Chalandon: «Io, maoista, segnato dall’omicidio Moro»
Lo scrittore narra gli scontri di piazza nella Parigi degli anni Settanta. «Quel corpo nel bagagliaio mi fece capire che potevamo diventare come le Br. Per fortuna ci fermammo prima»

È Sorj Chalandon il protagonista quest’anno del Festival Dedica, che si tiene dal 14 al 26 marzo a Pordenone, nella singolare formula di mettere al centro un autore per una settimana di laboratori, incontri, spettacoli, mostre, rivolti sia al grande pubblico sia alle scuole (programma completo www.dedicafestival.it). L’apertura è prevista sabato 14 marzo: alle ore 16.30 al Teatro Giuseppe Verdi lo scrittore francese dialogherà con Andrea Tarabbia e riceverà il sigillo della città friulana. Tra i vari appuntamenti, si segnalano lunedì 16 marzo lo spettacolo teatrale ispirato al romanzo La quarta parente dedicato alla guerra in Libano, per la regia di Gabriele Vacis; mercoledì 18 marzo Il Libro di Kells è oggetto di un dialogo tra lo stesso autore e Federica Manzon; venerdì 20 marzo è previsto un dialogo tra Chalandon, il rapper e scrittore Kento e don Gino Rigoldi, per anni cappellano del carcere minorile Beccaria di Milano, a partire dal romanzo La furia e incentrato su «La furia dentro. Giovani, errori e riscatto».
Con il suo nuovo romanzo Il libro di Kells (Guanda) Sorj Chalandon si conferma maestro nell’arte di narrare le grandi vicende storiche mescolando ai fatti della Storia la propria storia personale, come già fatto di recente in altri due capolavori, Chiederò perdono ai sogni e Il mio traditore, dedicate alle vicende nordirlandesi. In questo caso, invece, domani la Parigi dei ruggenti anni Settanta, scontri di piazza, maoismo giovanile, il ribollire delle strade e un indomito senso etico, che ha precise venature religiose.
Il libro di Kells ha come un punto di apice e di svolta. Quando i personaggi del suo gruppo di militanti maoisti si interrogano sulle proprie lotte, sugli scontri di piazza, le manifestazioni violente, ...
«Sì, ad un certo punto ci siamo posti la domanda: “E se ci siamo sbagliati?”. Sbagliati non su quello che volevamo ma su come lo volevamo. Non penso ci siamo sbagliati nel chiedere la giustizia sociale né nel lottare contro il razzismo. Ci siamo sbagliati nel pensare di essere noi i nuovi resistenti. Certo, se c’erano i fascisti armati di bastoni e mazze di ferro, pensavamo di dover essere armati anche noi nell’affrontarli per le strade. Ma il motto che tanti gridavano in quegli anni – io non l’ho mai fatto – “CRS come SS” [Compagnies Républicaines de Sécurité, ndr], ecco quello era profondamente sbagliato. In quel periodo la polizia, da nessuna parte, né in Francia né in Germania né in Italia, era qualcosa di paragonabile alle SS naziste, che esistevano per sterminare gli ebrei. Eravamo dentro una logica sbagliata. Per esempio, in Francia pensavamo di batterci contro un presidente che era un nuovo Mussolini, invece era il presidente eletto da una democrazia. Certo, era di destra, ma una destra repubblicana, non fascista – il fascismo è la posizione politica per cui tutti gli altri sono da combattere, perché sostengono idee sbagliate, eccetto le proprie».
Cosa le (e vi) ha fatto cambiare idea?
«Personalmente sono stato segnato tantissimo dalla vicenda di Aldo Moro. Perché vedere l’immagine di quell’uomo morto dentro il baule di un’auto mi ha fatto capire dove saremmo potuti arrivare, in Francia. E oggi mi fa rendere conto e dove per fortuna non siamo arrivati. Eravamo incamminati a diventare anche noi come le BR o come la RAF in Germania. Per fortuna ci siamo fermati prima. Ma, come dicevo prima, non si è arrestato in me il desiderio di giustizia».
Nel suo romanzo domina il protagonista, Georges, il suo alter ego, personaggio un po’ “bifronte”: da un lato militante nei gruppi di estrema sinistra, dedito quasi per sbaglio agli scontri violenti di piazza; dall’altro il giovane solidale che andava nelle banlieue per insegnare a leggere, scrivere e far di conto ai figli degli immigrati arabi. Contraddizione?
