Poesia, porta aperta sulla speranza: l'omelia per i funerali di Enrica Bonaccorti
Monsignor Staglianò rilegge le poesie e i racconti dell'attrice ritrovandovi un grande fiume d'amore: «E questo amore, oggi, è il suo passaporto per l'eternità»

Pubblichiamo l'omelia che monsignor Antonio Staglianò ha tenuto oggi in occasione del funerale di Enrica Bonaccorti, presso la chiesa degli artisti a Roma.
La parola poetica vede l'invisibile
«So che passerai da me prima di affrontare il viaggio di ritorno. Tutto ciò che ti avrei voluto dire, te l'ho detto. Ci siamo scambiati per tempo informazioni utili. Formule, suggerimenti per non perdere l'orientamento e il vero scopo del nostro vivere. All'occorrenza, sorella, amica e complice, pur di non lasciarmi sguarnito. Ci siamo arrangiati sempre, inventandoci giorno per giorno, un mestiere diverso. Tu ti sei persino improvvisata mia manager per farmi ottenere qualche scrittura. Certo che abbiamo vissuto. Certo che ci siamo offerti. Certo che è stato un percorso infinitamente variegato e coinvolgente. A un tratto però… mi sono svegliato e non ci sei più. La tua fresca risata non mi arriva. I tuoi sorrisi educati e fragranti. La tua ironia pungente e stimolante. Tutto è silenzio. E comprendo che da adesso dovrò sbrigarmela da solo… eppure quanta di te mi resta dentro e addosso? Quanta energia sprigiona la tua poesia. Quanta bellezza che ti porti via… ma io so che passerai da me una, cento, mille, un miliardo di volte. Ed è per questa ragione che lascerò sempre aperta quella porta. Il tuo Renato».
Cari fratelli e sorelle, queste parole che Renato Zero ha scritto per un'amica scomparsa ci introducono dritte al cuore del mistero che stiamo vivendo. Ci dicono qualcosa di profondo sulla morte, ma anche sulla vita. Ci dicono qualcosa che solo la poesia può dire.
Perché la parola poetica, amici, è quella che dice davvero la realtà sulla morte. Non la cronaca, non il referto medico, non la nuda notizia. La poesia. Perché la poesia percepisce ciò che gli occhi non vedono: la vita che resiste, che continua, che abita ancora, pur nell'invisibilità dello sguardo.
L'artista, il poeta, l’attore, lo scrittore – ed Enrica lo è stata in modo profondo – ha questo dono: penetra l'invisibile. Vede le assenze e le dona voce. Sente le risate che non arrivano più, eppure le racconta. Percepisce i sorrisi fragranti, l'ironia pungente, e li trasforma in parole che restano. Ecco il paradosso: l'assenza è piena di presenza. Il silenzio è abitato da voci. La morte non ha cancellato niente, ha solo trasfigurato.
«Lascerò sempre aperta quella porta». Quella porta è la speranza. È la certezza che l'amore non si interrompe, che la relazione non si spezza, che chi abbiamo amato continua a passare da noi, una, cento, mille, un miliardo di volte.
Enrica, con la sua scrittura, con la sua poesia, con le sue novelle, ha fatto esattamente questo per tutta la vita: ha tenuto aperta la porta. Ha dato voce a chi non ce l'aveva. Ha raccontato le assenze, i dolori taciuti, le gioie nascoste. Ha penetrato l'invisibile dei suoi personaggi, e ce li ha restituiti vivi, veri, pulsanti.
Cari fratelli e sorelle, queste parole che Renato Zero ha scritto per un'amica scomparsa ci introducono dritte al cuore del mistero che stiamo vivendo. Ci dicono qualcosa di profondo sulla morte, ma anche sulla vita. Ci dicono qualcosa che solo la poesia può dire.
Perché la parola poetica, amici, è quella che dice davvero la realtà sulla morte. Non la cronaca, non il referto medico, non la nuda notizia. La poesia. Perché la poesia percepisce ciò che gli occhi non vedono: la vita che resiste, che continua, che abita ancora, pur nell'invisibilità dello sguardo.
