Troppa guerra in giro, ci mancano le parole. Come (e dove) ritrovarle?

L’incombere delle guerre, con l’ultima in Iran dagli incertissimi sviluppi, è una presenza ormai permanente nella nostra vita. E il groviglio di questioni complesse – come in Medio Oriente – rende difficile trovare le parole giuste da pensare e da dire. Ma ce le facciamo prestare dal Papa
March 10, 2026
Troppa guerra in giro, ci mancano le parole. Come (e dove) ritrovarle?
Un jet decolla dalla portaerei americana Gerald Ford per una missione in Iran / REUTERS
Ci mancano le parole. Troppa guerra c’è in giro, e troppo aggrovigliata nel suo tentare di persuaderci che c’è “un buon motivo” per farla. Non ci incantano, non più. Ma le parole per dirlo, quella è tutta un’altra cosa. E allora dobbiamo cercarle dentro noi, liberandoci da un certo dovere compulsivo di schierarci di qua o di là, con le conseguenti targhe che definiscono chi sta con chi, anche senza volerlo. Lì le parole non si trovano: non quelle giuste e vere, almeno. E allora, dove sono le parole per dire adesso in modo persuasivo che a noi la guerra fa orrore, che non ne possiamo più? Trovate voi un’alternativa, ci diranno quelli che hanno deciso o condividono anche questa ultima (ma non è mai l’ultima) in Iran. Così la cerchiamo, ma dentro di noi. Perché è lì che la guerra si è infilata, come una cellula cancerosa.
La guerra è diventata lo scenario al quale ci siamo abituati, e dove la nostra vita continua a scorrere. Non la guerra a casa nostra, certo, ma dentro di noi: cerchiamo di non pensarci, di tenerla alla larga, ma è impossibile farla tacere. Ci è entrata nella testa e nella vita, come un mostro che si aggira da qualche parte senza che riusciamo a farlo scomparire con un semplice atto di volontà, come vorremmo. Anche perché la guerra non finisce, si moltiplica, genera altri mostri anche peggiori. Prende nomi diversi, si sposta sul mappamondo, ma sappiamo che è sempre guerra. Ci ha abituati al suo volto mostruoso: macerie, profughi, fiamme, disperazione, lo spiegamento di armi di ogni tipo, tutte all’opera per generare altre macerie e altro dolore. E anche se ormai si assottiglia il numero di chi tra noi ha esperienza diretta di questo orrore, e può dirci com’è viverci dentro, sappiamo ormai bene cosa significa. È come una malattia, anche se non provi dolore devi conviverci sperando che un bel giorno ti dicano che sei guarito. O che la guerra, ogni guerra, non c’è più. E invece, durante i quattro anni di Ucraina ecco Gaza, e se Gaza abbassa il volume dopo mesi di frastuono arriva l’Iran, inarrestabile. E se appena allarghiamo lo sguardo, sappiamo molto bene che ci sono altre guerre, dal Sudan al Corno d’Africa al Pakistan alla Cambogia... Come possiamo vivere dentro questo infinito presente bellico, sopportando il senso di impotenza, l’impressione che nessuno stia cercando una vera via d’uscita, lo sconcerto al pensiero che la situazione possa sfuggire di mano a chi oggi ostenta la certezza di controllare la bestia?
Non è vero che siamo indifferenti: siamo angosciati, nel profondo. E cerchiamo di anestetizzare in qualche modo il dolore che procura la consapevolezza della guerra all’opera da qualche parte sempre più vicino a noi. Non è nemmeno vero che la guerra è altrove, perché ci si è infilata dentro, non vuole saperne di lasciarci stare, ci tormenta con tutte le sue oscene notizie di violenza, di distruzione, di morte. Ci chiede una risposta, almeno di «responsabilità morale», come ha detto il Papa all’Angelus il 1° marzo, «prima che diventi una voragine irreparabile». Nel mondo, e nel nostro cuore. Che sente indispensabile e urgente – la sola cosa chiaramente vera e giusta – vedersi aprire «uno spazio di dialogo, nel quale si possa sentire la voce dei popoli», con le parole di Leone domenica scorsa.
La guerra in Iran ha scoperto la ferita interiore che ci portiamo da troppo tempo: abbiamo paura della guerra, ci spaventa, la detestiamo, ma non riusciamo a farla smettere. Nessuno può dire di essere contento perché ci sono tante guerre, nemmeno di una tra tutte perché sarebbe “necessaria” o “inevitabile”. Il pensiero che quella in Iran possa essere una guerra “a fin di bene” per far cadere un regime totalitario e liberticida fa a pugni con l’evidenza di altre illusioni simili degli ultimi decenni. Possiamo ancora credere che esista “l’ultima delle guerre”, necessaria a far nascere una grande pace definitiva? Questa guerra iraniana senza una soluzione all’orizzonte e con le angoscianti incognite di un estendersi incontrollato dell’incendio (la storia offre un vasto campionario di situazioni analoghe finite malissimo) non sembra potersi candidare a essere “giusta” perché ha deposto un tiranno. Un regime che da decenni affonda gli artigli in una società vitale, creativa e forte come quella iraniana per piegarla col terrore alla sua volontà di potere ha finito per alterarne profondamente la fisionomia, come ci raccontano i magnifici film dei registi di Teheran (Un semplice incidente di Jafar Panahi, o Il seme del fico sacro di Mohammad Rasoulof, solo per citare gli ultimi, eloquentissimi in proposito). Può davvero essere un’alluvione di bombe a renderla nuovamente libera e fiera di sé?
La misura della complessità che segna questo nostro tempo pare colma tanto da ammutolirci, lasciandoci l’impressione che la sola speranza sia che finiscano alla svelta, chi sta attaccando si dichiari soddisfatto e tolga il dito dal grilletto. Ma è tutta qui, la nostra parola: “Fate presto?”. E allora l’ansia di pace, così divorante oggi ma anche così esigente da pretendere parole all’altezza, ci fa guardare alla sola parola sensata ora per il credente: la preghiera di Leone XIV, l’atto silenzioso ed eloquente di chi piange con chi piange. Un gesto che la Chiesa italiana ci chiede di fare nostro, insieme al digiuno, nel venerdì che viene. «Donaci la tua pace e la forza per renderla reale nella storia», prega il Papa. Come? Anche con «ogni parola gentile, ogni gesto di riconciliazione, ogni scelta di dialogo», tutti «semi di un mondo nuovo». Portiamo questa preghiera con noi. Perché il Dio che vogliamo e dobbiamo annunciare è «Signore della Vita». Ed è la sola parola che conta.

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