La biologa Evangelista: «Vivere in Amazzonia, con un caimano per vicino»

di Emanuela Evangelista
Sulle palafitte la giornata è scandita da caccia, pesca e pericoli. Il racconto dell'attivista che abita dove l’uomo da millenni è tutt’uno con la natura
March 5, 2026
La biologa Evangelista: «Vivere in Amazzonia, con un caimano per vicino»
Lago Agrio, Nueva Loja, Ecuador/ Unsplash
Pubblichiamo di seguito un estratto da Stare al mondo. Ecologie dell’abitare e del convivere (Utet, pagine 128, euro 17,00) di Emanuela Evangelista, il nuovo volume antologico della collana Dialoghi di Pistoia. Il libro si sviluppa a partire dalle riflessioni maturate al festival di antropologia del contemporaneo di Pistoia, raccogliendo i saggi di alcuni degli ospiti dell’ultima edizione.
Accovacciata sulla pedana galleggiante, Nadia prepara i pesci per il pranzo: li squama, li eviscera, toglie loro le branchie e ne sminuzza le lische laterali. È abile, precisa, veloce, si vede che lo fa da quando era bambina. Lancia davanti a sé le interiora e le branchie, con movimento netto verso il fiume, in direzione del grande caimano nero che le sta di fronte. L’animale si tiene a distanza di sicurezza (dopotutto Nadia ha un coltello), ma non perde un lancio e ingoia rapido il cibo. La donna è concentrata sul suo lavoro ma non perde di vista il predatore. Si conoscono da tanti anni.
Lineamenti indigeni e capelli crespi, Nadia vive sulle sponde di un piccolo corso d’acqua, affluente di terzo ordine del fiume più lungo del mondo, il Rio delle Amazzoni. Da queste parti, dove la foresta è ancora lussureggiante e intatta, la convivenza con i non umani è inevitabile. L’Amazzonia è la maggior foresta tropicale del pianeta, conta circa quattrocento miliardi di alberi, migliaia di fiumi e laghi e isole e, a guardarla dall’alto, sembra un luogo originario, primitivo. Si direbbe che non è mai stato abitato oppure che, per qualche motivo, ha resistito alla forza trasformatrice dell’Homo sapiens. In realtà vi abitano quasi 47 milioni di persone, distribuite in nove paesi: Perù, Colombia, Venezuela, Guyana, Guyana francese, Suriname, Ecuador e Bolivia, con il Brasile che ne detiene il 60 per cento e un’area totale equivalente a due volte l’India. L’Amazzonia è abitata da una varietà di popolazioni, in parte originarie, in parte miscelate con gli europei durante la colonizzazione, in parte con gli africani che riuscirono a fuggire alla tratta atlantica degli schiavi. Le popolazioni tradizionali includono quilombola, caboclo, ribeirinho, mestiço e oltre quattrocento etnie indigene (di cui almeno ottanta in isolamento volontario), ognuna con un’identità culturale unica, ma accomunate dall’adattamento all’ambiente amazzonico e da uno stile di vita profondamente legato alla foresta e ai suoi fiumi.
Il villaggio di Nadia, che poi è anche il mio, è raggiungibile solo via fiume e dopo giorni di navigazione partendo da Manaus, l’ultima città prima della foresta. Come nella maggior parte delle comunità dell’Amazzonia remota, chiamata anche “entroterra”, viviamo su palafitte costruite con legno e paglia intrecciata, sollevate da terra di uno o due metri per proteggersi dagli animali e dalle fluttuazioni dell’acqua dei fiumi, il cui livello varia anche di quattordici metri durante l’anno. Nel nostro villaggio abitano quindici famiglie, una sessantina di persone, di cui quasi la metà bambini. Le infrastrutture sono minime: una piccola chiesa, una scuola con un’unica aula, un campetto da calcio ricavato nella foresta, ma nessun negozio, ufficio postale o cimitero nel senso occidentale del termine. La foresta primaria circonda il villaggio su tre lati, con il fiume di fronte, dove canoe e barchette sono ormeggiate.