L'artista, il poeta, l’attore, lo scrittore – ed Enrica lo è stata in modo profondo – ha questo dono: penetra l'invisibile. Vede le assenze e le dona voce. Sente le risate che non arrivano più, eppure le racconta. Percepisce i sorrisi fragranti, l'ironia pungente, e li trasforma in parole che restano. Ecco il paradosso: l'assenza è piena di presenza. Il silenzio è abitato da voci. La morte non ha cancellato niente, ha solo trasfigurato.
«Lascerò sempre aperta quella porta». Quella porta è la speranza. È la certezza che l'amore non si interrompe, che la relazione non si spezza, che chi abbiamo amato continua a passare da noi, una, cento, mille, un miliardo di volte.
Enrica, con la sua scrittura, con la sua poesia, con le sue novelle, ha fatto esattamente questo per tutta la vita: ha tenuto aperta la porta. Ha dato voce a chi non ce l'aveva. Ha raccontato le assenze, i dolori taciuti, le gioie nascoste. Ha penetrato l'invisibile dei suoi personaggi, e ce li ha restituiti vivi, veri, pulsanti.
Oggi siamo qui per dire che quella porta che lei ha tenuto aperta per noi, ora è Dio a tenerla aperta per lei.
La scrittura come specchio dell'anima: la ricerca della Parola
«Sulla pelle e sulla carta lascia solchi l'esistenza / rughe / che agli altri contano i miei anni / righe / che a me raccontano la vita».
Con questi versi Enrica ci ha aperto il suo mondo. Oggi siamo qui, di fronte al solco più profondo: il silenzio della sua morte. Un silenzio che sembra voler ingoiare tutto: le sue risate, le sue parole, i suoi racconti, le sue poesie.
E tuttavia, il silenzio di chi abbiamo amato - ci insegna la fede -, non è un silenzio vuoto. È un silenzio che parla. È quel "come un grido taciuto" che lei stessa amava citare da Pavese. È un suono più veloce della luce, che oggi dobbiamo imparare ad ascoltare con il cuore.
Enrica non è stata solo una scrittrice. È stata una cercatrice di verità. Nelle sue novelle, nelle sue poesie, nei suoi aforismi, non ha inventato mondi lontani: ha "estratto" la verità dal vissuto, ha scavato nelle pieghe dell'esistenza per portare alla luce quello che spesso preferiamo nascondere.
Enrica ha scritto di solitudini, di attese tradite, di amori impossibili, di corpi violati, di anime in cerca di luce. Ha scritto di tutto ciò che siamo, nella nostra fragilità, nella nostra incoerenza, nella nostra ostinata speranza.
E perché lo ha fatto? Perché, come ogni scrittore autentico, cercava la parola esatta per dire l'uomo. Cercava di dare nome a ciò che è innominabile: il dolore, la gioia, la paura, l'amore, la morte.
Noi cristiani, in questa ricerca della "parola", possiamo scorgere l'eco di qualcosa di più grande. Possiamo scorgere l'eco del Verbo, la Parola fatta carne, che da sempre abita le nostre storie e le nostre vite.
Gesù stesso, nei Vangeli, non ha fatto altro che raccontare storie. Le parabole sono piccole novelle, come quelle di Enrica, che partono dalla vita di tutti i giorni per svelare il mistero del Regno. Il seminatore, la pecorella smarrita, il figlio prodigo, il buon samaritano: sono racconti di uomini e donne come noi, con le loro fragilità, le loro attese, i loro smarrimenti.
Enrica, con il suo "vizio inesauribile di fumare poesie" e di raccontare favole «a figli non suoi», come scrive in quell'aforisma commovente, ha partecipato di questa stessa vocazione: dire l'umano per lasciare intravedere il divino. E noi credenti sappiamo e riconosciamo che ogni parola vera, ogni parola buona, ogni parola bella, viene da Lui e a Lui ritorna.