«La solidarietà con i poveri, per me giovane militante, non era alternativa alla violenza per difendere quegli stessi poveri, per esempio gli arabi, da quei fascisti che li volevano cacciare dalla Francia. Potevo tenere in mano la spranga di ferro e insegnare a tenere in mano la penna al piccolo lo stesso giorno, la mattina una cosa e il pomeriggio l’altra. Io li difendevo in piazza e li aiutavo a casa. Certo, mi sentivo più a mio agio quando gli insegnavo la matematica piuttosto che quando affrontavo i fascisti. E poi io ero e sono cattolico: detestavo chi mi costringeva a diventare violento per difendere i poveri».
Il suo alter ego letterario dice di ammirare Sophie Scholl e i ragazzi della Roba Bianca.
«Come cattolico non potevo non ammirare i giovani della Rosa Bianca. E ammiravo chiunque, cattolico, comunista o di altre tendenze, avesse lottato contro il nazismo».
Ma Sophie Scholl e i ragazzi della Rosa Bianca non si opposero a Hitler armi in pugno ma con la non violenza di volantini…
«Sì, ma cosa sarebbe successo al popolo italiano se di fronte al nazismo non avesse preso le armi in mano e fatto la Resistenza? In un mondo ideale, al nonviolento io oppongo la nonviolenza. Io non sono uno che grida, come il fascista spagnolo, “Viva la muerte!””. Io volevo e voglio vivere. Ma proprio per questo, se c’è da combattere per la vita, penso sia giusto farlo. Io vorrei consegnare alle mie tre figlie un mondo senza ingiustizie, e certe volte non esiste altra scelta che quella di combattere per raggiungerla. Attenzione, parlo sempre di una violenza di resistenza e di difesa, mai di una violenza di attacco».
Il suo personaggio letterario lascia quindicenne la natia Lione per avventurarsi a Parigi, e passa diverso tempo in strada, senza tetto, con ciò che ne consegue. In tasca ha sempre l’immagine di un santo.
«Amo profondamente la figura del Curato d’Ars. Perché è l’opposto dell’opulenza della Chiesa ufficiale di quel tempo. L’immagine di quel prete proletario, che dormiva per terra senza letto, è l’esatto contrario del cardinale pasciuto che governava le anime. Era un uomo un po’ folle: oggi forse gli psichiatri lo definirebbero tale per la sua lotta contro il demonio, ma resta una figura stupenda. Questo prete umile di campagna è il mio ideale di credente, l’immagine perfetta del cristiano: uno che si dedica completamente agli altri».
Sempre quel giovane, che poi è in filigrana lei, si rende protagonista di un dialogo singolare con un prete: «Quando vedo una croce, mi viene voglia di sputarci sopra». «Ma allora vedi ancora la croce! È un buon punto di partenza, figliolo!».
«Per anni, e ancora oggi, mi sono vergognato profondamente di questa frase. Però penso che la risposta del prete sia stata bellissima. E penso che Papa Francesco approverebbe la risposta di quel prete. È una risposta così meravigliosa e così libera che ancora oggi, a decine di anni di distanza, me la ricordo ancora».
Lei è approdato dalla strada al giornalismo, diventando un grande inviato del quotidiano Liberation. Di fronte alla guerra che di nuovo sta scandendo la sua violenza in Medio Oriente, come si sente?
«Sono disperato. Perché mi convinco sempre di più della verità dell’affermazione per cui non esiste la pace se non c’è giustizia. Se non c’è giustizia per il popolo palestinese e per il popolo israeliano. Se si confonde il popolo israeliano con Netanyahu e il popolo palestinese con Hamas. Se si continua, quando viene ucciso un bambino israeliano, a dire che era “un piccolo colono”. E quando viene ucciso un bambino israeliano: “Era un futuro militante di Hamas”. Bisogna guardare alla storia: guardiamo al Sudafrica, all’Irlanda del Nord, sempre la pace è arrivata con la giustizia, ascoltando il nemico e venendo a patti con lui. Quando ho scritto La quarta parete sulla vicenda di Sabra e Shatila in Libano, pensavo di scrivere un romanzo storico su un fatto passato. E invece in quel Paese si continua a combattere. Ancora e ancora. E mi viene solo da piangere. Perché solo con la giustizia arriverà la pace».
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