Ossola: «Mistica, un dono di pura trasparenza»
Il filologo analizza il linguaggio di figure della modernità per arrivare a de Foucauld e Hammarskjöld: nel nuovo “Il fuoco nella pietra” un itinerario tra spiritualità e poesia

Nel suo ultimo libro Il fuoco nella pietra, che esce oggi per Vita e Pensiero (pagine 256, euro 20,00) il filologo e critico letterario Carlo Ossola - professore emerito al Collège de France, socio dell’Accademia dei Lincei e presidente dell’Istituto dell’ Enciclopedia Italiana - interroga il linguaggio della tradizione mistica moderna, visto con Michel De Certeau come “Un dire senza soggetto”. (concetto espresso nell’introduzione). L’itinerario parte dal XVI secolo e arriva al Novecento, toccando la tradizione occidentale e orientale, e la poesia. E nella riflessione trova spazio anche una canzone del cantautore canadese Leonard Cohen.
Quando si parla di mistica ci si riferisce spesso, si pensi a Giovanni della Croce, all’immagine della notte che anela alla luce. Lei invece predilige l’immagine del fuoco nella pietra. Ce la può spiegare?
«Sarebbe rasserenante pensare che il cammino della mistica proceda dalla tenebra alla luce, secondo l’ufficio delle ore che Jean Delumeau ha così bene ricapitolato nel suo libro In cerca dell’aurora, del 2003. In realtà proprio Giovanni della Croce nei suoi versi “Sopra un’estasi di alta contemplazione” ci rinvia continuamente alla «tenebrosa nube» che avvolge e illumina il nostro cammino: «Quanto più salivo in alto / tanto meno capivo / come una nube di buio / rischiarasse la notte; / per questo chi l’ha vista / resta sempre in un non-sapere / che pure trascende ogni scienza». Si tratta di una sorta di ossimoro che rivela la nostra finitudine di fronte al divino. Scegliendo, come titolo, Il fuoco nella pietra, mi sono da un lato attenuto al Cantico dei cantici: «in foraminibus petrae», dall’altro al titolo delle poesie di Karol Wojtyła: Pietra di luce, 1979, tradotto poco dopo la sua elezione a Papa. Insomma un titolo che intende rispettare il Libro e la storia. Ma lo stesso Giovanni della Croce andrebbe qui citato: «E poi saliremo alle caverne, / ben nascoste, della pietra», là «nella notte serena / con fiamma che consuma e non dà pena» (Canzoni fra l’anima e lo Sposo).
Lei parte con l’analisi della mistica della prima modernità. Come si è modificata dal Medioevo la percezione di questa dimensione della ricerca di Dio?
«Nella tradizione medievale, ci ha insegnato Henri de Lubac, la “mistica” è aggettivo, specifica un grado della teologia, la “teologia mistica”; poco a poco essa si affranca e diviene un “genere” (anche letterario) specifico e separato, come affermerà il più celebre studioso del linguaggio mistico, Maximilianus Sandaeus nel suo celebre trattato Pro theologia mystica clavis, del 1640. Il lessico dei mistici ha una libertà neologistica pari alla novità del loro statuto: “Dobbiamo – dicono essi – quando è necessario, comandare alle parole, non servire ad esse”»
Arrivando più vicini a noi, lei propone l’esperienza di due figure, Dag Hammarskjöld e Charles de Foucauld, immerse nella vita politica e sociale, il primo all’Onu, il secondo nel mondo islamico. Mistica non è dunque uscita dal mondo?