Con questi versi Enrica ci ha aperto il suo mondo. Oggi siamo qui, di fronte al solco più profondo: il silenzio della sua morte. Un silenzio che sembra voler ingoiare tutto: le sue risate, le sue parole, i suoi racconti, le sue poesie.
E tuttavia, il silenzio di chi abbiamo amato - ci insegna la fede -, non è un silenzio vuoto. È un silenzio che parla. È quel "come un grido taciuto" che lei stessa amava citare da Pavese. È un suono più veloce della luce, che oggi dobbiamo imparare ad ascoltare con il cuore.
Enrica non è stata solo una scrittrice. È stata una cercatrice di verità. Nelle sue novelle, nelle sue poesie, nei suoi aforismi, non ha inventato mondi lontani: ha "estratto" la verità dal vissuto, ha scavato nelle pieghe dell'esistenza per portare alla luce quello che spesso preferiamo nascondere.
Enrica ha scritto di solitudini, di attese tradite, di amori impossibili, di corpi violati, di anime in cerca di luce. Ha scritto di tutto ciò che siamo, nella nostra fragilità, nella nostra incoerenza, nella nostra ostinata speranza.
E perché lo ha fatto? Perché, come ogni scrittore autentico, cercava la parola esatta per dire l'uomo. Cercava di dare nome a ciò che è innominabile: il dolore, la gioia, la paura, l'amore, la morte.
Noi cristiani, in questa ricerca della "parola", possiamo scorgere l'eco di qualcosa di più grande. Possiamo scorgere l'eco del Verbo, la Parola fatta carne, che da sempre abita le nostre storie e le nostre vite.
Gesù stesso, nei Vangeli, non ha fatto altro che raccontare storie. Le parabole sono piccole novelle, come quelle di Enrica, che partono dalla vita di tutti i giorni per svelare il mistero del Regno. Il seminatore, la pecorella smarrita, il figlio prodigo, il buon samaritano: sono racconti di uomini e donne come noi, con le loro fragilità, le loro attese, i loro smarrimenti.
Enrica, con il suo "vizio inesauribile di fumare poesie" e di raccontare favole «a figli non suoi», come scrive in quell'aforisma commovente, ha partecipato di questa stessa vocazione: dire l'umano per lasciare intravedere il divino. E noi credenti sappiamo e riconosciamo che ogni parola vera, ogni parola buona, ogni parola bella, viene da Lui e a Lui ritorna.
Abbeverarsi alla profondità intima: l'umanità come luogo teologico
C'è un'immagine, nella tradizione spirituale, che amo molto: quella di abbeverarsi. Andare alla sorgente, chinarsi, bere.
Enrica, nelle sue opere, ci ha offerto una sorgente. Ci ha invitato ad abbeverarci alla sua "profondità intima", a quel vissuto che lei ha messo a nudo senza paura, senza filtri, senza fondotinta.
Enrica, nelle sue opere, ci ha offerto una sorgente. Ci ha invitato ad abbeverarci alla sua "profondità intima", a quel vissuto che lei ha messo a nudo senza paura, senza filtri, senza fondotinta.
E cosa abbiamo trovato, in quella profondità? Abbiamo trovato un'umanità vera. Fragile e forte insieme. Ferita e curante. Sola e solidale.
Abbiamo trovato Vina che, dopo la violenza, distrugge l'armadio ma non si distrugge. Che denuncia il furto ma non lo stupro, per proteggere la sua dignità. Che a settant'anni, con il viso gonfio e la t-shirt stracciata, trova ancora la forza di guardarsi allo specchio e di scegliere cosa raccontare e cosa no.
Abbiamo trovato Ignazio che, nel suo corpo respingente, custodisce un'anima capace di creare bellezza, di ridare dignità a chi il mondo considera perdente. E che alla fine, morendo, riceve quel complimento che la vita gli aveva negato: «Era così bello... sembrava un poeta che dormiva».
Abbiamo trovato Marina che, di fronte alla morte di Fabio, torna a casa, prepara il sugo, e poi si chiude in camera a piangere. E prende due pastiglie per dormire. "Per sicurezza". La tentazione del nulla, del lasciarsi andare, è sempre lì. Ma lei resiste. Vive.
