Addio Lobo Antunes, lo scrittore che tentò di dare forma all'indicibile

Considerato uno dei nomi più importanti della scrittura europea contemporanea e più volte candidato al Nobel per la Letteratura, è morto a Lisbona a 83 anni
March 5, 2026
Addio Lobo Antunes, lo scrittore che tentò di dare forma all'indicibile
António Lobo Antunes / Ansa/José Mendez
«Ogni libro che scrivo, per me continua a essere un mistero. Non faccio un programma in anticipo, si costruisce da solo nonostante me, come se io fossi un intermediario tra la voce che detta parola per parola quello che sto scrivendo. Poi, un po’ alla volta, mi rendo conto che il libro ha una sua logica interna, che comunque non è la mia logica, e per me in effetti è molto strano, perché mi domando ogni volta: da dove proviene tutto ciò? Chi è che mi soffia dentro le orecchie le parole che sto scrivendo?». Anni fa, precisamente nel 2018, lo scrittore portoghese António Lobo Antunes disse queste parole al Teatro Busca di Alba, in occasione della proclamazione dell’ottava edizione del Premio Bottari Lattes Grinzane, di cui era stato decretato vincitore con questa motivazione: «Dal suo esordio alla fine degli anni Settanta fino a oggi, attraverso ventotto romanzi e cinque libri di cronache, non ha mai smesso di cercare le parole per ciò che comunemente definiamo indicibile». Ora che António Lobo Antunes è morto – a 83 anni a Lisbona – è lecito chiedersi in che modo la sua scrittura, le pagine che ha lasciato, continueranno a cercare di dare forma a quell’indicibile. E poiché la letteratura non smette mai di interrogarsi e non smette mai di produrre “segni”, è curioso che nel 2024, intervistando l’autore norvegese Jon Fosse, fresco di Nobel per la letteratura (quel Nobel per cui Lobo Antunes è stato spesso considerato favorito, senza mai raggiungerlo, vincendo però tanti altri premi internazionali, fra cui il Camões nel 2007 – massimo riconoscimento per gli scrittori di lingua portoghese –, il Premio europeo di letteratura nel 2001, il Juan Rulfo), disse qualcosa di simile al portoghese: «Quando scrivo non ho un piano prestabilito in testa. Quando ho iniziato a scrivere Settologia non ho sentito il bisogno di mettere punti a lungo, le frasi proseguivano come un fiume, collegate come da connettori. Durante la scrittura mi sono poi trovato in una situazione per cui avevo un inizio alle spalle, non sapevo cosa ci sarebbe stato dopo, ma ho avuto come l’impressione che già esistesse quello che sarebbe venuto e il mio compito fosse solo di concretizzare, trascriverlo. È stato come ricevere un dono dall’alto».
Ragioniamo quindi per “connettori”: un Nobel sfiorato e uno agguantato, un dono dall’alto che «soffia» dentro le parole e l’assenza di punti che slegano la dimensione del tempo, la diluiscono. Anche Lobo Antunes infatti ha utilizzato spesso questa vertigine stilistica, non come vezzo ma una precisa scelta narrativa legata proprio alla rappresentazione della memoria: «Esiste il passato? – si chiedeva in quel di Alba – o c’è soltanto un lungo presente che contiene presente, passato e futuro?». Nelle sue opere più recenti (in Italia molte pubblicate da Feltrinelli), come per esempio Non è mezzanotte chi vuole, il romanziere portoghese, figlio di un affermato neurologo e con una formazione da psichiatra, scrive attraverso frammenti, ricordi che si sovrappongono, pur restando lineari. E a proposito di linearità, facciamo un passo indietro, dall’infanzia, dove ha raccontato che se lui o i suoi fratelli stavano male il papà leggeva loro Oscar Wilde, De Amicis e altri. È lì che scopre quanto i libri potevano essere affascinanti, ed è proprio nei libri che nasce la passione per la scrittura: «Per me – diceva – il libro è un essere vivente, ha i suoi sentimenti, le sue emozioni, le sue preferenze. A casa dei miei genitori c’erano molti libri, da piccolo a volte mi svegliavo nel cuore della notte e passavo davanti alla sala con la libreria. Lì ho scoperto che i cattivi libri dormivano, quelli belli mi guardavano». Addirittura – poiché ha partecipato come medico militare alla guerra coloniale in Angola (1971-1973) su uno dei vari fronti delle guerre che il regime dittatoriale portoghese combatteva allora in Africa (esperienza presente nelle sue opere) – racconta che anche lì, in quel luogo di morte, solitudine e svelamento della fragilità dell’individuo, cercava di farsi mandare i nuovi romanzi che scappavano dalle maglie della censura dal Portogallo. È dall’esperienza della guerra e della vita da reduce che si ispira per alcuni suoi romanzi, a cominciare da quello di esordio, nel 1979, Memoria da elefante per poi proseguire con In culo al mondo (Einaudi), Conoscenza dell’inferno e altri celebri titoli, fra i quali Le navi, Trattato delle passioni dell’anima, Lo splendore del Portogallo, tutti scritti con una lingua che ricorre spesso al monologo interiore, al flusso di coscienza. E a proposito di flusso di coscienza, nel 2014 vinceva il Premio Nonino con questa motivazione: «La prosa del narratore lusitano è il canto struggente di un ribelle senza pace che polifonicamente distrugge la sintassi. Uno scrivere dove violenza e malinconia sono immerse in una solitudine metafisica e si intrecciano». Per scrivere buoni libri, aveva detto in effetti ad Alba, ci vuole pazienza e un po’ di coraggio; l’unica cosa che conta è «non rinunciare, continuare a lottare contro noi stessi e dire: ci riuscirò». Allora lì si compirà una sorta di immortalità dell’indicibile: «Un libro – concludeva – non è mai finito, è sempre definitivamente non finito, perché c’è sempre una virgola, un avverbio, un pronome in più o in meno, e potremmo passare la vita a correggere la stessa pagina infinitamente, e non ci fermeremmo mai». E questo ci dà motivo di continuare a leggere i suoi libri, anche ora che ci ha lasciati.

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