Dottrina sociale, la “conversione” del Concilio. Perché il mondo non è un nemico
Nel costruirsi del pensiero della Chiesa sulla società e l’economia il Vaticano II rappresenta la pacificazione con una realtà alla quale si guarda con il desiderio di condividere tutto ciò che attraversa l’umanità. Un paradigma nuovo che introduce una stagione profetica

Pietro Pavan, uno dei teologi più influenti nel magistero sociale di Giovanni XXIII, “perito conciliare” e membro della commissione incaricata di preparare il Proemio e alcuni capitoli della costituzione Gaudium et spes del Concilio Vaticano II, così scriveva nel 1950: «Nelle economie esistenti è in atto un immane travaglioso processo di riassestamento. Da molti segni sembra si possa dire che ci si sta incamminando verso l’instaurazione di un ordine economico sociale più umano, quasi in risposta ad un sempre più vivido anelito dei popoli per una maggiore giustizia» (L’uomo nel mondo economico). Il Concilio colse questo vivido anelito dei popoli, e così sperimentò una grande risurrezione nell’atteggiamento della Chiesa cattolica nei confronti della Modernità e delle sue domande.
Uno spirito che ritroviamo già nel Proemio della Gaudium et spes, uno dei più belli e potenti testi della storia della Chiesa: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore». Da cui discende che «la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia» (n.1). Una pagina stupenda, tutta profezia, aria aperta e pura. Siamo entrati veramente e finalmente in un altro mondo, in un’altra epoca, e lo si coglie anche dai destinatari ai quali sono indirizzati i documenti del Concilio: «Il Concilio Vaticano II non esita ora a rivolgere la sua parola non più ai soli figli della Chiesa e a tutti coloro che invocano il nome di Cristo, ma a tutti gli uomini... Il mondo che esso ha presente è perciò quello degli uomini, ossia l’intera famiglia umana» (n.2). Il dialogo con il mondo nuovo è finalmente iniziato: «Il Concilio non potrebbe dare una dimostrazione più eloquente di solidarietà, di rispetto e d’amore verso l’intera famiglia umana, dentro la quale è inserito, che instaurando con questa un dialogo sui vari problemi... Si tratta di salvare l’uomo, si tratta di edificare l’umana società» (n.3). È annunciato il nuovo tempo della cooperazione sincera: «Pertanto il santo Concilio offre all’umanità la cooperazione sincera della Chiesa, al fine d’instaurare quella fraternità universale che corrisponda a tale vocazione» (n.4).
Il mondo, dopo le guerre, le dittature e i lager, è cambiato, e la Chiesa è cambiata con esso. E fu metànoia. Per una irruzione potente dello spirito, quell’assemblea ecumenica trascese sé stessa e intuì che il mondo non era soltanto né principalmente il regno del nemico, la città di Satana, ma luogo creato da Dio e abitato dall’adam, creato a sua immagine. Il cristiano guardò il volto dell’uomo del suo tempo e vi riconobbe il suo stesso volto, le sue stesse bellezze e i suoi stessi peccati. Con questo nuovo sguardo terminò la lunga stagione del dualismo Chiesa-Mondo e iniziò la dinamica Chiesa-Regno. Anche quel dualismo è presente nei Vangeli (Giovanni), lo sappiamo; ma non è mai stata una bella idea mettere il Vangelo in conflitto con la Genesi e con la sua visione della creazione dell’uomo come cosa «molto buona e bella» (Gn 1,31): non conviene a nessuno, o forse conviene solo al “diavolo” che si ritrova “padrone del mondo”, legittimo perché legittimato.
Ora le “cose nuove” sono viste come cose buone, e leggendo lo spirito e il tono della Rerum novarum sembrano passati molti secoli, e non appena settant’anni: «Ciò che altre volte facemmo a bene della Chiesa e a comune salvezza con le nostre lettere encicliche sui Poteri pubblici, la Libertà umana, la Costituzione cristiana degli Stati, ed altri simili argomenti che ci parvero opportuni ad abbattere errori funesti, la medesima cosa crediamo di dover fare adesso per gli stessi motivi sulla questione operaia» (n.1). Il Concilio ora non scrive più per «abbattere errori funesti», ma per cooperare sinceramente con l’umanità che guarda con sguardo positivo e incoraggiante. Le vette teologiche, antropologiche e sociali toccate dal Concilio restano ancora insuperate: «Ecco esplodere una nuova risurrezione storica del Cristo Mistico: il Concilio Vaticano II e papa Roncalli, risurrezione non ancora conclusa» (Pietro Pavan, Chiesa fermento, 1987).
