Ricavi record per Menarini. «Ma Ue meno competitiva di Usa e Cina»

Sfiora i 5 miliardi il fatturato dell'azienda farmaceutica che ha 140 anni. L'azionista Lucia Aleotti: «Bene l'export in Oriente; da noi le donne superano gli uomini. Il 2026? Avremo nuove molecole»
March 7, 2026
Ricavi record per Menarini. «Ma Ue meno competitiva di Usa e Cina»
Un reparto produzione di Menarini /Ufficio stampa Menarini
Il record di fatturato, salito nel 2025 a 4,887 miliardi di euro (nel 2024 era stato di 4,603 miliardi), la ripresa dell’export in Cina, l’ormai imminente approvazione di un farmaco estremamente promettente nel curare le forme refrattarie di colesterolo: il gruppo farmaceutico Menarini, il primo in Italia, festeggia con molti segnali positivi il suo 140esimo compleanno (era il 1886 quando Archimede Menarini aprì, nel centro di Napoli, la “Farmacia internazionale”). Nello stesso palazzo di Firenze dove l’azienda ha stabilito il suo quartier generale nel 1915, Lucia Aleotti, azionista e membro del Board di Menarini, sfoglia dati e trend di un 2025 intenso per il suo gruppo, che conta 17.800 dipendenti sparsi in 18 stabilimenti produttivi e 9 centri di ricerca e sviluppo, dagli Usa a Singapore.
Cosa le dicono quei dati, dottoressa Aleotti?
Che siamo in linea con le attese dello scorso anno. Il fatturato, che sfiora i 4,9 miliardi, è cresciuto del 6,2% rispetto al precedente. Abbiamo venduto 905 milioni di confezioni di farmaci, confermando i livelli occupazionali e l’Ebitda (il margine operativo lordo, ndr), compreso tra i 440 e i 470 milioni di euro. In realtà avremmo potuto ottenere risultati ancora migliori.
A cosa si riferisce?
Paghiamo anche noi la svalutazione del dollaro, che ha pesato per circa 50 milioni, e la situazione economica in Turchia, segnata dalla svalutazione della lira e dall’inflazione, che non hanno trovato adeguate compensazioni, né si sono attenuati gli effetti della guerra in Ucraina. Tuttavia, ci consola la crescita negli Stati Uniti, dove, nella sola area oncologica, in particolare per il trattamento del tumore al seno, abbiamo superato i 500 milioni di euro di ricavi.
Lucia e Alberto Aleotti, azionisti e membri del Board di Menarini
Lucia e Alberto Aleotti, azionisti e membri del Board di Menarini

E la Cina?
È l’altro elemento di grande importanza: dopo il lungo e difficoltoso periodo post-Covid, siamo tornati ad ottenere risultati importanti, e contiamo che la Cina, turbolenze geopolitiche permettendo, possa costituire un traino per Menarini nel 2026. Abbiamo fatto bene anche in altri Paesi asiatici, come Thailandia e Vietnam. Ma stavolta i numeri rivestono per me un rilievo tutto particolare anche dal punto sociale per via della presenza femminile in azienda.
Cresciuta anche quella?
Il 2025 è stato l'anno in cui da noi la popolazione femminile ha superato quella maschile: le donne sono il 50,7% contro il 49,3% degli uomini. Questa non è una sorta di patente. In Menarini non entra nessuno perché porta una sottana invece di un pantalone; le donne entrano perché sono le persone giuste nel ruolo giusto. Quindi, complimenti a loro.
Veniamo al fronte terapeutico: quali sono le principali novità all’orizzonte?
Riponiamo molta fiducia nella molecola Obicetrapib, per il trattamento del colesterolo (Ldl) in pazienti che non raggiungono miglioramenti significativi con le terapie attuali. Gli studi mostrano che questo farmaco può portare tra il 50% e il 70% di questi pazienti sotto la soglia critica di 55 mg/dL, alzando contemporaneamente il colesterolo "buono", chiamato Hdl. Abbiamo i diritti del farmaco per l'Europa e attendiamo il via libera dell'Ema, che potrebbe arrivare nella seconda metà del 2026, con un probabile, primo lancio del farmaco in Germania entro fine anno. Ribadiamo così il nostro impegno nell’area cardiometabolica, importante quanto quella oncologica, costruita in tempi più recenti. Il nostro sforzo nel ricercare nuove soluzioni terapeutiche in ambiti cruciali è enorme e si inserisce in un momento straordinario dell’export farmaceutico italiano, che ha raggiunto i 69 miliardi di euro. Nell’attuale contesto geopolitico occorre far tesoro di questo settore e lavorare perché tutta la catena farmaceutica, con la sostenibilità industriale e finanziaria, resti nei confini nazionali.
Quanto spendete in ricerca e sviluppo?
Abbiamo aumentato gli investimenti dell'8%, arrivando a 540 milioni di euro nel 2025, ovvero l'11% del fatturato farmaceutico. Noi non distribuiamo utili, ma reinvestiamo tutto nella crescita e nelle nuove tecnologie. E i risultati stanno arrivando; pochi anni fa siamo stati i primi al mondo a trattare la mutazione “Esr1” nel tumore al seno con un farmaco specifico, Elacestrant.
In Europa si è ripreso a parlare, con accese polemiche, di proprietà e tutela intellettuale. Perché le grandi case farmaceutiche ritengono che l’Ue costituisca un ostacolo più che una spinta sulla strada della competitività?
Perché viviamo un paradosso: da un lato l'Europa invoca gli investimenti in innovazione, poi però quando l’innovazione diventa successo, propone di tagliare la proprietà intellettuale. Creando un corto circuito impressionante, al contrario di quanto accade negli Usa e in Cina. Ma questo è solo uno degli aspetti errati delle politiche della Commissione. Siamo quasi al tragicomico…
Al tragicomico?
Sì, è il caso di dirlo: ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere. È stata recentemente varata una norma, che, mi si passi il termine, ho ribattezzato "tassa sulla pipì", cioè la tassa sulle acque reflue.
Prego?
In sintesi, le aziende farmaceutiche dovrebbero pagare per il disinquinamento dei residui di farmaci eliminati “naturalmente” dai pazienti e riscontrabili nelle acque reflue. Quanto costa questa “misura”? Soltanto 12 miliardi di euro all'anno per le case farmaceutiche in Europa, soldi sottratti alla ricerca e allo sviluppo di nuovi farmaci.
Alcuni report insistono sulla crescita della spesa farmaceutica in Italia. È così? E in che termini?
Rispondo con i numeri. Nel 2006 la spesa in farmacia per i medicinali sostenuta dal Servizio sanitario nazionale era di 12 miliardi di euro. A distanza di 20 anni è di 8 miliardi. Ma allora, dov'è l'emergenza della spesa? Piuttosto c’è da chiedersi come facciano i soggetti di questa filiera - imprese, grossisti e farmacie - a sopravvivere all'enorme aumento di costi che c'è stato in questi due decenni.
Converrà però che la spesa dei farmaci nel canale ospedaliero c’è, e spesso non è affatto marginale.
L’incremento c’è stato. Ma oggi si curano patologie per le quali 20 anni fa si moriva, abbiamo farmaci più sofisticati ed efficaci. Preferiamo un paziente che costa di più, vivo, o uno che costa meno, morto?

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