Cari amici, questa è l'umanità che Enrica ci ha consegnato. Un'umanità ferita ma non spezzata, fragile ma ostinata, sola ma capace di cercare e di amare.
E qui viene il punto cruciale, quello che la fede ci insegna e che oggi vogliamo proclamare con forza: questa umanità è il luogo dove Dio abita. Non dobbiamo cercare Dio nelle nuvole, non dobbiamo cercarlo in esperienze straordinarie o in segni eclatanti. Gesù ci ha insegnato a cercarlo nelle piaghe dell'umanità sofferente e nelle pieghe dei drammi della storia. Nel pane spezzato, nel vino versato, nel corpo offerto. Nel fratello che soffre, nell'amico che piange, nello straniero che bussa alla porta.
Se nelle opere di Enrica traspare una bellezza che va "oltre ogni apparenza", come lei stessa ha scritto e cercato, è perché lì, in quella profondità intima, abitava lo Spirito. È perché la sua scrittura era un atto di trasparenza che lasciava filtrare la luce.
E allora, la morte non mette fine a questo racconto. Se la sua scrittura era un tentativo di rendere eterno un istante, la Risurrezione è la firma di Dio che rende eterno tutto ciò che di vero, di buono, di bello lei ha scritto e vissuto.
Perché Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi. E tutto ciò che è vivo, tutto ciò che è amato, tutto ciò che è vero, rimane per sempre in Lui.
Abbiamo trovato Vina che, dopo la violenza, distrugge l'armadio ma non si distrugge. Che denuncia il furto ma non lo stupro, per proteggere la sua dignità. Che a settant'anni, con il viso gonfio e la t-shirt stracciata, trova ancora la forza di guardarsi allo specchio e di scegliere cosa raccontare e cosa no.
Abbiamo trovato Ignazio che, nel suo corpo respingente, custodisce un'anima capace di creare bellezza, di ridare dignità a chi il mondo considera perdente. E che alla fine, morendo, riceve quel complimento che la vita gli aveva negato: «Era così bello... sembrava un poeta che dormiva».
Abbiamo trovato Marina che, di fronte alla morte di Fabio, torna a casa, prepara il sugo, e poi si chiude in camera a piangere. E prende due pastiglie per dormire. "Per sicurezza". La tentazione del nulla, del lasciarsi andare, è sempre lì. Ma lei resiste. Vive.
Cari amici, questa è l'umanità che Enrica ci ha consegnato. Un'umanità ferita ma non spezzata, fragile ma ostinata, sola ma capace di cercare e di amare.
E qui viene il punto cruciale, quello che la fede ci insegna e che oggi vogliamo proclamare con forza: questa umanità è il luogo dove Dio abita. Non dobbiamo cercare Dio nelle nuvole, non dobbiamo cercarlo in esperienze straordinarie o in segni eclatanti. Gesù ci ha insegnato a cercarlo nelle piaghe dell'umanità sofferente e nelle pieghe dei drammi della storia. Nel pane spezzato, nel vino versato, nel corpo offerto. Nel fratello che soffre, nell'amico che piange, nello straniero che bussa alla porta.
Se nelle opere di Enrica traspare una bellezza che va "oltre ogni apparenza", come lei stessa ha scritto e cercato, è perché lì, in quella profondità intima, abitava lo Spirito. È perché la sua scrittura era un atto di trasparenza che lasciava filtrare la luce.
E allora, la morte non mette fine a questo racconto. Se la sua scrittura era un tentativo di rendere eterno un istante, la Risurrezione è la firma di Dio che rende eterno tutto ciò che di vero, di buono, di bello lei ha scritto e vissuto.
Perché Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi. E tutto ciò che è vivo, tutto ciò che è amato, tutto ciò che è vero, rimane per sempre in Lui.
