"Profezie per la pace": così i giovani di Gs tengono viva la speranza

Una mostra ad Assisi presenterà storie di dialogo tenuto vivo in Paesi segnati dal conflitto: le riflessioni del responsabile di Gioventù Studentesca
March 13, 2026
"Profezie per la pace": così i giovani di Gs tengono viva la speranza
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Il linguaggio del nostro tempo è sempre più contrassegnato dall’affermazione di potenza. Ci sono leader politici che, con sicurezza granitica, lanciano dichiarazioni roboanti, garantiscono la propria superiorità militare e annunciano escalation inevitabili, promuovendo il «clima di odio e paura» denunciato da papa Leone XIV domenica all’Angelus. Le condizioni in cui versa il popolo iraniano ci addolorano profondamente. Non abbiamo fattori sufficienti per esprimere una valutazione esaustiva sulle scelte geopolitiche adottate: è auspicabile la fine di un regime che ha fatto uccidere o imprigionare migliaia di manifestanti nel proprio Paese e che ha sostenuto iniziative terroristiche in tutto il mondo, ma l’iniziativa militare in corso rischia di avere conseguenze catastrofiche per tutti noi. In tale situazione, sussiste ancora una possibilità reale di costruire la pace?
Per rispondere a questa domanda cruciale, vorrei offrire un contributo che attinge all’esperienza vissuta da 104 ragazzi di Gioventù Studentesca che, insieme ai loro docenti, hanno realizzato la mostra “Profezie per la pace”, inaugurata allo scorso Meeting di Rimini e in procinto di essere allestita ad Assisi per il Franciscan Youth Meeting di agosto, che vedrà la partecipazione del Santo Padre. Lavorando alla preparazione della mostra, abbiamo avuto modo di riflettere a fondo sulla necessità che, accanto ad «una “architettura” della pace, nella quale intervengono le varie istituzioni della società», vada affiancato «un “artigianato” della pace che ci coinvolge tutti» (Fratelli tutti 217). Abbiamo quindi individuato storie di costruzione di pace dentro i contesti bellici più complessi, da Haiti al Myanmar fino al Medio Oriente. Gocce nell’oceano, come evidenziato dai ragazzi, eppure reali, presenti, operanti. Volti consapevoli del dramma che stanno vivendo, segnati dal dolore, eppure desiderosi di creare spazi di incontro e di condivisione, per sé e per gli altri. In questi mesi decine di studenti in tutta Italia di diverse provenienze culturali, colpiti dalle testimonianze raccolte, si stanno coinvolgendo attivamente con la nostra iniziativa, andando alla ricerca di altre storie da raccontare.
Un cantiere aperto, quello della mostra, che ci pone in ascolto della «voce dei popoli», come papa Leone ha esortato a fare domenica all’Angelus. Le testimonianze di convivenza e perdono raccolte, che hanno come protagonisti donne e uomini di religioni e culture diverse, ci confermano che molte divisioni, presentate come insuperabili, sono invece fondate su ideologie o interessi di parte che nascondono una realtà più profonda, quella di una prossimità fra i popoli e le persone che vivono e operano sulla stessa terra e che sono mosse dallo stesso desiderio di bellezza, di giustizia, di vita. Una posizione apparentemente ingenua si rivela dunque profondamente realista, e ci suggerisce che la pace può nascere dal riconoscimento di questa ultima dipendenza: la vita degli altri, la mia stessa vita, non è in mano mia.
Ecco allora l’importanza della dimensione “artigianale” della pace. La storia dipende dalle scelte dei governanti – ci auguriamo perciò che essi tornino presto a operare mediante la diplomazia anziché le armi, come richiamato dal Papa in tutti i suoi interventi –, ma nel suo insieme essa è tessuta dal lavorìo silenzioso e sotterraneo delle persone che perseguono con tenacia il bene, come un filo rosso che si dipana anche in mezzo al dramma della violenza. Come le Missionarie della Carità che, dopo l’uccisione di quattro loro consorelle, restano tuttora nel nord dello Yemen, un territorio segnato da anni di guerra e carestia, per accompagnare le persone loro affidate. O come i frati della Custodia di Terra Santa che parlano di una vocazione quasi martiriale: restare per essere «presenza di consolazione e di speranza», testimoniando che «l’ultima parola non è della violenza, ma della Risurrezione». È questa l’unica risposta davvero adeguata al male: una presenza reale che sostiene lo sguardo, che dà la possibilità di stare di fronte al dolore che c’è in Medio Oriente, in Ucraina e negli altri numerosi scenari di guerra, ma anche nei nostri cuori, senza esserne schiacciati. Non perché il male non esista. Ma perché si è certi di una presenza, quella di Cristo nella sua Chiesa, capace di sostenere la speranza.
Responsabile di Gioventù Studentesca

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