Se la preghiera in tempo di guerra è resistenza al male

Se adeguatamente vissuta essa è anche denuncia, silenziosa e forte, di ciò che ci disumanizza strappandoci a noi stessi e mettendoci gli uni contro gli altri
March 14, 2026
Indire una giornata di preghiera quando il mondo intorno a noi sta bruciando, potrebbe sembrare un modo per astrarsi da una realtà troppo dura, un modo per sottrarsi alla responsabilità di starci dentro, cercando di capire, alla responsabilità di prendere posizione, di opporsi con chiarezza al male dilagante. Raccogliersi in preghiera come può porre un argine alla logica della guerra? Non può forse essere inteso come una rinuncia a lottare perché la giustizia trovi spazio, un attendere da altrove soluzioni che sono invece affidate alle nostre mani?
Eppure la forza della preghiera è, a ben guardare, proprio in questo suo essere terribilmente “inattuale”, apparentemente fuori asse rispetto a ciò che stiamo drammaticamente vivendo. La preghiera è in realtà un modo per stare più profondamente dentro il tempo, per abitare il tempo senza lasciarsi travolgere da un accadere che si impone spezzando ogni possibile resistenza, senza lasciarsene forgiare acriticamente. La forza della preghiera è in questo “resistere”, è in un sostare che è principio di un rinnovato andare, un accogliere che non solo mette in movimento l’agire, ma che è esso stesso il più profondo agire di cui siamo capaci. Se è vero che, come osservava già negli anni Cinquanta del Novecento Giuseppe Capograssi, il tempo in cui si celebra l’azione ad ogni costo è in realtà il tempo dell’inazione, la preghiera ci aiuta a ritrovare il senso e la possibilità di un agire propriamente umano. La riduzione a mera tecnica, a strategie di potere o a sistema di sopravvivenza, toglie infatti all’agire quella connotazione propriamente umana che è fatta di consapevolezza, di presenza a noi stessi, della ricerca del senso e del valore di ciò che facciamo.
Per questo il massimo dell’azione è il massimo dell’inazione. Bisognerebbe chiedersi dove siamo noi, se c’è spazio ancora per parole come consapevolezza, responsabilità, riflessione critica, una riflessione non gridata o spettacolarizzata, ma ponderata, pacata, aperta al confronto. Credo non debba smettere di interrogarci la chiave di lettura indicata da Hannah Arendt dinanzi alla devastazione della Seconda guerra mondiale e alla immane tragedia della Shoah: il male può divenire banale, e come tale essere compiuto con effetti inenarrabili, se si rinuncia a riflettere. La “banalità del male” deriva dall’assenza di riflessione, dall’aver rinunciato a pensare.
La preghiera resiste alla logica della banalizzazione del male resa possibile dall’azzeramento della capacità di pensare. Lo fa riconducendo allo spazio della vita interiore, lì dove il pensiero nasce, ma lì dove nasce anche l’azione. Senza questa radice interiore non c’è agire o pensiero propriamente umano, non c’è autentica libertà e meno che mai capacità di responsabilità. Laddove la vita interiore non è coltivata e custodita come spazio di ascolto e di riflessione, si può avere l’impressione di muoversi con più agilità, ma è come battere l’aria, essendo in balia delle correnti più diverse; si è facile preda di contrapposte ideologie, di manipolazioni della coscienza che finiamo col non riuscire più neppure ad avvertire.
Per questo la preghiera è una forma di resistenza. Se adeguatamente vissuta essa è anche denuncia, silenziosa e forte, di ciò che ci disumanizza strappandoci a noi stessi e mettendoci gli uni contro gli altri. Si potrebbe obiettare che pregano non solo quanti subiscono il male. Pregano, o almeno dicono di farlo, anche quelli che il male lo fanno. Quanta violenza è stata compiuta ed è tutt’ora posta in atto in nome di Dio e della sua verità! Quanti carnefici si raccolgono in preghiera per dare forza alla propria azione distruttrice o attribuiscono addirittura alla stessa azione malvagia il carattere di una preghiera. Cosa vuol dire allora pregare e che cosa mette al riparo da una pericolosa falsificazione della preghiera?
Vale anche per la preghiera il criterio di distinzione indicato da Raffaele Pettazzoni con riferimento alle religioni. C’è una preghiera “relegante” e c’è una preghiera “liberante”, ma solo quest’ultima può dirsi autentica esperienza di Dio. Se nella preghiera si cerca unicamente conferma e supporto per i propri interessi e se la preghiera ci chiude nella sfera ristretta del nostro io o della nostra comunità, se la si invoca come principio di contrapposizione, di disprezzo o addirittura di negazione dell’altro, si può esser certi che quella che solo impropriamente chiamiamo preghiera non sale verso Dio e soprattutto non è da lui suscitata. Diversamente accade nella preghiera che sgorga sinceramente da un cuore che si apre all’incontro con Dio, da una vita che si fa ascolto della Sua parola. La vera preghiera ci libera da ogni ristrettezza di orizzonte, ci inquieta nel momento stesso in cui è per noi motivo di consolazione, perché ci conduce ad avvertirci come dati a noi stessi nella profondità della relazione con Dio e nelle relazioni con gli altri, il mondo, la storia: relazioni, queste ultime, che da quella relazione fontale ricevono senso e possibilità d’essere.
È questa la sapienza delle religioni, il senso di un umano che non basta a se stesso, che ha bisogno di alzare lo sguardo, ma anche di riconoscere chi gli sta accanto e di averne cura per poter essere in ciò che ha di più proprio. Nella autenticità della preghiera le religioni possono allora incontrarsi, aprendo uno spazio in cui restare umani, resistere alla disumanizzazione crescente. Anche, e forse ancor di più, proprio in tempo di guerra.

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