La bellezza umana e il Dio Amore: Gesù, lo specchio
C'è una domanda, cari amici, che dobbiamo avere il coraggio di porci in questo momento. Una domanda che forse aleggia nel cuore di molti di voi: Enrica, con la sua vita, con le sue scelte, con il suo modo di credere o non credere, dove è ora? È in pace? È con Dio?
Sono domande legittime, umane. E la fede cristiana non ha paura di affrontarle. Anzi, le accoglie e le illumina con la luce del Vangelo.
Ciò che oggi vogliamo proclamare è forse audace, ma è profondamente cristiano: la bellezza umana, quella vera, quella che Enrica ha cercato e raccontato in tutte le sue storie, è la prova generale della gloria di Dio.
Noi abbiamo riconosciuto Dio in lei, perché abbiamo visto in lei i tratti di Gesù. Quali tratti?
La capacità di accogliere. I suoi personaggi, anche i più disperati, sono sempre accolti con uno sguardo che non giudica. Vina, Marina, Ignazio, Dino, Carla, Anna Paola: Enrica non li condanna mai. Li guarda con tenerezza, anche quando sbagliano, anche quando cadono. E questo sguardo, amici, è lo sguardo di Dio. È lo sguardo del Padre che accoglie il figlio prodigo senza fare domande, senza chiedere giustificazioni, solo con le braccia aperte.
La capacità di narrare la fragilità senza giudicarla. Enrica non ha mai nascosto le crepe, le rughe, i fallimenti. Anzi, ne ha fatto materia di racconto, di poesia, di condivisione. E anche questo è divino. Perché Dio, nella Scrittura, non nasconde le fragilità dei suoi amici. Abramo che mente, Giacobbe che inganna, Mosè che balbetta, Pietro che tradisce, Paolo che perseguita. Dio prende la nostra fragilità e la trasforma in storia di salvezza.
La capacità di amare il dettaglio umile. Nelle sue storie, Enrica si ferma sui piccoli gesti, sulle sfumature, sulle cose apparentemente insignificanti. Il martelletto per battere la carne, il grissino nell'uovo alla coque, la spazzolina con i capelli di Monica, la mano che cerca l'altra mano sotto il tavolo. E anche questo è divino. Perché Dio ama i dettagli. Gesù, nei Vangeli, si ferma sui particolari: il bicchiere d'acqua dato a un discepolo, il soldo della vedova, il chicco di senape, il pizzico di lievito nella pasta.
Cari amici, in un momento di lutto come questo, è fondamentale ribadire una verità che la fede ci consegna e che il cuore di chi ha amato Enrica già intuisce: il Dio che oggi accoglie Enrica non è un giudice distante, non è un contabile delle colpe, non è un burocrate del paradiso. Il Dio che l'accoglie è l'Amore che lei ha rincorso tra le righe dei suoi libri, tra le pieghe delle sue storie, tra i battiti del suo cuore.
Dio è solo Amore. Ce lo ha detto Gesù con la sua vita e con la sua morte. Ce lo ha ripetuto con il suo silenzio sulla croce. Ce lo ha consegnato come testamento: «Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi».
E l'amore, amici, non si perde. L'amore è più forte della morte. I fiumi della morte non possono travolgere l'amore. Perché l'amore viene da Dio e a Dio ritorna.
Enrica ha amato. Ha amato i suoi figli, i suoi affetti, i suoi amici. Ha amato i suoi lettori, anche quelli che non ha mai incontrato. Ha amato i suoi personaggi, come fossero persone vere. Ha amato la vita, nonostante tutto, nonostante le delusioni, nonostante le fatiche, nonostante la malattia che l'ha portata via.
E questo amore, oggi, è il suo passaporto per l'eternità.
Sono domande legittime, umane. E la fede cristiana non ha paura di affrontarle. Anzi, le accoglie e le illumina con la luce del Vangelo.
Ciò che oggi vogliamo proclamare è forse audace, ma è profondamente cristiano: la bellezza umana, quella vera, quella che Enrica ha cercato e raccontato in tutte le sue storie, è la prova generale della gloria di Dio.
