Il Sudan, la fame e la più grande crisi umanitaria contemporanea
Senza ottenere l'attenzione che merita, il Paese vive quotidianamente una situazione catastrofica. La sfida della Fao per combattere la carestia

In Sudan si sta consumando ogni giorno la più grande crisi umanitaria contemporanea. Ma non ottiene l’attenzione che dovrebbe avere. Nei media appare a volte come una crisi carsica e intermittente. Quasi come se fosse scontata, o persino un tratto costitutivo di quell’area, delicata crocevia tra Nord Africa, Sahel e Corno d’Africa, affacciata sul Mar Rosso. Un Paese vastissimo che sta vivendo una crisi devastante che miete migliaia di vittime per le violenze che si stanno perpetrando. E milioni di persone affamate. Perché la prima conseguenza di questo conflitto è una crisi alimentare spaventosa. Quasi 25 milioni di persone soffrono di grave insicurezza alimentare a causa del conflitto e degli sfollamenti forzati. Si tratta di tre milioni e mezzo in più rispetto al giugno di due anni fa. Oltre 33 milioni avranno bisogno di assistenza umanitaria quest’anno. Non sono freddi numeri, ma persone in carne ed ossa e l'ultimo rapporto sulla stato dell’emergenza alimentare in corso è il peggiore nella storia del Paese. La carestia è stata dichiarata in cinque aree, colpendo oltre seicentomila persone, con proiezioni che indicano che potrebbe estendersi presto ad altre cinque. La fame diffusa e la malnutrizione acuta hanno già causato decine di migliaia di morti in un Paese in cui quasi due terzi della popolazione dipende dall'agricoltura. La produzione di colture chiave, come il grano, durante il primo anno di conflitto – nella stagione 2023/24 – è diminuita del 46% rispetto all'anno precedente. Quasi dimezzata, dunque. Questa perdita di produzione avrebbe potuto sfamare circa 18 milioni di persone per un anno e ha rappresentato una perdita economica vicina ai due miliardi di dollari. L'accesso umanitario limitato sta aggravando la situazione, mentre la violenza prolungata e le turbolenze economiche hanno sconvolto i mercati, portando i prezzi dei beni di prima necessità a livelli inaccessibili.
Questa è la quarta volta che la carestia viene confermata in un Paese negli ultimi quindici anni. Fao con i suoi partner locali è impegnata sul campo in modo continuo. Lo scorso anno quasi tre milioni di persone in undici Stati hanno ricevuto più di cinquemila tonnellate di semi con priorità per i campi che ospitano sfollati interni. Inoltre, quasi seicentomila famiglie agropastorali hanno beneficiato di vaccinazioni per il bestiame, mangimi e servizi veterinari per mantenere gli animali vivi e sani, una fonte vitale di nutrimento e reddito. Ma la sfida è immensa. I maggiori rischi per la sicurezza dei fornitori di servizi di trasporto, ad esempio, ostacolano l'accesso alle comunità vulnerabili, mentre le carenze di finanziamento delle azioni di emergenza rimangono disallineate rispetto al calendario agricolo, limitando la capacità di intervenire nei momenti più critici. Nel prossimo anno, la Fao punta a intensificare la sua risposta per raggiungere più di quattordici milioni di persone – agricoltori, pastori, pescatori e donne – con sementi, foraggio per il bestiame e forniture per la pesca di cui hanno bisogno per produrre il proprio cibo nutriente. Ma occorre porre fine alle ostilità e soccorrere la popolazione, garantire l’accesso umanitario immediato e senza ostacoli riaprendo le rotte di approvvigionamento commerciale, fornire assistenza multisettoriale a partire dal sostegno agricolo di emergenza. Occorrono passi concreti e immediati. E una via diplomatica tangibile e operativa che apra varchi di umanità in una situazione disperata e troppo colpevolmente in penombra.
Direttore generale aggiunto FAO
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