Orain: «Come è vecchio il capitalismo delle big tech»

Parla l’economista francese: «Monopolismo, approccio predatorio, attributi sovrani: entità come Amazon e Meta replicano un modello coloniale e imperialista settecentesco. Ma una via di uscita c’è»
March 6, 2026
Orain: «Come è vecchio il capitalismo delle big tech»
/ unsplah
Davvero il capitalismo sta entrando in crisi come dimostrerebbero le politiche sovraniste, come pensano alcuni, o non siamo invece assistendo al profilarsi di un altro tipo di capitalismo? Ne parliamo con Arnaud Orain, economista e storico, direttore di studi all’École des Hautes Études en Sciences Sociales e autore di La confisca del mondo. Storia del capitalismo della finitudine (pp. 288, euro 28) appena pubblicato da Einaudi.
Che cosa intende, professore, con l’espressione capitalismo della finitudine e in cosa si distingue dal neoliberalismo?
Il capitalismo neoliberale promette, se la concorrenza e il libero scambio vengono rispettati, una crescita globale e continua della ricchezza per gli individui, le imprese e gli Stati. Il capitalismo della finitudine, al contrario, concepisce l’economia come un gioco a somma zero, vale a dire che ciò che uno guadagna, l’altro lo perde. Ora che la crescita globale della ricchezza non ha più senso, il capitalismo della finitudine, sviluppatosi già tra il XVII e l’inizio del XIX secolo e dal 1880 al 1945, sta riapparendo, e questo da circa dieci anni. Questo tipo di capitalismo fa capolino quando diversi rivali di pari livello ritengono che ci siano, a fronte di troppi produttori, mercati, cibo e materie prime insufficienti per tutti.
Quali sono le caratteristiche del capitalismo della finitudine?
Ne individuo tre. La prima riguarda gli oceani. Col capitalismo della finitudine non esiste una potenza marittima egemone che, se ci fosse, comunque sarebbe contrastata da rivali sistemici. Viceversa, ai tempi del capitalismo liberale, questa c’è stata, la Gran Bretagna nel XIX secolo e gli Stati Uniti dopo il 1945. La seconda caratteristica relega in secondo piano il principio della concorrenza. Non si acquista al prezzo più basso ma si garantisce l’approvvigionamento producendo il più possibile in patria attraverso monopoli giganti e dazi doganali. La terza caratteristica è un approccio predatorio. Non ci si affida più ai mercati per appropriarsi di cibo e materie prime, ma si accaparrano direttamente terre d’oltremare per ricavarne risorse e costituire dei “silos imperiali”, zone di scambio con i propri vassalli o colonie.
Tra il XVI e XVIII secolo, come si manifestava il capitalismo della finitudine?
Per esempio con le compagnie delle Indie dell'epoca, che erano sia commerciali che sovrane, esercitavano direttamente la giustizia, possedevano un esercito e battevano moneta. Svolgevano le loro attività in regime di monopolio, poiché la concorrenza era considerata deleteria. Questo capitalismo si manifestava anche attraverso forti dazi doganali, rivalità sui mari, manifatture privilegiate e una concezione autarchica dell’economia.
In che modo tra il 1880 e il 1945, con il protezionismo e gli «egoismi sacri», si realizza l’accaparramento delle risorse che lei descrive?
Dopo la “speranza liberale” del periodo 1850-1870, si assiste alla ricomparsa di una nuova corsa imperiale, con un rafforzamento dei patti coloniali, costringendo le colonie a commerciare solo con la loro metropoli. Contemporaneamente vengono reintrodotte o rafforzate le politiche doganali e i mari tornano ad essere luoghi di attrito tra le grandi potenze. Gli anni Trenta del Novecento costituiscono l’apice del fenomeno, con la Germania nazista e la ricerca del Lebensraum, ma anche il ripiegamento degli scambi sugli imperi.
Dal 2010 ad oggi, quali esempi concreti illustrano il ritorno di questo capitalismo?
Assistiamo al ritorno del protezionismo, ovviamente. Ma anche ritroviamo tentativi di rilocalizzazione il cosiddetto reshoring e di messa in sicurezza delle catene del valore, chiamato friendshoring, o ancora ci imbattiamo nelle velleità neocoloniali su miniere, terreni e infrastrutture. La Belt and Road Initiative cinese e i tentativi americani di recuperare beni strategici nel proprio cortile di casa. Così con il Canale di Panama, il petrolio venezuelano o metalli rari della Groenlandia. Le nuove società-Stato come Starlink, Meta, ecc., mezzo commerciali e mezzo statali, ne sono un altro sintomo.
Perché il neoliberismo genera la propria fine, come suggerisce Karl Polanyi, e conduce al capitalismo della finitudine?
Ogni volta che il libero scambio si diffonde, come nel XIX secolo e alla fine del XX secolo, permette l’emergere di nuove potenze industriali. Queste potenze sottraggono quindi quote di mercato e risorse alla potenza egemone mondiale, l’Inghilterra nel primo periodo, gli Stati Uniti nel secondo. La Germania, il Giappone e gli Stati Uniti alla fine del XIX secolo e la Cina oggi sviluppano fortemente le loro forze navali, civili e militari. Cercano oltreoceano mercati, cibo e materie prime. I vincitori di ieri si sentono destabilizzati e vogliono cambiare le regole del gioco. Il liberalismo distrugge parte della loro industria e del loro potere, e loro vogliono porvi fine.
In che modo le grandi aziende tecnologiche, come Amazon o SpaceX, acquisiscono attributi sovrani simili a quelli delle compagnie coloniali del passato?
Sono diventate dei monopoli a causa della debole applicazione in America delle leggi antitrust, come avvenne per le compagnie delle Indie del XVII e XVIII secolo. Hanno poi sviluppato attributi sovrani, controllo dello spazio pubblico, con accade con X per esempio, di satelliti, cavi sottomarini, banche dati, ecc. I loro dirigenti sono quasi dei capi di Stato, intervengono nella guerra e nella diplomazia.
Il libro si conclude evocando un’“economia dei quattro elementi” (acqua, terra, aria, fuoco). Quale alternativa propone per evitare che la crisi ecologica alimenti solo nuove forme di imperialismo e violenza?
Bisogna seguire due strade principali. La prima è quella della decrescita di gran parte dei nostri consumi e delle nostre produzioni. Piuttosto che elettrificare tutto ciò che può essere elettrificato, le nostre società dovrebbero chiedersi, democraticamente, di cosa abbiamo veramente bisogno. Le automobili individuali e l'intelligenza artificiale ci rendono più felici? La seconda strada è quella dell'istruzione e della scienza. Non esiste la società da un lato e la natura dall’altro. Dobbiamo rifondare l'istruzione e le scienze che pensare insieme gli esseri umani e i non umani.
Il ciclo del capitalismo che alterna fasi liberali e fasi di finitudine può essere interrotto?
Il ciclo può essere sconfitto. Molteplici movimenti sociali mettono in discussione il nostro rapporto strumentale con i non umani, così come il futuro terrificante proposto dai capitalisti della tecnologia. E altre vie sono e saranno esplorate per uscire dal ciclo infernale dello sfruttamento e della distruzione degli esseri viventi.
 
 

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