Intramontabile Kafka: straniero, ma uno di noi
Le sue opere maggiori, portatrici di un’irriducibile soggettività moderna, vengono ora riproposte in traduzioni classiche introdotte da scrittori contemporanei

Intramontabile Kafka, come dimostrano i nuovi quattro variopinti volumi di ET Classici di Einaudi che offrono i testi più celebri del malinconico scrittore ebreo praghese, vissuto a cavallo tra Otto e Novecento, al crollo degli Imperi, tra cui quello asburgico, plurisecolare, di cui faceva parte Praga, splendida capitale del “Regno di Boemia”, la sua città amata-odiata. Eppure in quell’antico impero lui si sentiva straniero, come nota nella sua intensa introduzione al Castello Melania G. Mazzucco a proposito di K. il protagonista del romanzo, che ha tanto in comune con lo scrittore: « Scrostata di ogni contingenza, astratta dalla biografia di colui che la scrisse, dai riferimenti paradigmatici all’ebraismo dell’autore, alla cabala e alla teologia, liberata dal crepuscolo da fine del mondo del tempo che la generò, la storia di K. diventa una parabola universale sull’esclusione dell’Altro, che più di un secolo dopo ancora ci interroga e ci inquieta». Per Mazzucco la straordinarietà dell’opera di Kafka è appunto che essa trascende la biografia dell’ebreo tedesco di Praga, escluso, ripudiato dai tedeschi nazionalisti e dai cechi irredentisti, distante dagli ebrei ortodossi ancora presenti e vivi nei ghetti e negli shtetlach dell’Europa Orientale. La sua vita si sublima a biografia di tutti noi, stranieri, spesso, a noi stessi. Josef K. del Processo, Gregor Samsa della Metamorfosi, K. del Castello sono un unico grido, l’uguale dolore, l’estrema sofferenza macerata nel più atroce umorismo ebraico, quell’angoscia percepita dallo Straniero, «uno di troppo», come s’intitola la prefazione di Mazzucco, che propone anche lo sfondo metafisico, persino teologico, dell’escluso dalla comunità del villaggio e del Castello, che formano un’unità comunitaria, atavica, “pre-storica”, che non può concedere cittadinanza a K., all’agrimensore, all’uomo moderno con tutta la sua scienza, tecnica e strumenti. K., -come Josef K.- è l’uomo illuminista, che combatte con la sua ragione per affermare le sue ragioni in un mondo che ancora vive in un’età arcaica, che non sa nulla del soggettivismo, del suo dolore, della sua ontologica frammentarietà. Così conferma Paola Capriolo, nella sua postfazione al romanzo, (che ha meravigliosamente tradotto), a proposito di K.: «Il suo è un buon senso tipicamente moderno, egli si appella ad ogni piè sospinto ai propri diritti in un mondo in cui la logica dei diritti risulta del tutto inadeguata». È la coscienza infelice dell’uomo moderno che vive con dolore la genesi della coscienza, il sorgere della consapevolezza di essere per sempre separato dal tutto, dalla totalità primigenia, primordiale, quella ancora percepita all’inizio della vita, quella del mondo fiabesco che ognuno ha sperimentato nella prima infanzia. In questo senso, Il Castello «è una fiaba –scrive Mazzucco-. […] Ma Kafka vira la fiaba al nero, la dissacra e la decostruisce: non c’è premio al viaggio iniziatico, né vittoria né lieto fine né ritorno a casa». E in questo senso K. rispecchia la modernità illuministica del suo autore. Kafka, «uno di troppo», nella comunità e nell’umanità, è lo Straniero, la cui estraneità esplode persino nella perdita della forma umana, come succede a Gregor Samsa. La dimensione astorica, l’estraneità dal movimento della cultura, dalla progressione civile, dall’affermazione del soggetto come attore e protagonista si dilatano fino a travolgere l’essere esposto e abbandonato a se stesso, come conferma il destino stupefacente di Gregor Samsa, il cui nucleo profondo –come osserva Luigi Forte- è nell’umiliazione come esperienza definitiva, metafisica. Ecco, appunto, affiorare il «tema centrale della Metamorfosi e ragione stessa di quel corpo degradato. La metafora animale alimenta il mondo degli umiliati e offesi». Ma ciò è possibile solo attraverso la distruzione delle metafore per la metafora totale, assoluta: Gregor Samsa non è come un immane insetto, ma è l’immane insetto: «Le metafore non sono più un esercizio letterario ma carne viva», scrive nella sua introduzione Quanta vitalità in quell’insetto! Walter Siti, concludendo la sua lettura ‘rivoluzionaria’: «La metamorfosi è un testo pieno di slanci vitali – è la conseguenza di un amore ancora fresco, che poi si spegnerà tra incomprensioni e rinunce», nel finale perturbante della morte dell’insetto.