«Il Ventesimo secolo ha, in queste figure, un modello esemplare; Charles de Foucauld volle mettersi, nel deserto dell’Ahaggar, al servizio di un popolo, raccolse la sua lingua, trovando le parole luminose di un umile abbandono, di un dono senza riserve, votandosi al nulla della pura perdita di sé:. Per il verbo bennen (non guadagnare nulla non avere profitto): “Può avere per soggetto qualsiasi persona, chi esiste o lavori in pura perdita, senza nessun guadagno”. E questo gesto corrisponde a un’altra gratuità, non più quella della perdita subita, ma della remissione voluta, dell’abbandono, del riposo nella confidenza divina. Il verbo zegzen è “rimettersi completamente a (appoggiarsi pienamente con piena fiducia e piena rassegnazione su)”. Per estensione: “abbandonarsi [a Dio (alla volontà divina)]; rassegnarsi [a Dio (alla volontà divina)]”. Dag Hammarskjöld nel suo “giornale dell’anima”, Linea della vita, del 1963, cita spesso Giovanni della Croce, come anche i mistici renani: “Sapersi sciogliere in luce, tradursi in canto”; “Il viaggio più lungo / è il viaggio verso l’interno”; in un’ interiorità così purificata dal dono da divenire pura trasparenza, come testimonia una delle sue più belle poesie: “Negato ogni sbocco / il calore mutò / il carbone in diamanti”.
Nel confronto con la tradizione orientale - che mette al centro il respiro, la ripetizione della preghiera del cuore - lei arriva alla poesia del Novecento. Su tutti il Libro d’ore di Rilke e l’Atemwende, la “svolta del respiro”, di Paul Celan. Quale rapporto tra parola poetica e mistica?
«La mistica e le sue metafore si fondano sul Cantico dei cantici, che è uno dei più alti testi poetici dell’umanità. Così san Francesco e Giovanni della Croce. La poesia raccoglie l’impotenza della parola in una jaculatoria lanciata nei silenzi dell’infinito. Celan lo esprime con acutezza: «STARE, all’ombra / delle stimmate nell’aria. // Per nessuno e per nulla, stare. / Sconosciuto, / per te / solo. // Con quanto lì trova spazio, / anche senza / parola» (“STEHEN”, da Atemwende).
Per sottolineare il limite del “desiderio epifanico” inteso alla occidentale, lei ricorre anche a una canzone di Leonard Cohen. C’è una capacità dell’arte di dire per parole, immagini e suoni ciò che altrimenti non si riesce a esprimere?
«Cohen ha tentato, nella sua vita, non poche esperienze spirituali; citando The Stranger Song, mi è parso che quel «just to surrender» fosse il senso ultimo di ogni itinerarium in Deum: «È difficile tenere la mano di qualcuno che sta cercando di raggiungere il cielo solo per arrendersi». Ciò vale anche se la matrice dell’immagine fosse quella di una “mano” di carte dove si osa la posta più alta. Perché quel che conta è arrendersi, o meglio abbandonarsi come il vecchio Simeone: « Ora lascia, o Signore, / che il tuo servo vada in pace / secondo la tua parola; / perché i miei occhi han visto la tua salvezza / preparata da te davanti a tutti i popoli».
Il libro si apre e si chiude nel nome di Michel de Certeau, del quale sono appena trascorsi il centenario della nascita e il quarantesimo della morte. Qual è stata la sua importanza nella comprensione della mistica?
«Allievo di Henri de Lubac, studiò un grande mistico del Seicento quale Jean-Joseph Surin; pensò che la mistica fosse parte importante di ciò che passa senza lasciar traccia: L’absent de l’histoire (così il titolo di uno dei suoi libri più acuti). Fabula mistica è il testo essenziale, ancor oggi, per comprendere la mistica moderna (in particolare del XVII secolo). Ma i suoi studi si sono altresì rivolti all’Invenzione del quotidiano, al Parlar angelico, non meno che alla Presa di parola (nel Sessantotto). La sua lezione si raccoglie tutta in questa frase: « È mistico colui o colei che non può cessare di essere in viaggio e che, con la certezza di ciò che gli manca, sa di ogni luogo e di ogni oggetto che non è quello lì, che non può risiedere qui né contentarsi di quello là. Il desiderio crea un eccesso. Esso va oltre, passa e perde dimora. Costringe ad andare più lontano, altrove. Egli non abita da nessuna parte. È abitato» (Fabula mistica). Della nostra amicizia ricordo solo il lascito più profondo: «E ricorda, quando avrai raggiunto qualcosa cui tieni veramente, di’ subito: “Ce n’est pas ça”. Non è questo». Non c’è tempo per possedere, poiché è così poco quello per cercare.
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