La vita è scandita da dodici ore di luce e dodici di buio, e ruota soprattutto attorno alla sopravvivenza: la caccia, la pesca, la raccolta, la preparazione del cibo, l’accudimento dei figli, la manutenzione delle palafitte e delle canoe, un po’ di piccola agricoltura e il costante lavoro per tenere a bada la foresta che cerca di recuperare lo spazio sottrattole. Una fetta consistente della giornata è dedicata alle relazioni con i vicini. Passare per un caffè non è un semplice gesto sociale, ma un atto necessario per condividere informazioni cruciali: dove il fiume è più pescoso, se ci sono pericoli, o se un serpente o un giaguaro sono stati avvistati. Porte e finestre – quando esistono – sono sempre aperte e la privacy è un diritto discontinuo: si può entrare e uscire facilmente dalle palafitte altrui e famiglie numerose possono condividere spazi limitati. Il villaggio ha una sua vita collettiva, a tratti sembra un unico organismo: si sveglia, si addormenta, si ammala, guarisce all’unisono. Nemmeno lo spazio intorno a noi ha confini rigidi. La proprietà privata si applica agli oggetti, come la canoa o il remo, ma la terra, la foresta, il fiume e le risorse naturali sono beni collettivi e condivisi. Con tutti gli attori, non solo quelli umani.
Le palafitte, infatti, non sono compartimenti stagni come i comuni appartamenti urbani. Al contrario, sono permeabili al passaggio di altre specie viventi. L’Amazzonia vanta la più alta concentrazione di biodiversità sul pianeta, con centinaia di migliaia di specie animali, vegetali e fungine. Una residenza non può essere esclusiva. Nella mia palafitta, per esempio, trovano riparo umani, due cani, un gatto, tre famiglie di pipistrelli, una decina di lucertole, un paio di rane, una tarantola. Questi gli ospiti stanziali. Vorrebbero trovare riparo poi, ma sono espulse con regolarità, diverse specie di formiche e di termiti. Un numero indefinito di ragni e scarafaggi viene divorato ogni giorno dagli ospiti di cui sopra. In cortile vivono quattro avvoltoi, un falco, due lucertole di un metro e numerose altre di taglie e colori diversi. A riva, all’attracco delle canoe, vive Willy, un caimano di quattro metri. Questa coesistenza è possibile solo grazie a una profonda conoscenza, trasmessa oralmente e per esperienza diretta. Si impara da piccoli a evitare i pericoli, a riconoscere i segnali della natura.
Esattamente come in città i bambini imparano a non attraversare col semaforo rosso e a non seguire gli sconosciuti, così in Amazzonia imparano a non fare il bagno di notte per via dei caimani, a camminare nella foresta facendo attenzione ai serpenti e come comportarsi in presenza di una tarantola. Nadia, nata e cresciuta nella foresta, sa che il caimano è un predatore notturno, per questo di giorno gli permette di avvicinarsi, così come il caimano sa che il suo vantaggio sta nel favore delle tenebre.
L’Amazzonia offre un modello di “stare al mondo” radicalmente diverso da quello occidentale, ma simile a quello di altri popoli originari, indigeni e tradizionali. Oltre a rappresentare un’interessante alternativa contemporanea, questo approccio ha avuto grande successo nel passato. Sempre più numerose evidenze, provenienti dall’archeologia, dall’antropologia e dalla scienza del suolo, dimostrano che l’Amazzonia, abitata da dodicimila o forse ventimila anni, ha ospitato popolazioni numerose e società complesse con una densità di popolazione tra le più alte del pianeta. Diecimila anni fa, per esempio, la densità di popolazione in certe regioni del bioma poteva raggiungere i cinquanta abitanti per chilometro quadro, un dato straordinariamente elevato rispetto agli 0,01 abitanti per chilometro quadro dell’Italia nello stesso periodo. Queste popolazioni variavano da gruppi nomadi a grandi villaggi agricoli, dediti alla pesca su larga scala, alla caccia, all’allevamento di animali, al commercio e ai viaggi a lunga distanza. Occupavano e modificavano il territorio convivendo con la foresta e tutti i suoi abitanti non umani, senza distruggerla. È stato così per millenni, fino all’arrivo degli europei che con il loro modello di sviluppo, con le armi e le malattie, hanno alterato gli equilibri e causato un drastico calo demografico.
Se interroghiamo i sopravvissuti al genocidio, i popoli tradizionali che ancora oggi abitano la grande foresta, scopriamo visioni del mondo in cui divisioni come “natura” e “società” perdono significato. Ailton Krenak, rinomato intellettuale indigeno, critica il linguaggio occidentale che, con la sua tendenza a categorizzare e dividere, ha coniato la parola “ambiente” e operato una separazione concettuale tra l’uomo e la Terra, alienando l’uno dall’altra. Nelle interviste, afferma spesso: «Non vedo nulla che non sia natura. Tutto è natura.