Josef K. nel Processo mantiene la forma umana, ma subisce un processo che dapprima stravolge la sua quotidianità per concludersi, nell’arco di un anno, nell’esecuzione capitale per una colpa non ammessa, non comunicata. Ecco l’autentico enigma del Processo, che viene presentato da Emanuele Trevi nell’insuperabile traduzione di Primo Levi. Nella introduzione Trevi si confronta con il romanzo e con la sua traduzione, entrambi capolavori, e propone cautamente, ma a ragione che: «forse Il processo è quanto di più simile a una tragedia classica potesse uscire dalla penna di un uomo integralmente moderno, cittadino solitario di una società disertata dagli dei, e governata da una fatalità che nessun sacrificio è ormai in grado di mitigare […] Un’idea del destino umano di cui da più di un secolo si fa carico ogni singolo lettore». E un lettore e traduttore speciale è stato Primo Levi. Trevi ricorda l’intuizione di Giulio Einaudi, il suo editore, che nel 1981 gli propose la traduzione: «Pensavo che Primo Levi si potesse identificare con il protagonista del romanzo». Certo è che tra l’autore e il suo traduttore s’instaurò per davvero una sorta di contesa, di duello per la sopravvivenza, che «a volte prende addirittura le sembianze di un appuntamento con il destino» e che produsse una delle più originali traduzioni del romanzo, una sorta di riscrittura e di libera interpretazione.
Qualcosa univa Kafka e Primo Levi, qualcosa che oggi è più che mai attuale: la convinzione che l’ebraismo fosse un destino diasporico, lontano dai progetti sionisti. In questo erano entrambi affini alla concezione della missione universale dell’ebraismo, che fu anche quella di Joseph Roth. Per lo scrittore torinese: «il meglio della cultura ebraica è legato al fatto di essere dispersa, policentrica». E ancora: «l’unico luogo reale in cui può esistere Israele è il cuore di ogni singolo ebreo giusto, dovunque egli viva». E tale tensione veniva vissuta dai entrambi gli scrittori con sofferenza fino alla disperazione. È quel dolore che per Primo Levi si coglie già dalla lettura del romanzo kafkiano: «libro saturo d’infelicità e di poesia». Quell’infelicità con cui Kafka tenta di fare i conti in quella lunga lettera non consegnata al padre. Nella collana, -riproposta nella ‘classica traduzione di Enrico Ganni (traduttore anche della Metamorfosi)- la Lettera al padre è introdotta con briosa eleganza da Paolo Giordano, che molto s’identifica col padre in una sorta di operazione di rispecchiamento e di catarsi. Il testo è arricchito da due interventi: quello, ‘canonico’ di Klaus Wagenbach che in anni lontani ci ha restituito tutta la praghesità di Kafka, nonché da un singolare frammento di una autobiografia ‘monstre’ (in nove volumi) di František X. Bašík, che era stato commesso nel “negozio di galanterie”, una specie di merceria elegante, di Hermann Kafka, il famoso, terribile padre. Bašík, appena quattordicenne, conobbe Franz, cui impartì, lui ragazzetto ceco, lezioni di ceco quando Franz era bambino. Ne esce un’immagine meno terribile, anzi quasi benevola di Hermann, che probabilmente aveva un approccio autoritario verso il primogenito maschio abbastanza comune all’epoca, negli anni in cui Freud intuiva e spiegava il complesso di Edipo. Questi testi, con le copertine allegre e vivaci, propongono le traduzioni ‘classiche’, quelle che ancora circolano e che hanno costruito per noi l’immagine di Kafka, lo straniero, il solitario, uno di troppo e insieme uno di noi: l’intramontabile Kafka.
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