Meloni e le opposizioni facciano "reset": il dialogo serve al Paese
Il Paese vede la guerra vicina. La premier ha le prerogative per "convocare" formalmente le minoranze: lo utilizzi. E le minoranze non si sottraggano per convenienza. Perché il confronto in politica è forma e sostanza.

Le telefonate di ieri riparano solo in parte la tela che la presidente del Consiglio e i leader di opposizione hanno strappato mercoledì in Parlamento, con pari responsabilità. I colloqui ripescano quel “minimo sindacale” di civiltà politica che nemmeno gli anni più duri della contrapposizione tra Berlusconi e la sinistra erano riusciti a cancellare. Ma non riescono ancora a scacciare l’amara sensazione che le parole «dialogo» e «confronto» siano usate, al pari delle altre parole della politica 5.0, come uno dei tanti slogan con cui scavallare l’ennesima giornata di caccia al consenso. L’auspicio dunque è che le conversazioni telefoniche di Meloni con Schlein, Conte, Renzi, Calenda, Fratoianni e Bonelli diventino un vero e proprio «reset», un passo indietro collettivo per convergere insieme, in un secondo momento, in quelle «forme» che consentono al «dialogo» di diventare «sostanza», e dunque qualcosa di utile per i cittadini, per le istituzioni, per la politica. Lato presidente del Consiglio, la «forma» consiste nel prendere carta e penna e mandare regolare convocazione a Palazzo Chigi, con tanto di data, ora e bozza di ordine del giorno. È nelle prerogative di chi guida il Governo. Prerogativa che non si esercita con generiche «aperture» a «tavoli» e post a cuore aperto sui social network. Lato opposizioni, intendendo come opposizioni non l’accumulo di sigle accomunate da un nemico, ma anche una vera e propria coalizione che ambisce a chiedere il consenso per guidare il Paese, la «forma» consiste nel ricordare che rispondere «sì» a certe proposte è una responsabilità che non si presta a calcoli, soprattutto se il “primo approccio” viene formulato in Parlamento. Si è liberi di non accettare le conclusioni di un tavolo, ma sedersi è un dovere. Tanto più con le cronache delle ultime ore - l’attacco a Erbil, i nostri militari in un bunker... - a confermare che la guerra si avvicina drammaticamente al nostro Paese. Le «convenienze» esistono, fanno parte della politica. Ma sono mutevoli. Forse oggi è vero che una distensione «conviene» di più a Meloni e meno ai leader di opposizione. Ma domani potrebbe essere il contrario. Perciò certe «forme», che sono «sostanza», sono state salvaguardate negli anni. Perché in certi momenti «conviene» al Paese che la politica si parli al più alto livello possibile. Ed è persino spiacevole che i leader si facciano dispetti mentre le conseguenze del conflitto cadono su famiglie e imprese.
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