Il cosmo è natura». Davi Kopenawa, come Ailton Krenak, rifiuta la dicotomia occidentale tra “uomo” e “ambiente”. Leader spirituale di una delle più numerose etnie indigene dell’Amazzonia, per Kopenawa, così come per tutti gli yanomami, la foresta non è un luogo in cui si “abita”. Dire “io abito nella foresta” implica una separazione, suggerisce che la foresta sia un luogo esterno a me, dove io vivo, ma da cui sono distinto. Lo sciamano sostiene che questa separazione abbia aperto la strada allo sfruttamento smodato della natura e che irresponsabilità e indifferenza verso i problemi ambientali ne siano una diretta conseguenza. Lui e il suo popolo sono la foresta, non la abitano. Sono parte integrante e indivisibile dell’ambiente, non qualcosa di separato da esso. «La salute della foresta è direttamente collegata alla salute e al benessere degli yanomami. Se la foresta soffre, soffriamo anche noi». Non sono solo parole, da questa visione emergono comportamenti di protezione, un rispetto reverenziale e una cura profonda, perché danneggiare la foresta è danneggiare se stessi.
Umani, non umani e spiriti appartengono allo stesso insieme, in cui rientrano anche i componenti del paesaggio. Per i popoli della foresta, non solo gli alberi, gli uccelli o i giaguari, ma anche i fiumi, le pietre, le stelle e le montagne sono antenati, sono umani, sono parenti. Di conseguenza, meritano rispetto. Anche in questo caso non sono solo parole. Questa visione trova riscontro nel riconoscimento legale dei diritti della natura, un cambiamento paradigmatico fondamentale che sposta la prospettiva da un ambiente considerato risorsa a un’entità con diritti intrinseci. In diverse parti del mondo, fiumi, laghi e montagne hanno ottenuto diritti legali di esistere, scorrere, mantenere la loro biodiversità, essere protetti dall’inquinamento e intraprendere azioni legali in propria difesa. È accaduto recentemente al fiume Marañón, da cui origina il Rio delle Amazzoni ed era già accaduto alla laguna Mar Menor in Spagna. Altri esempi di successo includono le costituzioni di Ecuador e Bolivia, numerose leggi e sentenze giudiziarie in Colombia, Nuova Zelanda e Canada. In tutto il mondo si stimano quasi quattrocento casi in cui qualche forma di diritto della natura è stata formalmente riconosciuta. Sono numeri in costante aumento e indicano un movimento robusto e in espansione.
La visione dei popoli della foresta non vuole rifiutare il progresso o tornare a un passato statico. Al contrario, suggerisce un modo di stare al mondo che unisce la tradizione con le più recenti frontiere dell’innovazione. Molte comunità indigene in Amazzonia adottano tecnologie innovative per proteggere le loro terre dalla deforestazione illegale, gestiscono la resistenza agli invasori utilizzando cellulari, app per rilevare incendi in tempo reale, droni e sensori per geolocalizzare i taglialegna. Nello stato brasiliano del Maranhão, in pieno arco di deforestazione, i giovani guajajara si fanno chiamare “guardiani della foresta”. Difendono il loro territorio, circondato da strade e pascoli, con il pattugliamento fisico e utilizzando telecamere con sensori di movimento e acustici.
Un software programmato per riconoscere i suoni associati alla deforestazione, come il rumore delle motoseghe e dei trattori, identifica la vibrazione sospetta e invia un allarme in tempo reale alle autorità e ai monitor indigeni, permettendo un intervento tempestivo. I popoli della foresta usano strumenti tecnologici avanzati per garantire la continuità della vita. Parlano di un futuro sostenibile, equo e rispettoso, che attinga alla forza delle radici culturali e alla consapevolezza ecologica millenaria, senza disdegnare le innovazioni tecnologiche che possono servire a questi scopi. Lo chiamano “futuro ancestrale”. Abitare l’Amazzonia – o meglio essere l’Amazzonia – ci consegna così diversi spunti di ispirazione. Ci dimostra che un’altra occupazione del pianeta non è solo possibile, ma già in atto: un modo di stare al mondo che non distrugge ma interagisce con parsimonia. Ci rivela che la coesistenza con ogni specie non è un’utopia, ma la condizione necessaria per la ricchezza e il funzionamento dei sistemi. E, infine, ci insegna che la collaborazione, più della competizione, è la forza naturale dominante e la chiave della prosperità.

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