Sul nuovo Gutenberg la fotografia fa duecento
Nel 1826 Niépce realizza la prima fotografia. L’emblema, forse massimo, della modernità è curiosamente antico. Eppure, due secoli dopo non si stanca di sollevare nuovi interrogativi

Nel 1826, a Le Gras, Joseph Nicéphore Niépce realizza la prima fotografia. Hegel è ancora vivo, Monet sarebbe nato 14 anni dopo. L’emblema, forse massimo, della modernità è curiosamente antico. Eppure, due secoli dopo appare ancora dalla forza giovane e dirompente. E non si stanca di sollevare nuovi interrogativi. Sul nuovo Gutenberg, in edicola con Avvenire venerdì 13 marzo, la fotografia fa duecento. Il numero si apre con l’articolo di Corrado Benigni che ripercorre due secoli di fissazione dell’immagine a partire dalla prima fotografia di Niépce e dalla domanda che l’ha resa possibile: come trattenere stabilmente la luce. Daguerre, la camera oscura, i dibattiti ottocenteschi e le reazioni di Poe e Baudelaire ritornano come tappe di una storia che ha stratificato tecniche e significati, fino al digitale e all’intelligenza artificiale che ne hanno modificato identità e funzioni. Luca Fiore segue la questione della realtà visibile attraverso il passaggio dalla prospettiva rinascimentale alla fotografia ottocentesca: dal Battistero di Brunelleschi alla camera oscura studiata da Leonardo e della Porta, fino all’immagine “fatta dalla natura stessa” di Talbot, la rappresentazione diventa un nodo centrale anche per gli autori contemporanei dalle serie museali di Struth alle costruzioni di Demand, dalle narrazioni di Paul Graham alle tensioni tra figurazione e astrazione che hanno attraversato Guttuso e Testori.

Le pagine successive ospitano l’intervista di Eugenio Giannetta a Silvia Camporesi, fotografa e autrice del saggio Una foto è una foto è una foto, che riflette sulle trasformazioni della fotografia nell’epoca in cui tutto diventa immagine. Smartphone, ottimizzazioni automatiche, ricerca del “bello instagrammabile” e ritorno all’analogico compongono un quadro in cui la pratica fotografica oscilla tra gesto tecnico, memoria personale e ridefinizione dello sguardo. Stefano De Matteis osserva come lo smartphone abbia trasformato l’archiviazione e la fruizione dei ricordi. L’album familiare si è spostato nella memoria del telefono, la documentazione ha sostituito il racconto e molte immagini restano confinate in archivi che non vengono più rivisti, come se lo strumento stesso si incaricasse di vivere le esperienze al posto di chi scatta. Chiude il monografico l’intervista di Francesca Orsi a Joan Fontcuberta, fotografo, docente e uno dei maggiori teorici della fotografia contemporanea, che sposta la riflessione dal referente chimico allo spazio algoritmico. L’immagine latente della fotografia analogica, dipendente da ciò che era stato davanti alla macchina, si confronta con gli “spazi latenti” dell’intelligenza artificiale, dove le immagini si generano come possibilità matematiche. In questa transizione, la fotografia diventa un laboratorio del dubbio, e lo sguardo si muove tra ciò che promette visibilità e ciò che resta custodito nei processi invisibili.
Il primo Percorso narra il passaggio cruciale del Novecento, la caduta del nazismo, tra romanzo e cinema: l’articolo di Gianni Santamaria è dedicato al romanzo di Laurent Saulnier in cui il cuoco di Hitler ripercorre la propria vicenda all’interno del Reich, restituendo la voce di una figura marginale travolta dagli eventi della Storia; accanto, Alessandra De Luca segue il film L’isola dei ricordi di Fatih Akin, dove l’infanzia di un ragazzo nelle Frisone settentrionali incrocia le ultime settimane della guerra e un percorso di consapevolezza che attraversa fanatismi, paure e scelte sospese nel tempo. Percorsi prosegue con I sogni del ’900, entro cui Alessandro Beltrami presenta la mostra dedicata al Liberty a Palazzo Martinengo di Brescia, letta come modernità condivisa che attraversa arti decorative, design e primi fermenti della Belle Époque italiana e Pietro Tessadori recensisce il saggio di Fiamma Lussana, che ricostruisce le contraddizioni della Belle Époque tra emigrazione, diseguaglianze e trasformazioni dell’Italia giolittiana. Chiude la sezione il tema Apocalissi mediterranee, con l’articolo di Roberto Righetto dedicato al saggio di Federico Campagna che attraversa figure e movimenti capaci di cercare altrove nuovi legami culturali nei momenti in cui il Mediterraneo ha vissuto la propria “fine del mondo”. Tra miti antichi, traduttori e viandanti del pensiero, emerge la parabola di coloro che scelsero l’ibridazione come via di sopravvivenza.
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