Un'arena di lotta alla Casa Bianca e la politica trasformata in un ring

Trump vuole festeggiare
il suo compleanno con una grande esibizione di arti marziali miste MMA. Più che un evento sportivo, la metafora di una visione del potere: comanda chi picchia di più e resta in piedi
March 13, 2026
Un'arena di lotta alla Casa Bianca e la politica trasformata in un ring
Il rendering dell'arena di lotta che potrebbe essere costruita accanto alla Casa Bianca per celebrare il compleanno di Donald Trump con una grande combattimento di MMA
Immaginate un’arena dove un cono di luce illumina dall’alto la gabbia e il ring a forma di ottagono. Intorno, centomila persone urlano, cantano, battono i piedi. Le arti marziali miste, le MMA, funzionano così, nel rapporto fra la grande eccitazione di una folla enorme e due atleti impegnati in un combattimento dove quasi tutto è consentito: pugni, calci, lotta, proiezioni, leve articolari, strangolamenti. A un certo punto parte una musica assordante e nell’arena entra un ospite d’onore: Donald Trump. Il pubblico esplode e canta “Happy Birthday” perché quello è il giorno del compleanno del Presidente che, per essere lì, ha fatto pochi metri. Quell’arena, infatti, è stata costruita per lui sui prati della Casa Bianca: non è il Presidente che va a rendere omaggio a una disciplina affascinante e brutale come le MMA ma, al contrario, il mondo della MMA che letteralmente entra nella Casa Bianca e celebra il suo Presidente. Politica, spettacolo e il più violento degli sport di combattimento si fondono in un’unica scena, trovando una sintesi perfetta.
L’ultima trovata del Tycoon sembra uscita da una sceneggiatura. Eppure, quello che ho descritto andrà in scena, davvero, fra tre mesi. Mentre il mondo attraversa una stagione di guerre e tensioni geopolitiche che la nostra generazione non ha mai conosciuto, Donald Trump ha trovato il tempo di annunciare che costruirà un’arena da centomila posti proprio accanto alla Casa Bianca. La inaugurerà il prossimo 14 giugno, giorno del suo ottantesimo compleanno, quando si regalerà una serata di combattimenti di arti marziali miste organizzata dal suo grande amico Dana White, presidente della UFC (Ultimate Fighting Championship). Le arti marziali miste sono un mix fra lotta e pugilato che ricorda il pancrazio degli antichi greci, una disciplina nata negli anni Novanta con la fama di combattimento senza regole. In realtà le regole ci sono, ma l’immaginario resta quello: l’arena, due uomini e l’idea che alla fine resti in piedi solo il più forte o il più spietato. Esattamente l’immaginario politico che oggi seduce una parte dell’America.
Dana White, a sua volta, non è un semplice promoter sportivo, ma molto di più: è l’uomo che comparve sul palco la sera in cui Trump diventò Presidente ed è l’interprete di questo nuovo linguaggio politico. È l’imprenditore dello sport (oltre che un grande scommettitore e giocatore d’azzardo) che ha trasformato le arti marziali miste in uno degli spettacoli più popolari del mondo e contribuito a costruire il ponte simbolico tra l’estetica del combattimento e l’orizzonte politico trumpiano. È un alleato, una figura influente del cerchio magico di Donald Trump e, soprattutto, uno dei padri costituenti dell’immaginario MAGA.
Quello che succederà il 14 giugno potrebbe sembrare l’ennesima provocazione di un leader abituato a trasformare ogni gesto, perfino la guerra, in spettacolo. Fermarsi in superficie sarebbe, tuttavia, un errore, perché dietro a questa storia c’è qualcosa di profondo: la saldatura tra il mondo MAGA e l’universo delle arti marziali miste, con il combattimento totale come linguaggio comune. Lo spiega molto bene Moris Gasparri nel libro La partita del potere (Egea, 2026) quando descrive la relazione tra Trump e gli sport di combattimento come una vera “ideologia della lotta”. Non un semplice interesse sportivo, ma un modo di concepire il potere. Il mondo come arena, l’avversario come nemico, la vittoria come unica possibilità. Vince chi picchia più forte e resta in piedi, rappresentazione perfetta di quel trumpismo che si sublima nell’urlo “fight! fight! fight!” e nella celebre fotografia del 13 luglio 2024, giorno del tentato assassinio di Trump, con il pugno alzato, il volto insanguinato, la bandiera a stelle e strisce sullo sfondo.
