possibili. Prendere le distanze da Trump non significa indifferenza rispetto alle tensioni del Medio Oriente
March 7, 2026
Europa e Italia non si facciano trascinare nell'escalation militare
Bombardamenti statunitensi e israeliani in Iran/ FOTOGRAMMA
L’attacco militare contro l’Iran solleva numerosi interrogativi politici, giuridici e strategici. In un contesto globale già fragile e segnato da tensioni multiple, la scelta di intervenire militarmente senza un quadro politico condiviso si espone a conseguenze che, al momento, nessuno è in grado di prevedere. Sono quattro le questioni a cui prestare attenzione.
In primo luogo, il carattere arbitrario della decisione. Negli Stati Uniti l’uso della forza militare è regolato da un equilibrio istituzionale tra il potere esecutivo e il Congresso. Trump, invece, pur in assenza di qualsiasi minaccia imminente, ha deciso unilateralmente senza informare e tanto meno chiedere l’autorizzazione al Congresso. Così facendo, uno strumento eccezionale (l’uso della forza) diventa un atto di politica ordinaria. Con tutte le implicazioni che ne seguono. Gravi problemi esistono anche dal lato della legalità internazionale. Nel quadro giuridico attuale, l’uso della forza è legittimo solo in due casi: autodifesa immediata oppure autorizzazione del Consiglio di Sicurezza. Muoversi al di fuori di queste condizioni vuol dire legittimare l’arbitrio e il “diritto” all’aggressione.
In secondo luogo, c’è una questione che riguarda il rapporto con gli alleati occidentali. Secondo quanto emerso, gli altri Paesi della Nato non sono stati consultati prima dell’operazione militare. In un momento in cui i rapporti all’interno dell’Alleanza non sono idilliaci, questo modo di procedere non può che aggravare le difficoltà. Tanto più che la Nato nasce come sistema di sicurezza collettiva basato sulla fiducia reciproca e sulla consultazione. Le decisioni strategiche che hanno implicazioni militari o geopolitiche rilevanti dovrebbero essere discusse evitando iniziative unilaterali che possono trascinare tutti gli alleati in situazioni imprevedibili. Non è solo una questione diplomatica. È un problema di governance dell’Occidente. Se il rapporto transatlantico diventa una relazione in cui una parte decide e gli altri seguono, è l’intero equilibrio strategico che viene incrinato.
Il terzo punto riguarda la mancanza di chiarezza sugli obiettivi successivi all’attacco. Le esperienze di Iraq, Afghanistan e Libia mostrano quanto sia complicato trasformare un’azione militare in un risultato politico stabile. Gli interventi armati giustificati con l’obiettivo di liberare popolazioni da regimi oppressivi hanno spesso prodotto effetti opposti: destabilizzazione, guerra civile, radicalizzazione e equilibri regionali ancora più instabili. La rimozione di un sistema di potere o l’indebolimento di uno Stato non producono automaticamente libertà e democrazia. Senza un progetto politico credibile e senza un forte consenso internazionale, il rischio è quello di aprire vuoti di potere che diventano terreno fertile per nuovi conflitti o nuove tirannie. Nel caso dell’Iran ‒ una società complessa, con un forte senso nazionale e con un ruolo strategico nella regione ‒ questo rischio è particolarmente alto. Pensare che un’azione militare possa produrre rapidamente un cambiamento politico stabile è, nella migliore delle ipotesi, un’illusione.
Infine, l’attacco contribuisce ad aumentare l’instabilità di un sistema internazionale già molto precario. Nel contesto attuale, un’azione militare contro un Paese centrale nel Medio Oriente, lo stiamo vedendo, è destinata a produrre effetti a catena difficilmente controllabili. Le reazioni possono essere molteplici: escalation militare regionale, tensioni nei mercati energetici, aumento dei prezzi delle materie prime, nuove polarizzazioni diplomatiche. Di sicuro le conseguenze economiche sono tutt’altro che secondarie. In un’economia globale già fragile, una crisi geopolitica di questa portata produce costi che si riversano su miliardi di individui: inflazione energetica, instabilità dei mercati, rallentamento della crescita. Per tutte queste ragioni, è bene che l’Europa e l’Italia non si facciano trascinare in un’escalation militare che non controllano e di cui non hanno condiviso le premesse.
L’Europa ha tutto l’interesse a mantenere una linea di autonomia strategica, cercando di favorire soluzioni diplomatiche e multilaterali. In un mondo sempre più instabile, la politica europea dovrebbe mirare a rafforzare gli spazi di mediazione possibili nel rispetto del diritto internazionale. Evitando di contribuire a una spirale di interventi militari improvvisati. Prendere le distanze da Trump non significa indifferenza rispetto alle tensioni del Medio Oriente. Significa piuttosto riconoscere che l’uso della forza, quando non è accompagnato da una strategia politica condivisa e da un quadro di legalità internazionale, tende ad aggravare i problemi più che a risolverli. In un’epoca segnata da una crescente instabilità globale, la prudenza non è debolezza. È saggezza politica.

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