Elvis Presley, la vera anima oltre il mito
In sala il travolgente documentario di Baz Luhrman "Epic - Elvis Presley in Concert" composto dai materiali d'archivio ritrovati durante la lavorazione del film "Elvis"

Elvis simbolo delle contraddizioni dell’America, nel bene e nel male, il “lampo di Memphis” capace di “leggere Corinzi 13”. Così Bono Vox descrive Elvis Presley nella poesia American David che scorre sui titoli di coda del documentario Epic – Elvis Presley in Concert di Baz Luhrmann. Ed è proprio da qui, che conviene partire per comprendere il senso più profondo del film arrivato nelle sale italiane il 5 marzo con Universal Pictures, accompagnato dall’uscita della colonna sonora in formato digitale e cd, mentre il doppio lp arriverà il 24 aprile.
Perché nel lavoro di Luhrmann – ben più di un semplice documentario musicale – emerge con chiarezza una dimensione spesso rimasta sullo sfondo nel racconto della leggenda di Elvis: la sua fede e il legame originario con il gospel. Prima ancora che il re del rock, Presley fu infatti un ragazzo cresciuto nelle chiese evangeliche pentecostali del Sud degli Stati Uniti. I suoi genitori, Gladys Love Smith e Vernon Elvis Presley, erano assidui frequentatori delle Assemblies of God, e proprio sui banchi della chiesa il giovane Elvis incontrò la musica che avrebbe segnato la sua vita. Non a caso portava sempre con sé una Bibbia e non smise mai di considerare il gospel come la sua radice più autentica.
Da ragazzo, raccontano le biografie, sgattaiolava anche nelle chiese afroamericane – cosa tutt’altro che scontata nell’America segregata degli anni Quaranta – per ascoltare la predicazione e soprattutto i grandi cori spiritual. Da quell’esperienza nacque un amore mai venuto meno. Nel film di Luhrmann questa dimensione spirituale riaffiora con una forza inattesa. Tra gli oltre settanta brani che scandiscono il racconto, si vede Elvis mentre prova con la band il canto natalizio Nearer My God To Thee, oppure quando intona con entusiasmo Oh Happy Day. E uno dei momenti più toccanti arriva con la sua interpretazione di How Great Thou Art, la grande lode cristiana che Presley trasformava in una confessione di fede quasi intima. Non è raro sentirlo, alla fine dei concerti, salutare il pubblico citando Dio o ringraziando il Signore.
È forse questa la sorpresa più grande di Epic – Elvis Presley in Concert: l’incontro diretto con un Elvis più personale, che si racconta tra una performance travolgente e l’altra, parlando dei suoi sogni, del rapporto con il pubblico e della musica che lo ha formato. Un Elvis lontano dalla caricatura della star decadente degli ultimi anni e più vicino all’uomo che cercava ancora un senso alla propria vocazione artistica.
Il progetto nasce quasi per caso. Durante le ricerche per il biopic Elvis, uscito nel 2022 con Austin Butler protagonista, Luhrmann si è imbattuto in una quantità enorme di materiali mai utilizzati. «Il biopic è nato più come un mio studio su Elvis, sull’impatto che ha avuto su di me da bambino – racconta il regista nell’incontro con la stampa internazionale –. Nel documentario invece, grazie a tutto questo materiale, volevamo che il pubblico vedesse l’uomo, per come era veramente».
Dalle 69 scatole contenenti circa 59 ore di negativi cinematografici conservati nei caveau della Warner Bros, a cui si aggiungono filmati in super8 provenienti da Graceland e quasi quaranta minuti di registrazioni audio mai ascoltate prima, è nato un racconto nuovo. «Alle proiezioni sento l’emozione delle persone nel conoscere Elvis in un modo mai visto prima. Si incontra un tipo davvero gentile e timido, empatico, ma anche divertente e buffo, che canta come un dio e ha l’aspetto di un dio», osserva Luhrmann.
Il concert film si concentra sull’ultima fase della vita artistica di Presley: quasi dieci anni di concerti incessanti, soprattutto tra Las Vegas – dal 1969 al 1976 – e le celebri esibizioni al Madison Square Garden nei primi anni Settanta. Ma il film non si limita alla spettacolarità delle performance. Lo spettatore entra nelle prove sul palco, nelle conversazioni con i musicisti, nei momenti condivisi con la famiglia. E attraverso continui flashback riemergono i passaggi decisivi della carriera: il successo travolgente degli anni Cinquanta, il servizio militare, le polemiche per quel modo di muoversi sul palco giudicato scandaloso, fino al complicato rapporto con Hollywood.
Intanto la musica resta il cuore pulsante del film. Luhrmann monta il materiale d’archivio trasformandolo in un’esperienza cinematografica immersiva, dove i nuovi remix e medley della colonna sonora creano un ponte tra la tradizione e una sensibilità contemporanea. Sul palco appare tutta la potenza della band che accompagnava Elvis: dal nucleo originario di chitarra, basso e batteria fino all’arrivo dei cori country e delle possenti armonie gospel.
Tra i momenti più impressionanti emerge il rapporto quasi fisico con il pubblico. Il regista usa un’immagine forte per descrivere questa dinamica: «Provoca nelle persone una sorta di febbre, ma lui si dona sempre completamente. È come una specie di agnello sacrificale che tutti “mangiano” spiritualmente». Il documentario diventa anche una sorta di viaggio immaginario verso un sogno che Elvis non riuscì mai a realizzare: quello di un tour mondiale fuori dagli Stati Uniti. «Ci siamo anche fatti le magliette con scritto “Elvis Presley – The World Tour”, quello che sognava ma che non ha mai fatto», racconta il regista. «Credo che all’inizio non pensasse di restare così a lungo a Las Vegas. Immaginava di andare in Europa, in Giappone, in Australia, in Sud America. A un certo punto però aveva iniziato a girare in tondo. Era come un uccello che sbatte contro una vetrata».
Una riflessione che lascia intravedere, senza insistere, anche la dimensione tragica degli ultimi anni dell’artista. «Se fosse riuscito a spiegare le ali e a uscire da quel circuito – suggerisce Luhrmann – forse le cose per lui non sarebbero peggiorate in quel modo».
Dopo tanti anni passati a lavorare sull’icona Presley, il regista australiano ammette che il progetto ha avuto anche un significato personale. «Da bambino sognavo un giorno di conoscere Elvis e diventare suo amico. Quando ho iniziato questi film non era quello che cercavo di fare. Ma ora, in qualche modo, sento come se lo avessi davvero incontrato».
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