Il rapporto tra l’attuale Presidente e l’universo dei “fighters”, tuttavia, nasce molto tempo fa, negli anni in cui il magnate newyorkese frequenta il mondo del wrestling, una delle espressioni più popolari della cultura americana. Il 1° aprile 2007 a Detroit, davanti a ottantamila spettatori, va in scena la Battle of Billionaires: Donald Trump e Vince McMahon, allora chairman della WWE, la federazione professionistica di wrestling, scelgono un lottatore a testa e mettono in palio la propria chioma. Vince Bobby Lashley, il wrestler scelto da Trump, il quale sale sul ring, lega il “perdente” McMahon a una sedia e, rasoio alla mano, lo rapa a zero, davanti a una folla ululante. Tutto storytelling, certo. C’è un copione, ma c’è anche qualcosa di più. In quel gesto, in nuce, c’è la grammatica simbolica che anni dopo avrebbe caratterizzato la sua politica: l’umiliazione pubblica dell’avversario, la teatralizzazione della vittoria, la costruzione di un immaginario in cui il mondo è un ring. Sono passati quasi vent’anni (nel frattempo a Vince McMahon sono ricresciuti i capelli e sua moglie, Linda, è stata nominata da Trump segretaria dell'Istruzione degli Stati Uniti) e quella scena sembra una profezia. Come se la politica trumpiana non avesse fatto altro che trasferire nello spazio pubblico la logica dello show sportivo. In questo scenario, oggi, le MMA rappresentano il linguaggio perfetto.
L’ottagono, il combattimento totale, la celebrazione della resistenza fisica e della violenza regolata al minimo indispensabile, costruiscono un orizzonte in cui il conflitto diventa identità. Non è un caso che proprio in quelle arene Trump venga accolto come una rockstar, tra applausi, cori e rituali quasi tribali e in quelle platee si riconosce una parte significativa dell’America che sostiene il progetto MAGA. Chi osserva tutto questo con sufficienza rischia di non capirlo. Troppo spesso lo sport viene liquidato come semplice intrattenimento, come distrazione dalla “vera” politica, ma è la storia stessa a raccontare altro. Cito, fra i tanti, un precedente antico: l’imperatore romano Nerone che nel 65 d.C. fece spostare i Giochi di Olimpia perché a Roma aveva organizzato, nello stesso anno, le “Neronia” agoni sportivi e artistici dedicati sobriamente a sé stesso. Ottenuto un rinvio di due anni (unica volta nella storia millenaria dei Giochi, insieme a quello dal 2020 al 2021 per la pandemia) nel 67 d.C. Nerone si recò in Grecia per vincere, si fa per dire, in diverse discipline grazie a pesanti manipolazioni da parte dei giudici. Perfino nella corsa dei cocchi trainati da dieci cavalli fu clamorosamente incoronato vincitore dei Giochi Olimpici, nonostante una rovinosa caduta.
Lo sport era, già allora, lo spazio simbolico in cui il potere cercava consacrazione pubblica. Oggi accade qualcosa di simile, tanto che per permettere lo svolgimento delle “Trumpiadi” di MMA del prossimo 14 giugno è stato posticipato di un giorno l’inizio del vertice G7 in Francia. Insomma, lo sport è un sistema di simboli e uno spazio in cui le società mettono in scena la propria idea di forza, competizione, identità e politica che va preso molto sul serio. Perché spesso, meglio di tanti discorsi, spiega il mondo.

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