A Minab oggi come a Gorla ieri. Agnello fra gli agnelli
Un errore di un millimetro nei radar dei piloti: 150 bambine morte. Mi torna in mente la scuola elementare colpita alla periferia di Milano il 20 ottobre 1944. Gli aerei Alleati miravano allo scalo ferroviario poco lontano. Ecco allora quella domanda su Dio. E vedo Cristo, lì con loro

A una prima rapida occhiata, quella foto sul web mi era parsa un quadro: una metafisica postmoderna, la facciata di una immensa casa con cento finestre nere. Come un Palazzo della Morte. Poi ho ingrandito, e ho visto le ruspe. Dal satellite erano piccole come giocattoli. Le finestre non erano finestre, ma fosse: cento fosse scavate in una notte. Centocinquanta, anzi. Centocinquanta fosse in attesa delle bambine della scuola di Minab, in Iran. L’istituto era attiguo a una caserma di Pasdaran. «Forse è stato un nostro errore», ha dichiarato venerdì, quasi a bassa voce, il Pentagono.
Negli schermi davanti agli occhi dei piloti, la differenza di un millimetro. Un millimetro: lo schianto feroce sulle aule dove 150 bambine ascoltavano la maestra. In un video dalla città i soccorritori impotenti gridano, le mani spalancate nei capelli. Un padre sfoglia, attonito, un album di disegni che l’esplosione ha proiettato fuori dalle macerie. Centocinquanta, tutte le bambine di un quartiere sono morte. Mi torna in mente Gorla. Periferia di Milano, 20 ottobre 1944, le 11 e 29 del mattino, una scuola elementare. Gli aerei Alleati miravano allo scalo ferroviario poco lontano. Un errore. Centottantaquattro bambini, e gli insegnanti. Ho visto una foto del funerale, in Duomo: quali occhi, quali facce avevano i milanesi in Duomo, quel giorno. Facce tracimanti di dolore e pietà, e anche di rabbia. Sì, rabbia verso Dio – che aveva lasciato fare.
Lo capisco bene. Anche io, guardando oggi quei 150 piccoli sacchi neri in fila, dal dolore tendo alla rabbia. Del resto, è una faccenda antica: «Se tu squarciassi i cieli e scendessi», invocava Isaia. Insomma, scendi, mostrati, falcia i cattivi, proteggi gli innocenti. E invece no. Dopo lo spaventevole fragore delle bombe quell’istante di silenzio, in una nuvola accecante di polvere. A Minab, come a Gorla ieri. L’attimo in cui chi è vivo accorre, urla, si lancia verso le macerie, impotente. E già una domanda lacera: Dio, dov’era. (E noi, dove eravamo? Intenti al nostro fare quotidiano, nel bene e nel male, che poi si mescolano, così che nessuno è incontaminato. Noi, comunque, siamo poveri uomini. Ma Dio, che poteva impedire questo strazio, dov’era?). Non so. Non capisco. «I miei pensieri non sono i vostri pensieri”, ci è stato detto – come un’ implacabile parete di roccia che ci si alza davanti. Inutile cercare di arrampicarsi, di capire. Altri dai nostri, i suoi pensieri.
Ma, dopo tanti attacchi di rabbia in una vita intera, credo si sapere dov’era Cristo, il Dio fattosi uomo, fattosi figlio degli uomini, in quei giorni di strage. Il “mio” Cristo, quello in cui confido dopo aspre e ostinate domande, era lì. Fra i grembiuli bianchi e blu dei bambini di Gorla, che alla sirena dell’allarme scendevano le scale verso il rifugio, di corsa. Magari ridendo: a sei anni non si concepisce la morte. Cristo era con loro. Ed era a Minab, l’altra mattina. Perché gli uomini la guerra la ricominciano sempre, e sempre sono tutti certi di avere ragione. E, ancora una volta, lo scandalo del dolore innocente. (Questione di un millimetro. Alla velocità cui volano i cacciabombardieri, un nulla).
Ma il Cristo che io conosco l’altra mattina era con le bambine di Minab. Islamiche? Creature, dunque figlie sue. Con loro nel panico, nell’inutile fuga, nelle ore interminabili in cui le macerie soffocavano quelle ancora vive. Cristo agnello fra gli agnelli, per sempre. Come se il Venerdì Santo e il buio della notte del Sabato si perpetuassero nella sofferenza degli innocenti e dei bambini. Cristo risorto e vivo è qui, tra le madri del Terzo Mondo che non hanno più latte per i figli. Non so spiegarlo, e immagino che l’idea sia teologicamente contestabile. Dov’era, in certe ore, il Dio dell’Universo, non so. Ma il Figlio, il Dio nato bambino, era, è, agnello, tra i bambini e i miserabili di Gaza e del Donbass e dello Yemen. Come diceva il poeta Charles Peguy, con sfrontata certezza: «Lui è qui».
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