La trappola strategica dell'Iran alle monarchie del Golfo
Subire o reagire? Sul piano politico e d’immagine, i Paesi dell’area non possono continuare a subire attacchi che ne minano sovranità, sicurezza ed economia. Se, però, reagissero militarmente rischierebbero di peggiorare la situazione con un'escalation

La guerra di Israele e Stati Uniti all’Iran, e la conseguente ritorsione senza regole della Repubblica islamica, mettono i Paesi del Golfo e l’Europa di fronte a scelte molto difficili. Scelte, finora dilemmi, che peseranno sul futuro. I contesti sono diversi. Per molte città arabe del Golfo, come Dubai, Doha e Kuwait City, gli alert sui cellulari e il rumore della guerra nei cieli, con la contraerea che intercetta gran parte dei droni e missili iraniani (ma non può neutralizzarne i pericolosi frammenti), sono diventati realtà quotidiana. Per i Paesi europei, la nuova guerra nel Golfo non è un’esperienza diretta (a Cipro però un drone ha colpito una base inglese), ma sembra ancora più vicina di quanto sia per geografia, dati gli stretti legami economici, turistici e umani che Paesi europei e del Golfo hanno sviluppato. La ritorsione di Teheran ha messo le monarchie dell’area in una trappola strategica. La Repubblica islamica le accusa di permettere agli americani l’utilizzo delle basi militari contro l’Iran: loro negano. Da subito, Teheran ha però mirato anche a obiettivi civili: le ambasciate americane e soprattutto aeroporti e porti, siti energetici e di desalinizzazione per l’acqua, persino hotel e quartieri residenziali.
La trappola strategica in cui Teheran ha infilato i Paesi del Golfo si può sintetizzare così: subire costa molto, reagire costerebbe ancora di più. Sul piano politico e d’immagine, le monarchie dell’area non possono continuare a subire attacchi che ne minano sovranità e sicurezza nazionale, paralizzando economia tradizionale (energia) e nuova (connettività). Se, però, le monarchie reagissero militarmente per autodifesa rischierebbero di peggiorare la situazione allargando la guerra e aumentando i danni umani ed economici. Da qui nasce il dilemma per le leadership del Golfo: l’unica certezza è che «siamo in tempo di guerra», ha detto il presidente degli Emirati Arabi visitando alcuni feriti. Gli Emirati, e la loro capitale commerciale Dubai, sono i più bersagliati: hanno firmato gli Accordi di Abramo con Israele. Poi ci sono il Kuwait, che confina pericolosamente con l’Iraq di fatto governato dalle milizie sciite filo-Teheran, il Bahrein (che riconosce Israele) e il Qatar. Meno colpita l’Arabia Saudita, che ha un territorio molto più grande, che ha comunque dovuto fermare la più grande raffineria petrolifera. Persino il mediatore Oman ha subito qualche attacco ai porti. Di fronte a questa realtà, cresce il dilemma dell’Europa divenuta, di crisi in crisi, un partner strategico delle monarchie. Prima la ricerca di idrocarburi dopo l’invasione russa dell’Ucraina (2022), poi il ruolo del Golfo come mediatore nelle guerre mediorientali (dal 2023), infine i dazi di Trump a spingere le imprese europee in quei mercati (2025). Pertanto, sostenere l’autodifesa delle monarchie sotto attacco rientra negli interessi strategici europei.
Ma l’Europa è in grado di aiutare i Paesi del Golfo a difendersi meglio – e soprattutto più a lungo – mentre sosteniamo già l’Ucraina aggredita e stiamo potenziando – ognuno per sé – la nostra difesa? Legare l’aiuto difensivo per le monarchie del Golfo alla stessa sicurezza europea, come nei fatti è, avrebbe senso politico e geopolitico. Tuttavia, c’è il rischio di esporci su troppi fronti insieme, in un quadrante altamente instabile in cui ora sono Israele e Stati Uniti a dare le carte. Ricordo quando alcuni colleghi, ricercatori emiratini e sauditi, mi dicevano, era quasi un anno fa, che stavolta fra Trump e l’Iran sarebbe stato diverso, senza le tensioni e le minacce da «massima pressione» del primo mandato perché, ragionavano, «stavolta noi parliamo con Teheran». Aver ripreso il dialogo con l’Iran li faceva sentire sufficientemente sicuri, anche se non a rischio-zero, e influenti. Ora nel Golfo c’è rabbia verso la ritorsione iraniana, ma in parte anche verso Israele e l’alleato americano che insieme hanno “sabotato” la fragile diplomazia fra arabi e iraniani, attaccando a negoziati in corso. Forse è alla diplomazia che si dovrà tornare, per far uscire tutti da dilemmi e trappole.
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