Le sbarre invisibili della democrazia
Guerra poco spiegata, referendum opaco e informazione nelle mani di pochi: quando il potere discrezionale cresce, la libertà dei cittadini diventa sorvegliata
Non troppo distante da noi divampa una guerra che non riusciamo a capire fino in fondo e di cui sappiamo pochissimo. Le informazioni sono frammentarie e filtrate e il governo incredibilmente non sente il dovere urgente di spiegare ai cittadini quali scelte stiamo compiendo, con quali rischi e con quali implicazioni. Nello stesso tempo siamo chiamati a pronunciarci su un referendum che sancirebbe una modifica alla Costituzione. Ma lo si fa nell’ambito di un dibattito falsato. Terribilmente tecnico o del tutto ideologico e quindi vuoto. Aggiungiamo che questo avviene nel momento in cui il sistema dell’informazione, quello che dovrebbe aiutarci a capire meglio entrambe le cose, ciò che capita intorno a noi, è soggetto ad una trasformazione radicale. Testate e redazioni che passano a gruppi industriali, finanziari, editoriali con interessi diversi, non sempre chiari e trasparenti, in un riassetto che trasforma silenziosamente la natura e l’identità di chi controlla il dibattito pubblico e la narrazione collettiva nel nostro Paese.
Il risultato è un mix straniante di allarme e apatia. La percezione che il mondo stia cambiando in modo repentino e drammatico convive con la sensazione che la politica discuta d’altro, lontana anni luce dai bisogni reali e dalle paure dei cittadini, incapace di offrire strumenti per capire. Al fondo non c’è solo indifferenza o incapacità; c’è un problema fondamentale di libertà. Una libertà che non si misura in termini di assenza di coercizione, ma sulla base di qualcosa di più sottile e insidioso. Il tipo di potere che altri hanno sulla nostra vita, anche quando questi scelgono di non esercitarlo.
Philip Pettit, filosofo irlandese, professore a Princeton, chiama questo tipo di potere “dominazione”. Non è necessario che qualcuno ti costringa. Basta che tu sappia che qualcuno può farlo. Che può interferire nella tua vita in modo arbitrario, senza dover rendere conto, senza essere obbligato a giustificarsi. Pensiamo all’operato dell’ICE negli USA o al caso Paragon qui in Italia. La libertà, in questa prospettiva, non coincide solo con l’assenza di interferenza, ma con il limite a quei poteri discrezionali che ti rendono dipendente anche quando non vengono esercitati.
Se un governo non sente l’obbligo urgente di informare con chiarezza su ciò che accade attorno a noi, non si genera solo disorientamento, si coltiva questo genere di dipendenza. Quando un passaggio costituzionale viene trattato come una faccenda per iniziati o per ultras in curva, si alza una barriera invisibile tra i cittadini e la possibilità di capire, deliberare, chiedere conto. Quando le redazioni dipendono da pochi centri di potere economico, la libertà non viene soppressa per ordine esplicito. Semplicemente svanisce per adattamento naturale. Si impara a evitare certi temi, ad omettere certi nomi. Non perché qualcuno chiami per censurare, ma perché tutti sanno che esistono equilibri che conviene non mettere in discussione, certe zone d’ombra su cui è meglio non accendere i riflettori.
E non stupisce che siano soprattutto i giovani a percepire questa distanza con più acutezza. Non per apatia o disinteresse, come spesso sentiamo ripetere con supponenza da salotto. Ma perché i nostri figli sono cresciuti in un sistema in cui la politica parla un linguaggio che non riconoscono, che si occupa di temi che sembrano lontani dalla loro vita, attraverso istituzioni che non sentono di poter cambiare. Non è disaffezione, ma la risposta naturale a una sensazione molto concreta di esclusione. Quella sensazione che le decisioni che contano vengano prese altrove, da altri, e che la loro voce, anche quando si alzasse, non troverebbe nessuno disposto ad ascoltarla.
Una società libera – lo ribadisce Philip Pettit – è quella in cui ciascuno può stare nello spazio pubblico a testa alta, senza paura né deferenza, senza avere bisogno di vivere nelle grazie di qualcuno. La democrazia non si esaurisce nel voto. È l’insieme di garanzie che rendono il potere contestabile, spiegabile, correggibile. Per tornare ad essere liberi nel senso più esigente, repubblicano del termine, dobbiamo rivendicare le condizioni fondamentali della cittadinanza: una informazione pubblica autorevole, catene di responsabilità tracciabili, luoghi di deliberazione reali e strumenti effettivi di bilanciamento e controllo. L’alternativa è quella di vivere in gabbie con sbarre invisibili ma per questo non meno reali.
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