Noi abbiamo riconosciuto Dio in lei, perché abbiamo visto in lei i tratti di Gesù. Quali tratti?
La capacità di accogliere. I suoi personaggi, anche i più disperati, sono sempre accolti con uno sguardo che non giudica. Vina, Marina, Ignazio, Dino, Carla, Anna Paola: Enrica non li condanna mai. Li guarda con tenerezza, anche quando sbagliano, anche quando cadono. E questo sguardo, amici, è lo sguardo di Dio. È lo sguardo del Padre che accoglie il figlio prodigo senza fare domande, senza chiedere giustificazioni, solo con le braccia aperte.
La capacità di narrare la fragilità senza giudicarla. Enrica non ha mai nascosto le crepe, le rughe, i fallimenti. Anzi, ne ha fatto materia di racconto, di poesia, di condivisione. E anche questo è divino. Perché Dio, nella Scrittura, non nasconde le fragilità dei suoi amici. Abramo che mente, Giacobbe che inganna, Mosè che balbetta, Pietro che tradisce, Paolo che perseguita. Dio prende la nostra fragilità e la trasforma in storia di salvezza.
La capacità di amare il dettaglio umile. Nelle sue storie, Enrica si ferma sui piccoli gesti, sulle sfumature, sulle cose apparentemente insignificanti. Il martelletto per battere la carne, il grissino nell'uovo alla coque, la spazzolina con i capelli di Monica, la mano che cerca l'altra mano sotto il tavolo. E anche questo è divino. Perché Dio ama i dettagli. Gesù, nei Vangeli, si ferma sui particolari: il bicchiere d'acqua dato a un discepolo, il soldo della vedova, il chicco di senape, il pizzico di lievito nella pasta.
Cari amici, in un momento di lutto come questo, è fondamentale ribadire una verità che la fede ci consegna e che il cuore di chi ha amato Enrica già intuisce: il Dio che oggi accoglie Enrica non è un giudice distante, non è un contabile delle colpe, non è un burocrate del paradiso. Il Dio che l'accoglie è l'Amore che lei ha rincorso tra le righe dei suoi libri, tra le pieghe delle sue storie, tra i battiti del suo cuore.
Dio è solo Amore. Ce lo ha detto Gesù con la sua vita e con la sua morte. Ce lo ha ripetuto con il suo silenzio sulla croce. Ce lo ha consegnato come testamento: «Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi».
E l'amore, amici, non si perde. L'amore è più forte della morte. I fiumi della morte non possono travolgere l'amore. Perché l'amore viene da Dio e a Dio ritorna.
Enrica ha amato. Ha amato i suoi figli, i suoi affetti, i suoi amici. Ha amato i suoi lettori, anche quelli che non ha mai incontrato. Ha amato i suoi personaggi, come fossero persone vere. Ha amato la vita, nonostante tutto, nonostante le delusioni, nonostante le fatiche, nonostante la malattia che l'ha portata via.
E questo amore, oggi, è il suo passaporto per l'eternità.
"Lascerò sempre aperta quella porta": la speranza cristiana
Torniamo, per concludere, alle parole di Renato. Parole di un artista, di un poeta, che senza bisogno di dichiarazioni teologiche, senza formule dottrinali, tocca il cuore del mistero: «So che passerai da me una, cento, mille, un miliardo di volte. Ed è per questa ragione che lascerò sempre aperta quella porta».
Questa porta che Renato promette di tenere aperta per la sua amica, è la stessa porta che noi, come comunità cristiana, siamo chiamati a tenere aperta per Enrica. Ma c'è di più: è la porta che Dio tiene aperta per ciascuno di noi.
