Premio Oscar alla guerra
Dalla “non-pace” al conflitto aperto: l’attacco all’Iran e la militarizzazione delle relazioni internazionali segnano il declino della diplomazia e mostrano i limiti dei cambi di regime

Papa Francesco diceva, già nel 2014, che il mondo vive in una sorta di guerra mondiale a pezzi. Siamo oggi, forse, in una situazione diversa. Abbiamo davanti ai nostri occhi, piuttosto, pezzi di una guerra mondiale. Una guerra strisciante, fatta di conflitti armati, ma anche, e forse soprattutto, della militarizzazione delle relazioni internazionali. In un certo modo, siamo entrati nell’era della post-diplomazia (o, meglio, dell’anti-diplomazia) di cui l’attacco israelo-americano all’Iran non è che un capitolo ulteriore, di enorme gravità e dalle profonde implicazioni per la politica globale.
Qualche anno fa lo studioso Mark Leonard parlava dell’età della non-pace, cioè una congiuntura storica in cui erano presenti, al contempo, e in modo contraddittorio, sia un’accresciuta competizione mondiale, sia una connessione senza precedenti tra le aree del pianeta, e che paradossalmente fosse proprio un alto livello di interconnessione ad amplificare attività ostili. Tuttavia, Leonard si sbagliava su un punto, perché accanto alla non-pace identificava nel suo correlato, la non-guerra (cioè l’area grigia di un conflitto non dichiarato e non necessariamente armato) il carattere saliente delle relazioni internazionali di questo primo quarto del XXI secolo. Oggi purtroppo la non-guerra si trasforma decisamente in guerra aperta, della specie più letale e distruttiva.
Siamo in una condizione nella quale la trattativa spesso serve come mera messa in scena, quando in realtà le decisioni cruciali sono già state prese nel segreto dei gabinetti di guerra. Se questo è il caso, allora più che di premio Nobel dovremmo parlare di premio Oscar per gli sceneggiatori dei conflitti neo-imperiali. Dopo la ri-denominazione del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti in Dipartimento della Guerra, toccherà forse allo State Department, il Dipartimento di Stato (il Ministero degli Esteri) ad essere dispregiativamente ridenominato – nonostante i validissimi diplomatici americani – Talk Department, Ministero delle Chiacchiere? Rischiamo di fare ancora una volta un torto a Kant, ma abbiamo assistito ad una sorta di implicita “critica della ragione diplomatica”, condotta dall’interno di cancellerie e nuovi centri egemonici, non tanto con teorie, ma con argomenti fin troppo concreti: flotte, missili, droni, bombe e algoritmi armati.
Su questo sfondo, con un misto di fervore bellico e zelo umanitario selettivo si ridicolizzano e si definiscono come imbelli le posizioni di quanti dubitano che la nuova guerra arbitraria condotta da Israele e Stati Uniti (esattamente in quest’ordine) possa produrre risultati duraturi e inclusivi. Sarebbe forse utile, piuttosto, tirar fuori dagli scaffali qualche buon libro di storia, o almeno – specie per i commentatori militaristi – rileggere la cronaca degli scorsi decenni. Un grande esperto americano, Phil Gordon, qualche anno fa (2020) pubblicò un volume assai istruttivo, intitolato Losing the long game (“Perdere nel lungo periodo”), che è una sorta di “cripta dei cappuccini” ove sono esposte le spoglie di tutti i cambiamenti di regime promossi dagli Stati Uniti nel Medio Oriente a cominciare addirittura dal 1953, proprio in Iran (in senso però contrario alla democrazia). Sorvolando sulle regressioni autoritarie promosse o tollerate durante la Guerra fredda, l’obiettivo di favorire, specie nei regimi repressivi e violenti, il passaggio dalle pallottole alle urne (“from bullets to ballots”) si è dimostrato non scontato e non sempre lineare. Richiede, per essere credibile, rigore etico, principi giuridici saldi, rispetto delle istituzioni multilaterali, senso del limite, responsabilità verso i civili (anche in questa guerra “vittime collaterali”), pazienza strategica, un ingaggio disinteressato, sostegno delle forze migliori della società civile e programmi di smobilitazione, disarmo e riconciliazione. In altre parole, ci sarebbe bisogno di iper-diplomazia, non di anti-diplomazia, che appare purtroppo la cifra di questa quarta guerra del Golfo. Ad esempio, l’idea di armare i curdi della regione contro il regime è una ricetta per nuove profonde fratture. Il popolo iraniano merita un futuro di libertà e di pace, ma c’è da chiedersi se saranno i cinici apprendisti stregoni, cultori di videogiochi marziali e unilateralisti di Tel Aviv e Washington a propiziarlo.
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