Politica estera: quale rotta occorre seguire nella tempesta

Il disordine internazionale mette alla prova l’Italia, chiamata a chiarire la propria linea tra tradizione multilaterale e ricorrenti tentazioni di prestigio nazionale
March 11, 2026
Politica estera: quale rotta occorre seguire nella tempesta
L'Assemblea Generale dell'Onu /Foto Siciliani
Non è certo colpa del governo italiano se si trova oggi di fronte alla guerra in Iran, come non è stato per sua colpa che si è trovato davanti all’aggressione russa in Ucraina, all’attacco terroristico di Hamas o alla violenza israeliana a Gaza. Ma l’imprevisto costituisce sempre un test importante per saggiare la qualità della politica estera di un Paese e cioè quell’orientamento di lungo periodo che ne intreccia le caratteristiche geografiche, storiche, economiche con le “forze profonde” che agiscono sul piano internazionale. Politica estera, in altre parole, significa saper dire chi si è e che cosa si vuole, non per un giorno ma sul lungo periodo, non solo in circostanze favorevoli ma anche in quelle avverse.
Negli ultimi cento anni, due sono state le principali politiche estere dell’Italia: la prima ha inseguito l’affermazione del prestigio italiano nel mondo, utilizzando i conflitti, e la seconda ha perseguito l’interesse nazionale, sfruttando le spinte verso la pace. Quella di Mussolini è stata una politica nazionalista che di volta in volta spostava l’Italia da una posizione all’altra per acquisire un “peso determinante”; aggrediva Paesi indipendente (Etiopia) e violava il diritto internazionale per inseguire velleità colonialiste e imperiali; si alleava con quello che credeva il sicuro vincitore di un futuro conflitto (Germania), per poi offrirsi come ponte tra il leader più aggressivo e chi cercava la pace (a Monaco, nel 1938), per finire totalmente schiacciato dall’alleato. Questa politica estera italiana ha contribuito a destabilizzare un fragile ordine internazionale.
L’altra linea di politica estera italiana degli ultimi cento anni, prevalsa nel primo cinquantennio repubblicano, si è ispirata alla speranza cristiana e all’universalismo cattolico. Tra le sue scelte più significative ci sono l’assunzione della responsabilità derivanti da colpe commesse in precedenza da altri; comportamenti correlati al peso effettivo dell’Italia nel mondo; la cooperazione con le organizzazioni internazionali e il sostegno delle politiche multilaterali; l’adesione alla Nato in quanto alleanza difensiva; la promozione di un’unità dell’Europa che ha interrotto secoli di guerre tra europei; il neoatlantismo, che coniugava fedeltà agli alleati e apertura verso i Paesi del Terzo mondo; una politica di mediazione e di pace in Medio Oriente; la crescente partecipazione a iniziative di peace keeping ecc. Questa politica estera ha contribuito a rafforzare un ordine internazionale orientato verso la pace.
La Seconda Repubblica ha seguito in gran parte la politica dei decenni precedenti, ma con incertezze e sbandamenti. Lo ha fatto anche l’attuale governo, ma con maggiore tiepidezza e mischiando l’eredità della prima fase repubblicana con spezzoni di politica nazionalista, quando ha cercato un velleitario prestigio nazionale, ha inseguito l’illusione di un’Italia peso determinante, si è proposto come mediatore tra il Paese più aggressivo e chi difende l’ordine internazionale, ha scelto di stare dalla parte di chi appare il più forte. Ora però sul piano internazionale si va imponendo quella che si potrebbe definire la politica della guerra continua. La perseguono Putin, Netanyahu, Trump e molti altri. L’attuale presidente americano, in particolare, ha bombardato in dodici mesi sette Paesi: Yemen, Iraq, Somalia, Nigeria, Siria, Venezuela, Iran e ha preannunciato di voler intervenire – come? – su Cuba. Come ha segnalato il Presidente Mattarella, si muovono oggi anche nuovi “soggetti tecnologici e finanziari” che pretendono “di abbattere gli impegni assunti dopo la Seconda Guerra mondiale per dare ordine ai rapporti internazionali” agendo “al di fuori delle regole degli Stati e di organismi sovranazionali, erodendo la sovranità dei primi e il crescente ruolo positivo dei secondi”. La crisi dell’ordine internazionale esige sempre di più che si prenda chiaramente posizione.
Finora in Italia sono prevalsi scostamenti tattici e denunce retoriche. Ma non basta affermare (giustamente) che non vogliamo essere coinvolti nella guerra in Iran, se chi ci coinvolge nei fatti non chiede il permesso e neanche informa preventivamente. Non basta invocare (giustamente) dialogo e diplomazia, quando gli attori che contano usano la diplomazia per nascondere intenzioni di guerra. Non basta neanche, come fa l’opposizione, denunciare (giustamente) la violazione del diritto internazionale o invocare (giustamente) la pace in Ucraina e in Medio Oriente. Neppure pretendere un’Italia non subalterna a nessuno è una soluzione: il sovranismo è un progetto velleitario, sia quando è di destra sia quando è di sinistra. Non c’è niente di male e spesso è necessario seguire la politica di un alleato di cui si condividono gli obiettivi di fondo. Il punto è che oggi gli alleati di ieri stanno prendendo strade diverse: non gli Stati Uniti ma la loro attuale leadership ha deciso di rompere con l’Europa, in cui da secoli si cerca di immaginare la pace perpetua e che da ottant’anni si fonda sulla pace. Occorre una solida politica estera che guidi l’Italia in mari tempestosi e, anche se il mondo di oggi è molto diverso da quello del XX secolo, l’alternativa di fondo tra le due linee tradizionali della politica estera italiana è ancora attuale.

© RIPRODUZIONE RISERVATA