Gesù, nel Vangelo, dice: «Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore. Io vado a prepararvi un posto». Questa è la porta che Dio non chiude mai. Questa è la certezza che la morte non è un muro, ma un passaggio. Non è una fine, ma un compimento: «Chi è amato da Dio non morirà mai più. In lui, nella sua mente e nel suo amore, non sopravvive soltanto un'ombra di noi: in lui, nel suo amore creatore, noi stessi siamo per sempre custoditi e resi immortali in tutto il nostro essere e in ciò che abbiamo di più personale. È il suo amore che ci rende immortali; ed è anche questo amore apportatore di immortalità che noi chiamiamo "cielo". Il cielo non è assolutamente altro che questo: Dio è abbastanza grande per aver posto anche per esseri miseri come noi». (Joseph Ratzinger - da "Dogma e predicazione").
E allora, quello che Renato esprime con la forza della poesia – «mi resta dentro e addosso», «la tua poesia sprigiona energia», «passerai da me infinite volte» – noi lo esprimiamo con la forza della fede: Enrica vive in Dio. Enrica è più viva di noi. Enrica continua ad amarci e ad essere amata, in una dimensione che gli occhi non vedono ma il cuore percepisce.
Perché la morte, come ci ha insegna la liturgia di oggi, non distrugge, trasfigura. Non separa, unisce in modo più profondo. Non fa tacere, dona alla parola la sua eco eterna.
Enrica, con la sua scrittura, ha sempre cercato di dare voce all'invisibile. Oggi è lei stessa a diventare invisibile ai nostri occhi. Ma proprio per questo, come ci suggerisce la poesia, possiamo incontrarla in un modo nuovo: nelle sue parole che restano, nell'amore che ha seminato, nella bellezza che ci ha donato.
«Quanta energia sprigiona la tua poesia. Quanta bellezza che ti porti via». Sì, Enrica si è portata via tanta bellezza. Ma ce ne ha lasciata altrettanta. E questa bellezza è il segno che la morte non ha vinto. È il sigillo che l'amore è più forte. Accogliamo perciò ora il suo invito, offerto in Cercami oltre.
Questa porta che Renato promette di tenere aperta per la sua amica, è la stessa porta che noi, come comunità cristiana, siamo chiamati a tenere aperta per Enrica. Ma c'è di più: è la porta che Dio tiene aperta per ciascuno di noi.
Gesù, nel Vangelo, dice: «Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore. Io vado a prepararvi un posto». Questa è la porta che Dio non chiude mai. Questa è la certezza che la morte non è un muro, ma un passaggio. Non è una fine, ma un compimento: «Chi è amato da Dio non morirà mai più. In lui, nella sua mente e nel suo amore, non sopravvive soltanto un'ombra di noi: in lui, nel suo amore creatore, noi stessi siamo per sempre custoditi e resi immortali in tutto il nostro essere e in ciò che abbiamo di più personale. È il suo amore che ci rende immortali; ed è anche questo amore apportatore di immortalità che noi chiamiamo "cielo". Il cielo non è assolutamente altro che questo: Dio è abbastanza grande per aver posto anche per esseri miseri come noi». (Joseph Ratzinger - da "Dogma e predicazione").
E allora, quello che Renato esprime con la forza della poesia – «mi resta dentro e addosso», «la tua poesia sprigiona energia», «passerai da me infinite volte» – noi lo esprimiamo con la forza della fede: Enrica vive in Dio. Enrica è più viva di noi. Enrica continua ad amarci e ad essere amata, in una dimensione che gli occhi non vedono ma il cuore percepisce.
Perché la morte, come ci ha insegna la liturgia di oggi, non distrugge, trasfigura. Non separa, unisce in modo più profondo. Non fa tacere, dona alla parola la sua eco eterna.
Enrica, con la sua scrittura, ha sempre cercato di dare voce all'invisibile. Oggi è lei stessa a diventare invisibile ai nostri occhi. Ma proprio per questo, come ci suggerisce la poesia, possiamo incontrarla in un modo nuovo: nelle sue parole che restano, nell'amore che ha seminato, nella bellezza che ci ha donato.
«Quanta energia sprigiona la tua poesia. Quanta bellezza che ti porti via». Sì, Enrica si è portata via tanta bellezza. Ma ce ne ha lasciata altrettanta. E questa bellezza è il segno che la morte non ha vinto. È il sigillo che l'amore è più forte. Accogliamo perciò ora il suo invito, offerto in Cercami oltre.
