Perché Trump ha parlato di «resa incondizionata» per l'Iran (e cosa lo preoccupa veramente)
di Luca Miele
Il presidente Usa ha chiuso a ipotesi di mediazione di altri Paesi evocate da Teheran. Ma è sui costi della guerra, sempre più alti per l'America, e sui tempi delle operazioni che si concentrano i maggiori timori della Casa Bianca. Sullo sfondo i rumors di possibili informazioni di intelligence "girate" da Mosca al regime

"Una settimana fa gli iraniani erano potenti, e ora sono stati davvero neutralizzati». Nella nuova raffica di iperbole lanciate ieri dal presidente Usa Donald Trump – e tra le ipoteche fantasiose avanzate sul futuro dell’Iran – sembra emergere (per ora) un punto fermo: «Nessun accordo senza una resa incondizionata dell’Iran». Parole, quelle pronunciate dall’inquilino della Casa Bianca, indirizzate apparentemente al presidente iraniano Masoud Pezeshkian che, sempre ieri, aveva parlato di «iniziative di mediazione avviate da alcun Paesi».
Trump – che ha una nuova versione dello slogan Maga “Make Iran Great Again!” – avrebbe già in mente un futuro per l’Iran. Ma quale? Il tycoon ha stilato una sorta di tabella di marcia per Teheran, dicendosi certo che si ripeterà «quanto accaduto in Venezuela». Dopo «la resa incondizionata», sarà la volta – ha sostenuto – «della selezione di un leader grande»: quindi si potrà lavorare «per salvare il Paese dall’orlo della distruzione, rendendolo economicamente più forte che mai». In Iran si replicherà «quanto è successo in Venezuela». Si tratta dunque di un’apertura verso nuove figure? Il presidente Usa si è sbilanciato, dicendosi disposto ad accettare ad avere «un’altra figura religiosa alla guida dell'Iran». Una “narrazione” da setacciare alla ricerca di una traccia delle intenzioni Usa sulla durata (e sulla finalità ultima) della guerra. Obiettivi “oscillanti”. Con l’Amministrazione Usa che continua a fornire versioni non sempre coincidenti. Ieri il segretario di Stato Marco Rubio ha detto ai suoi omologhi arabi che «l’obiettivo perseguito non è il cambiamento di regime»: la Casa Bianca «vuole che persone diverse gestiscano il Paese». Quindi la “precisazione” arrivata dalla Casa Bianca: sarà Trump a determinare quando «l'Iran non costituisce più una minaccia per gli Stati Uniti, che lo dicano o no». Una cosa sembra certa: il costo della guerra è destinato a lievitare. Per il Penn Wharton Budget Model, la guerra potrebbero costare fino a 210 miliardi di dollari. Un fardello pesante su una nazione già gravata da un debito nazionale, che ora sfiora i 39.000 miliardi di dollari.
Sul terreno la guerra, giunta ormai al suo settimo giorno, sembra rimanere inchiodata al drammatico copione che ha scandito i primi giorni del conflitto. Con il “fuoco”, americano e israeliano, che continua impietoso su Iran e Libano. Non solo: secondo la Reuters, Israele ha colpito l'Iran occidentale per aiutare i gruppi curdi a prendere il controllo del territorio. L’escalation non ha risparmiato i caschi blu dell’Unifil, in Libano. Alcuni peacekeeper ghanesi sono stati feriti - 2 in modo grave -, dopo che il quartier generale del battaglione è stato colpito. Ancora da precisare l’origine dell’attacco.
Il martellamento continuo. Il Comando Centrale Usa ha fatto sapere che sono stati colpiti circa 200 obiettivi, tra cui lanciatori di missili balistici e navi militari. A sua volta, Israele ha distrutto il bunker militare sotterraneo nel centro di Teheran usato «come centro di comando per le emergenze». L'Iran “risponde”: la Guardia rivoluzionaria ha fatto sapere di aver lanciato un attacco combinato con droni e missili su Tel Aviv e sulle aree centrali di Israele. Diverse le esplosione registrate nella capitale iraniana. Il regime ha accusato gli Usa di aver colpito una scuola elementare nella capitale, mostrando un filmato delle aule scolastiche. «Ecco come gli Stati Uniti sta aiutando il popolo iraniano!», ha dichiarato su X il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei. I pasdaran hanno rivendicato l’attacco alla base Usa negli Emirati arabi uniti dalla quale sarebbe partito l'attacco alla scuola femminile di Minab, sabato scorso, nel quale sono morte di almeno 150 studentesse.
Si fa sempre più drammatica la situazione in Libano. Il bilancio delle vittime è di 217 morti e 798 feriti. Israele ha colpito duramente anche ieri, in particolare nell'area di Dahieh, prendendo di mira – ha fatto sapere l’Idf – «le infrastrutture terroristiche di Hezbollah». Sull’altro fronte sono stati lanciati, solo nella giornata di ieri, almeno 70 razzi. Secondo Tel Aviv, Iran e Hezbollah lancerebbero attacchi «simultanei e coordinati» allo scopo di sovraccaricare le forze di difesa aerea israeliane. Resta aperta la domanda sulle capacità di fuoco dell’Iran. Sono state “azzerate”, come sostengono gli Stati Uniti, per i quali gli attacchi missilistici iraniani sono diminuiti del 90%? Oppure si tratta, invece, di una “modulazione” imposta al regime da un conflitto destinato a prolungarsi ancora?
Altro fronte acceso è quello della guerra “sotterranea”. Secondo il Washington Post, Mosca sta fornendo al regime di Teheran informazioni di intelligence con l’obiettivo di aiutarlo a colpire le forze americane in Medio Oriente. Rispetto alla guerra in Ucraina, dove l’intelligence Usa “guida” di fatto Kiev, le parti si sono rovesciate. Il Cremlino si è limitato a puntualizzare: «Siamo in dialogo la leadership iraniana».
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