In Iraq si teme un nuovo esodo dei cristiani. «Nessuno è al sicuro»

Nella regione del Kurdistan iracheno si trovano le comunità, ora minacciate dal possibile lancio di missili da parte dell'Iran. Il parroco della chiesa cattolica caldea dedicata a San Giorgio: cresce la paura per la sicurezza di tante famiglie, alcune stanno già scappando
March 6, 2026
In Iraq si teme un nuovo esodo dei cristiani. «Nessuno è al sicuro»
Gli effetti di un attacco via drone su un villaggio del Kurdistan iracheno / Reuters
Quando Teheran minaccia di attaccare «tutte le strutture» della regione del Kurdistan iracheno, mette sotto tiro la maggior parte dell’antica comunità cristiana del Paese. «Poco fa ho incontrato qui ad Alqosh una famiglia di Erbil, che fuggiva per rifugiarsi dalle bombe», racconta padre Ghazwan Baho, parroco della chiesa cattolica caldea della città nel nord del Paese, dedicata a san Giorgio, «e questo significa che i cristiani non sono più al sicuro». La sua comunità si trova nel cuore della piana di Ninive, a 45 chilometri da Mosul, per dieci anni roccaforte dell’Isis, e non molto distante dal confine con la Siria.
«Qualche giorno fa i missili iraniani hanno colpito le basi militari americane ad Erbil, che ora è la zona più rischiosa per noi», spiega il sacerdote, che dopo la capitolazione dell’Isis ha partecipato alla ricostruzione dei villaggi cristiani circondati dalle montagne. «Un drone ha distrutto anche una cappella accanto a un complesso di suore, nella cittadina di Ankawa da dove fuggiva la famiglia che conosco». Al contrario, fino a poco tempo fa, testimonia padre Ghazwan, dal nord assediato dal Daesh i cristiani si rifugiavano nella zona di Erbil, che attualmente vede la più alta presenza di comunità cristiane. «C’è paura, sì – aggiunge –, però in questo momento il timore più grande è che non esista più un luogo nel Kurdistan dove i cristiani possano vivere in sicurezza, e che questa ennesima incertezza li porti a lasciare definitivamente l’Iraq».
Nelle parrocchie della regione non si smette di pregare per la pace, ma dalle istituzioni è arrivata la richiesta «di evitare i raggruppamenti», racconta ancora il parroco di San Giorgio. «L’arcieparchia di Erbil, invece, ha annullato il catechismo del venerdì, perché le scuole sono chiuse da giorni, anche se noi per il momento continuiamo a fare attività in parrocchia». Se ancora non sono caduti missili su Alqosh, però, i cieli sopra la cittadina sono segnati senza sosta dalle scie dei droni diretti più a sud. «Ma se finisce la benzina o il gasolio sappiamo che possono colpirci da un momento all’altro – spiega ancora – e viviamo ogni giorno così, ormai da tanti anni». La comunità parrocchiale di padre Ghazwan, infatti, è stata l’unica risparmiata dalla furia dell’Isis, nel 2014. «Una chiesa a dieci chilometri da noi, invece, ricostruita dopo essere stata devastata dal Daesh – continua – è stata colpita da due missili iraniani qualche giorno fa, perché è vicina a una base militare Usa».
In tutto questo, la vicinanza di papa Leone XIV alle popolazioni che stanno soffrendo per l’escalation militare in Medio Oriente, è un «sostegno molto importante», dice il sacerdote, che non ha mai abbandonato l’Iraq pur avendo la possibilità di venire in Italia. Mentre parla rivive quel 7 marzo di cinque anni fa, nel 2021, quando tra le rovine di Mosul ha avuto l’occasione di raccontare a papa Francesco, in visita apostolica nel Paese, la resistenza dei cristiani durante gli anni dell’oppressione da parte del califfato. «Insieme abbiamo pregato per la pace e la ricostruzione delle nostre città – ricorda –. E da quel momento tutte le comunità della regione sono rinate, e i cristiani hanno ripreso coraggio per tornare a vivere a Mosul». Allo stesso modo in questo momento la preghiera di Leone XIV è necessaria per «dare speranza alla gente di Ankawa», dice, perché «se loro fuggissero dal Paese, significherebbe avere un quarto dei cristiani in meno in Iraq».
Per padre Ghazwan, invece, il ruolo delle comunità cristiane deve essere quello dei «costruttori di pace», come ribadisce il cardinale Louis Raphaël Sakoil, patriarca della Chiesa caldea in Iraq, e arcivescovo di Baghdad. «Il nostro patriarca sta chiedendo in tutti i modi al governo iracheno di non entrare in questa guerra – spiega il sacerdote –, né con l’Iran né contro, mentre sembra proprio che sia stia andando verso questa direzione». Ma se l’Iraq entra nel conflitto, confessa, « fra poco tempo i cristiani non saranno più presenti in questo Paese». Ora che le operazioni militari dell’Iran rischiano di allargarsi su tutto il territorio del Kurdistan, però, la paura sale. «Possiamo solo pregare, e sperare che tutto questo finisca il prima possibile».

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