Nel paesaggio sfumato dell’anima
mi troverai
giovane come il ricordo
che del tempo ha perso il conto
Cara Verdiana
Cara Verdiana, cari amici e amiche di Enrica, cari tutti voi che avete amato Enrica, voi siete gli eredi di questa bellezza. Voi siete i custodi di quel "vizio inesauribile" di raccontare, di amare, di cercare la verità anche quando fa male, di ridere anche quando si vorrebbe piangere.
C'è un passo, nel libro di Enrica, che vorrei riprendere per chiudere questa Omelia. È l'ultimo verso di una poesia, I sens: Forse il tempo è un istante/ Ma qualche momento è per sempre.
Questo ci dice Enrica, dall'aldilà della sua poesia, dall'aldilà della sua morte. Che qualche momento è per sempre. Che l'amore che abbiamo vissuto, la cura che abbiamo donato, le parole che abbiamo scritto, i sorrisi che abbiamo condiviso, tutto questo non si perde. È per sempre.
In una delle ultime pagine del libro, c'è una preghiera, una Preghiera" alla Madre. E io oggi, con voi, voglio trasformarla in una preghiera per Enrica, messa in bocca a sua figlia Verdiana:
C'è un passo, nel libro di Enrica, che vorrei riprendere per chiudere questa Omelia. È l'ultimo verso di una poesia, I sens: Forse il tempo è un istante/ Ma qualche momento è per sempre.
Questo ci dice Enrica, dall'aldilà della sua poesia, dall'aldilà della sua morte. Che qualche momento è per sempre. Che l'amore che abbiamo vissuto, la cura che abbiamo donato, le parole che abbiamo scritto, i sorrisi che abbiamo condiviso, tutto questo non si perde. È per sempre.
In una delle ultime pagine del libro, c'è una preghiera, una Preghiera" alla Madre. E io oggi, con voi, voglio trasformarla in una preghiera per Enrica, messa in bocca a sua figlia Verdiana:
Madre nostra,
che sei nei cieli,
sia ricordato il suo nome.
Si avveri il suo sogno.
Fa' che la sua bontà
dal cielo ci guidi in terra.
Dalle sempre il tuo aiuto quotidiano,
e comprendi i suoi peccati,
così come noi cercheremo di comprendere
quelli degli altri peccatori.
Ma aiutaci a resistere alle tentazioni,
e liberaci dal male.
che sei nei cieli,
sia ricordato il suo nome.
Si avveri il suo sogno.
Fa' che la sua bontà
dal cielo ci guidi in terra.
Dalle sempre il tuo aiuto quotidiano,
e comprendi i suoi peccati,
così come noi cercheremo di comprendere
quelli degli altri peccatori.
Ma aiutaci a resistere alle tentazioni,
e liberaci dal male.
Enrica, sarai indimenticabile per i solchi che hai lasciato sulla carta e nei nostri cuori. Sarai indimenticabile perché ci hai insegnato che, anche quando "il tempo frana veloce come una slavina", l'unica cosa che conta è l'amore che doniamo. Sarai indimenticabile perché hai vissuto, e non solo vivacchiato, e nella sconfitta non ti sei arresa, ma hai continuato a cercare la luce, a cercare la bellezza, a cercare l'amore.
Che il Signore, che è solo amore, ti accolga nella sua pace e ti doni la gioia eterna del paradiso, dove finalmente, senza più specchi infranti, senza più corpi sofferenti, senza più lacrime, potrai vedere e essere vista nella pienezza della bellezza. Quella bellezza che tu hai cercato e raccontato per tutta la vita.
Così sia.
Che il Signore, che è solo amore, ti accolga nella sua pace e ti doni la gioia eterna del paradiso, dove finalmente, senza più specchi infranti, senza più corpi sofferenti, senza più lacrime, potrai vedere e essere vista nella pienezza della bellezza. Quella bellezza che tu hai cercato e raccontato per tutta la vita.
Così sia.
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