Gli Usa di Trump ricordano l'Italia dopo la marcia su Roma

Il predominio della forza sulla regola di diritto (il sopruso un tempo esercitato ma negato e coperto da finzioni) oggi è prepotentemente esercitato senza veli, proclamato e rivendicato. Le analogie con il primo Gabinetto Mussolini
January 28, 2026
Gli Usa di Trump ricordano l'Italia dopo la marcia su Roma
Manifestanti protestano all'esterno dell'Henry Whipple Federal Building, che ospita gli uffici dell'ICE e un centro di detenzione, il giorno dopo che Alex Pretti è stato ucciso a colpi d'arma da fuoco da agenti federali a Minneapolis, Minnesota, Usa
C’è una classica pagina di Thomas Hobbes che spiega il fondamento del patto tra cittadino e Stato: «L’obbligo dei sudditi verso il sovrano si intende che dura fino a che dura il potere per il quale esso è in grado di proteggerli e non più a lungo». E' in base a questo patto che il cittadino rinuncia a farsi giustizia da solo in cambio della promessa che lo Stato gli garantisca la sicurezza attraverso l’uso legittimo ed esclusivo della forza. Se il cittadino rompe questo patto, verrà punito. Ma cosa può fare il cittadino quando a rompere il patto è lo Stato? Quando le forze dell’ordine si trasformano in forze della provocazione e del disordine? Ciò che è accaduto in questi giorni in Minnesota pone questa domanda. Tutte le polizie dei Paesi democratici hanno conosciuto, in tempi passati e recenti di fronte a situazioni critiche, pagine torbide e momenti di violenza sproporzionata. Alcune volte questi sbandamenti sono stati perseguiti, individuati (spesso con fatica) e puniti. Molte altre volte sono stati negati, minimizzati con goffi tentativi di giustificazione, che però almeno avevano un pregio: riconoscere che l’uso indiscriminato della violenza è un male. Non può essere rivendicato. Come ha sottolineato Giorgio Ferrari nel suo editoriale su “Avvenire”, violenza e discriminazione nei confronti delle classi subalterne fanno da sempre parte dal Dna americano. Ferrari ce lo ha ricordato con il parziale ma impressionante elenco delle repressioni violente degli ultimi sessant’anni. Ma oggi Donald Trump ha compiuto un salto di qualità. Come già accaduto in modo eclatante e spettacolare sullo scenario internazionale, il predominio della forza sulla regola di diritto (il sopruso un tempo esercitato ma negato e coperto da finzioni) oggi è prepotentemente esercitato senza veli, proclamato e rivendicato.
I timidi segnali di de-escalation compiuti da Trump nelle ultime 48 ore (la telefonata al governatore Waltz, prima indagato per avere “incoraggiato le ostilità”; la sostituzione di Greg Bovino; l’annuncio che gli agenti dell’ICE “alla fine si ritireranno”) non sono certo segni di ravvedimento. Sono semplicemente la conferma che le manifestazioni di massa dei cittadini e il risveglio, dopo il letargo di mesi, di due ex presidenti sono serviti: hanno dimostrato che, nel profondo della società americana, esistono ancora anticorpi democratici. Ma i fatti che hanno preparato e accompagnato gli eventi di Minneapolis rimangono duri come pietre. Un’agenzia statale (l’ICE) trasformata, con reclutamenti ideologicamente selettivi, in una sorta di milizia privata del presidente. Con agenti che – grazie a “mandati amministrativi” e “ordini esecutivi” che scavalcano ogni controllo della magistratura – operano mascherati e irresponsabili, trasformando le perquisizioni domiciliari in veri e propri rastrellamenti e i controlli sulle persone in violente umiliazioni corporali. Dichiarare – come ha fatto Vance – che gli agenti ICE godono di “immunità assoluta” equivale non solo a confessare l’abuso ma anche ad annunciarlo ed incoraggiarlo per il futuro. Indagare i politici locali soltanto per aver censurato questi abusi, dipingendo tutti gli oppositori e i manifestanti come “terroristi”, significa intimidire e soffocare il diritto di critica equiparandolo alla sovversione, secondo la tradizione di tutte le dittature di ogni tempo e colore.
Sullo sfondo, è chiara una strategia, che è identica a quella di tutti i populismi del mondo occidentale: additare i disagi creati, tra i ceti più disagiati, da alcuni risvolti dell’immigrazione e agitarli come vessilli; ma non per trovare soluzioni bensì per gonfiare e sfruttare elettoralmente le paure. Offrendo ricette illusorie, che non solo non risolvono il problema ma negano diritti a chi invece li avrebbe meritati. E' una strategia crudele e classista, che gioca sulle divisioni tra i più deboli e mira a descrivere tutti gli immigrati come criminali: da controllare costantemente, da mettere in ginocchio con disprezzo, da malmenare. I video dei giorni scorsi non hanno bisogno di commenti. Ci mostrano un razzismo degno del Ku Klux Klan. L’episodio raccontato (in un’intervista a “La Stampa”) dal pastore Kenny Callaghan è emblematico. Arrestato anche lui il giorno in cui fu uccisa Renee Good, Callaghan fu tenuto ammanettato per mezz’ora in auto. Quindi, fu rilasciato con queste parole: «Sei bianco, con te non sarebbe comunque divertente». Molti commentatori americani cominciano a dirlo: le stesse elezioni, se celebrate in questo clima di violenza organizzata ed impunita, diventano meno libere. Anche in questo, il ricordo di quanto avvenne in Italia dopo la marcia su Roma e il primo Gabinetto Mussolini, alla vigilia delle elezioni politiche del 1924 (ancora formalmente libere) è una lezione che, a distanza di un secolo, ha un valore universale.

© RIPRODUZIONE RISERVATA