Cambia radicalmente anche l’atteggiamento nei confronti della diseguaglianza tra gli uomini che ora si allarga a quella tra i popoli. Nella Sertum laetitiae di Pio XII, nel 1939, ancora leggevamo: «Le memorie di ogni età testimoniano che vi sono sempre stati ricchi e poveri; e l’inflessibile condizione delle cose umane fa prevedere che così sempre sarà. Degni di onore sono i poveri che temono Dio, perché di loro è il regno dei cieli e perché facilmente abbondano di grazie spirituali. I ricchi poi, se sono retti e probi, assolvono l’ufficio di dispensatori e procuratori dei doni terrestri di Dio; essi in qualità di ministri della Provvidenza aiutano gli indigenti, a mezzo dei quali spesso ricevono i doni che riguardano lo spirito e la cui mano li condurrà negli eterni tabernacoli». Nella Gaudium et spes tutto cambia radicalmente: «I Paesi in via di sviluppo desiderano partecipare ai benefici della civiltà moderna non solo sul piano politico ma anche economico. I popoli attanagliati dalla fame chiamano in causa i popoli più ricchi. Le donne rivendicano, là dove ancora non l’hanno raggiunta, la parità con gli uomini, non solo di diritto, ma anche di fatto. Operai e contadini non vogliono solo guadagnarsi il necessario per vivere, ma sviluppare la loro personalità col lavoro, anzi partecipare all’organizzazione della vita economica, sociale, politica e culturale» (n.9). I tempi sono veramente cambiati. Non si parte più dal dato di fatto dell’esistenza delle diseguaglianze per dire che “sarà sempre così”, e dal considerare i ricchi come “ministri della Provvidenza” senza mettere in discussione la loro ricchezza e la povertà degli altri. Non si chiamano i poveri “beati” lasciandoli poveri assistiti dai ricchi probi, ma si afferma che i poveri – individui e popoli – vogliono e devono cambiare la loro condizione, ridurre le “distanze”: «I popoli sono oggi persuasi che i benefici della civiltà possono e debbono realmente estendersi a tutti. Sotto tutte queste rivendicazioni si cela un’aspirazione più profonda e universale» (n.9).
L’importante elemento teologico e culturale che mancava al magistero sociale pre-conciliare era la consapevolezza che le diseguaglianze non sono tutte uguali, e che alcune possono essere ridotte dalla volontà politica dei popoli. Tra le diseguaglianze riducibili ci sono quelle economiche ed educative, che se ridotte ne riducono molte altre. Se una famiglia povera vive in un Paese dove è stata creata la scuola pubblica obbligatoria gratuita e universale, nella generazione successiva si ridurranno non solo le diseguaglianze economiche ma anche quelle educative, sociali, di talenti, di intelligenza, come ci insegna la storia dei popoli. Mio padre era cantoniere comunale e mia madre casalinga, grazie alla scuola pubblica italiana io sono professore universitario.
Senza entrare nel dibattito se l’evento del Concilio Vaticano II deve essere letto con una «Ermeneutica della riforma nella continuità» o con una «Ermeneutica della discontinuità» (Benedetto XVI, 2005), ciò che è certo è che se si trattò di riforma e non di discontinuità, quella fu una riforma di enorme portata, tale da equipararla a una rivoluzione, almeno per quanto concerne l’atteggiamento nei confronti delle domande dell’uomo moderno, dei popoli e dei poveri. Per questa ragione, nella lettura dell’evoluzione della Dottrina Sociale della Chiesa, la categoria della continuità aiuta poco e confonde. Le diseguaglianze, che sono il centro di ogni discorso di etica sociale, ora vengono criticate, invitando tutti, Chiesa e mondo, a ridurle. Lo leggiamo anche nella Populorum progressio, l’enciclica di Paolo VI che è la continuazione della Gaudium et spes: «Le disuguaglianze economiche, sociali e culturali troppo grandi tra popolo e popolo provocano tensioni e discordie, e mettono in pericolo la pace» (1967, 76). E per operare questa lotta alle diseguaglianze Paolo VI si rivolge, ancora, a tutti: «Cattolici, cristiani, tutti gli uomini di buona volontà» (n.85). Perché, «se lo sviluppo è il nuovo nome della pace, chi non vorrebbe cooperarvi con tutte le sue forze? Sì, tutti: noi vi invitiamo a rispondere al nostro grido di angoscia» (n.87). Una stagione profetica inedita e straordinaria, che ci chiama ancora. La terra intravista dal Concilio, è una terra del non-ancora. Perché dopo quella stagione sia il mondo che la Chiesa non sono stati sempre all’altezza delle grandi e profetiche promesse di uguaglianza, libertà e fraternità annunciate e vissute negli anni Sessanta. Le diseguaglianze sono di nuovo aumentate, e ultimamente, grazie alle nuove ideologie (leadership e meritocrazia), si dice che la diseguaglianza non è neanche un problema.
Attorno al Concilio la Chiesa cattolica moderna ha conosciuto forse la sua stagione più bella e feconda. Sono nati i grandi movimenti di massa, è iniziato un grande protagonismo di laici, donne e giovani che ha cambiato radicalmente il volto della Chiesa. Sono sorte iniziative, movimenti, istituzioni per incarnare e sviluppare le profezie sociali ed economiche del Concilio e della Popolurum Progressio. Sono gli anni della Teologia della liberazione, dei vescovi Helder Camara e Oscar Romero, delle Comunità ecclesiali di Base, di Paolo Freire e la Pedagogia degli oppressi, dei preti operai, della Celam e dell’opzione preferenziale per i poveri. In Italia sono gli anni di Barbiana, di padre Balducci e di La Pira. Lo spirito del Concilio divenne immediatamente anche spirito diverso di una nuova economia, che metteva in discussione il capitalismo, quindi le diseguaglianze. Fu una nuova “età assiale” di carismi sociali ed economici, che papa Francesco ha voluto continuare aggiungendo l’asse ambientale. Perché quando si inizia a risorgere, non si deve smettere più.
l.bruni@lumsa.it
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Temi






