Il mondo imbruttisce o sono io che invecchio?
di Hans Tuzzi
Dal 1945 a ieri il mondo sembrava più stabile. Sensazione che si prova in politica e letteratura

Che il mondo, con nuovi attori e antiche ambizioni, sia tornato a livelli da Ancien Régime con brutali autocrati che disprezzano l’umanità e il diritto internazionale e praticano disinvoltamente l’eliminazione fisica degli oppositori, stupisce gli ingenui e indigna solamente perché, a monte di tutto ciò, vi è la dimostrazione di come la democrazia sia conquista storica manifestatasi, in tremila anni, per lo più in Europa e soltanto a tratti. Dalla Grecia classica alle prime modeste derive democratiche settecentesche lunga è la campata degli evi. E il nostro inebriante dopoguerra ha visto gli assassinii politici di Dag Hammarskjöld, Mehdi Ben Barka, Patrice Lumumba, John e Robert Kennedy, Martin Luther King, Olof Palme, Shapur Bakhtiar, Yitzhak Rabin e Shinzō Abe. E deprime vedere come, in un secolo che con la Rete più di ogni altro ha reso pervia l’informazione, la maggioranza delle persone sia totalmente priva di giudizio critico: basta leggere i commenti sui vari social, a proposito di qualsiasi argomento. Dal 1945 a ieri il mondo però sembrava più stabile. Non frequento social, seleziono la radio, non guardo talk show et similia eppure sono sicuro che sarà interessante studiare fra tre o quattro generazioni (se ci saranno e saranno ancora in grado di studiare qualcosa) questi anni poco gradevoli da vivere. Sensazione che non provo solo in politica.
Ad esempio sono convinto, per scendere molti gradini dal Grande Mondo al minimerrimo, che la letteratura del XXI secolo sia, nel suo lato B, mediocre e modesta. Lo sgomitare in pubblico degli autori fa a gara in pochezza con la miseria degli intervistatori. Ma sarà vero? O sono io che invecchio?
Vado a sfogliare il passato e, sì, ne ho conferma: gli scrittori di ogni sesso han sempre dato una discutibile immagine di sé, quando han deciso di affacciarsi al mondo da dietro le pagine dei loro libri. Andate a rileggervi due interviste rilasciate da Hemingway, la prima al “New Yorker” del 1929 a Dorothy Parker passata alla storia per l’ammirevole risposta: “Courage is grace under pressure”, poi quella a Lillian Ross del 1950, e infine quella a George Plimpton uscita su “The Paris Review” del 1958. Al di là del giudizio che Maxwell Perkins diede dello scrittore come finito già negli anni Quaranta, al di là degli intervistatori, colpisce il progressivo sempre più incontenibile sprofondare di Papa nell’Ego. Fama ed età non sempre aggiungono saggezza alle nostre parole.
E Faulkner, che Hemingway non amava, cordialmente ricambiato? Valga per tutte l’intervista del 14 dicembre 1950 rilasciata a Christine de Rivoire per “Le Monde”: “R.: I suoi personaggi, non li ha scoperti intorno a sé. – F.: Per nulla. Non ho mai incontrato persone somiglianti ai miei eroi. Li ho inventati tutti. Ho fiducia nella mia immaginazione. Quel che il Signore ha fatto, posso farlo molto meglio. Arrivo a dire che preferisco la mia opera, a quella del Signore.”
Di Moravia nei suoi ultimi anni non mancano ovvietà sconcertanti, se si pensa con quale venerazione venivano accolte. Da un’intervista rilasciata al “Corriere della Sera” del 10 agosto 1982: “Amo i deserti. Li ho visti quasi tutti. Sono stato anche nel Gobi.” Ma quello ideale è in Arabia. Non sarebbe stato più interessante spiegare perché? Quando glielo chiesero, T.E. Lawrence rispose: “Perché sono puliti”. Il leopardiano profumo dei deserti – uno dei segni meno equivocabili del moderno, per Mario Andrea Rigoni. Ancora Moravia, ivi: “Nelle favole viene fuori una mia segreta tendenza all’immaginazione”. Ma va? E Ceronetti sulla “Stampa” del 10 marzo 2002 ci rivela che Leopardi per lui è ormai solamente il coagulo di una giovinezza datata. Ma chi se ne impipa?
Ed ecco un assaggio da un articolo che il grande francesista Giovanni Macchia pubblicò sul “Corriere della Sera” del 9 luglio 1986: “Meditate, gente, meditate. Ma non sulla bontà della birra. Meditate sullo spietato destino che la civilissima Francia riservò ai suoi poeti…”. Già: a luglio troppa birra fa male. Per patriottismo chiudo con un francese, Christian Gailly (1943-2013) che nel 1995 a un convegno a Poitiers suggerisce: “Piuttosto che non scrivere, perché non si ha niente da scrivere, è meglio scrivere: non ho niente da scrivere.” Tanto, aggiungo io, ti pubblicano lo stesso.
La letteratura ha bisogno di eccentricità e sprezzatura oltre e, ancor più, “al di sotto delle carte” (© Bobi Bazlen), non di consorterie attente a potere, premi e concorsi: “C’è chi mi definisce un dilettante, perché evidentemente sembro dilettarmi moltissimo. Non ho mai pensato che ci sia qualcosa di intrinsecamente sbagliato nel divertirsi” affermò George Plimpton.
Certo, non si era ancora arrivati ad esibire le proprie più personali e meschine miserie, bulimia stipsi o altro, ma la strada oggi percorsa con orgoglioso esibizionismo – “Udite or tutti del mio cor gli affanni” – era già tracciata. Invece, spesso l’autore ci guadagna a rimanere dietro la propria opera.
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