«Io vescovo in Libano, la violenza e i genitori uccisi. No a chi giustifica la guerra con la religione»

Parla il vescovo maronita Khairallah: «Nel Paese situazione drammatica fra attacchi, vittime e sfollati. La morte di padre Pierre è stata un monito alla riconciliazione nel Medio Oriente. Il Papa è voce dell'umanità che vuole pace»
March 14, 2026
«Io vescovo in Libano, la violenza e i genitori uccisi. No a chi giustifica la guerra con la religione»
Il vescovo maronita Mounir Khairallah, pastore di pace e dialogo in Libano / AVVENIRE
«È il tempo della brutalità, dell’odio, della vendetta. E all’orizzonte non si vedono spiragli: solo guerra». Il vescovo Mounir Khairallah è uomo di pace. Ed è uomo del dialogo nella sua terra d’origine, il Libano. Perché sa in prima persona che cosa significhi finire in mezzo alla spirale della violenza: entrambi i genitori sono stati uccisi sotto i suoi occhi quando aveva cinque anni. Oggi ne ha 73 e guida la diocesi maronita di Batroun, la città-porto affacciata sul Mediterraneo che era stata fondata dai Fenici e che si trova nel nord del Paese tornato a essere sotto le bombe. Maronita come padre Pierre al-Rahi, il sacerdote ucciso lunedì in un raid israeliano lungo il confine fra i due Stati mentre soccorreva la sua gente. Un’area nel mirino degli attacchi e dei carri armati di Tel Aviv che sono penetrati nel Libano meridionale da cui partono i blitz dei filoiraniani di Hezbollah contro Israele. «Il suo martirio intende essere un seme di pace, come ha detto papa Leone – spiega ad Avvenire il vescovo Khairallah –. Speriamo che il suo sangue sia davvero un grido contro l’uso delle armi e un monito alla riconciliazione non solo in Libano ma in tutti i Paesi del Medio Oriente». Una pausa. «La morte di padre Pierre, che ha avuto una così vasta e toccante eco, rimanda a tutte le vittime che questo conflitto fa ogni giorno. Ecco perché le genti dell’intera regione chiedono alla comunità internazionale di fare pressione su Israele, sugli Stati Uniti e sull’Iran perché mettano fine al più presto a questa guerra infernale».
Eccellenza, il Medio Oriente è oggi in una «voragine irreparabile», come aveva ammonito Leone XIV dieci giorni fa?
«La situazione è drammatica. Qui in Libano si moltiplicano i civili uccisi. E poi assistiamo a un esodo della popolazione che ha proporzioni terribili: si stima un milione di sfollati che dal sud sotto attacco è diretto verso il nord. L’intera nazione cerca di accogliere gli evacuati come ha sempre fatto. Ma la preoccupazione cresce perché non si scorgono segnali di distensione: né Israele né Hezbollah sono disponibili a sedersi intorno a un tavolo. Rifiutano qualsiasi possibilità di negoziato».
Il sud del Libano è sotto il fuoco. Che cosa accade?
«Abbiamo appena incontrato i sindaci delle località cristiane che sono più vicine alla frontiera con Israele. Ci hanno descritto un quadro critico, ma ripetono che nessuno vuole abbandonare le proprie case nonostante gli attacchi. Insistono per rimanere lì. E si appellano anche alla Santa Sede perché sia loro garantito il diritto di vivere nella propria terra, soprattutto mentre i belligeranti sono sordi a qualsiasi richiamo. Dicono: “Siamo donne e uomini di pace. Desideriamo dignità e un Libano pacificato”. E, come ha testimoniato padre Pierre, la Chiesa resta a loro fianco: anzitutto con una presenza spirituale ma anche gli aiuti materiali che siamo in grado di offrire».
Il Libano di nuovo in guerra, dopo la tregua siglata poco più di un anno fa. Se l’immaginava?
«Siamo un Paese martoriato da oltre sessant’anni. E a pagarne il prezzo è sempre la gente comune che, però, ogni volta è pronta a rimboccarsi le maniche e a continuare a credere nella pace. Non ci disperiamo e non ci arrendiamo. Siamo una terra santa, benedetta dal Signore, che resiste e che intende essere profezia di fraternità anche di fronte a una guerra che è stata imposta da Israele, Stati Uniti e Iran a tutti i Paesi del Medio Oriente e del Golfo. Né noi, né le altre nazioni vogliono questa follia».
Nel conflitto è entrata anche la dimensione religiosa, ventilata sia dall’Iran, sia da Israele, sia dagli Usa. È una guerra di religione?
«No, assolutamente. È un conflitto dovuto a interessi politico-economici dove il fattore economico ha un peso rilevante. Del resto, nessuna religione chiama alla vendetta, all’annientamento, alla lotta armata. Dunque, lasciamo da parte la fede. E i credenti di ogni religione non possono permettere che si giustifichino gli scontri con questi pretesti».
Durante la visita in Libano, Leone XIV ha chiesto alle religioni di incontrarsi come segno di pace per il mondo. È possibile?
«Certamente. E il Libano lo dimostra. Poi non sono tanto le religioni a incontrarsi ma i credenti in carne e ossa che insieme possono edificare una convivenza armonica e alimentare una cultura di riconciliazione, come da noi è successo».
Il Papa continua a lanciare appelli al cessate il fuoco.
«Lo sentiamo vicino alle nostre sofferenze. È un sostegno morale ed è la voce della coscienza dell’umanità. Posso attestare che intorno nelle sue parole si riconoscono sia cristiani, sia musulmani, sia ebrei».

© RIPRODUZIONE RISERVATA