La sete “sbagliata” della Samaritana e la sete di Gesù
di Paola Muller
In questo tempo di Quaresima, la liturgia non ci chiede di fingere di non avere sete, né di vergognarci di una sete sbagliata in cui siamo caduti. Ci chiede di riconoscere la sete vera. Capire che dietro ogni dipendenza c'è un desiderio che è solo mal indirizzato. E che Cristo ci aspetta al pozzo, assetato di noi

Una donna si avvicina a un pozzo, a mezzogiorno, sotto il sole più impietoso. Viene sola, a quell'ora impossibile. Porta con sé la sua brocca e tutta la sua sete. Gesù è lì, stanco del cammino, e le chiede da bere. «Colui che chiedeva da bere aveva sete della fede di quella donna» (Commento al Vangelo di Giovanni, 15, 11), interpreta Agostino. Il vero assetato, al pozzo di Sicar, non è la Samaritana. Siamo alla terza domenica di Quaresima e la liturgia ci pone di fronte a questa scena. «Tutto ciò vuol suggerirci qualcosa, vuol rivelarci qualcosa; richiama la nostra attenzione, c’invita a bussare» (Commento al Vangelo di Giovanni, 15, 6).
La Samaritana, figura della Chiesa e di ciascuno di noi, scopre che la sua storia ferita non è un ostacolo all’incontro, ma il luogo stesso in cui Cristo l’attende. Al pozzo delle nostre fatiche, a mezzogiorno, nell’ora della stanchezza. Questa donna ci rispecchia. Non tanto per i suoi cinque mariti – su cui Agostino costruisce una lettura allegorica legata ai cinque sensi, all'anima che cerca di dissetarsi con ciò che può solo toccare, vedere, gustare, senza mai arrivare alla radice della propria sete – quanto per il gesto che ripete ogni giorno: scendere a quel pozzo, riempire la brocca, risalire. E avere sete di nuovo. Un ciclo senza fine.
Conosciamo bene quel processo. Lo riconosciamo nelle dipendenze che scandiscono la vita contemporanea: da sostanze che promettono euforia e consegnano vuoto, da relazioni che si moltiplicano senza generare intimità, da successo che bisogna sempre riconquistare, dai like che ogni mattina azzerano il conto e ricomincia il bisogno di conferma. Il meccanismo è identico a quello del pozzo: si attinge, si beve, si ha di nuovo sete – anzi, più sete di prima. Si cerca di dissetarsi con ciò che aumenta la sete. È la logica della cisterna screpolata di cui parlava già il profeta Geremia: «Hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, e si sono scavati cisterne, cisterne screpolate, che non reggono l'acqua» (Ger 2,13).
Agostino conosce questa sete: anni di ricerca attraverso il piacere, l'ambizione retorica, le sette filosofiche. «Ci hai fatti per te, e inquieto è il nostro cuore finché non riposi in te» (Confessioni I, 1.1). L'inquietudine non è una malattia da sedare, ma un segno da interpretare: è la traccia di una sete profonda che solo Dio può colmare. «Ci sono infatti alcuni che hanno sete, ma non di Dio» (Commento al salmo 62, 5). L’uomo ha sempre sete: di denaro, di affermazione, di possesso, di affetto. Ma quanto è raro, nota Agostino, sentire qualcuno dire: «Di te ha sete l’anima mia». Non si tratta di spegnere il desiderio, ma di riconoscerne la direzione autentica. L’anima, quando non è orientata alla verità, si lega a ciò che non può colmare il suo desiderio. Gesù non condanna. Fa emergere la verità con delicatezza, perché solo nella verità può nascere la libertà. La sete sbagliata non viene repressa, ma ricondotta alla sua radice. Agostino segue il lento risveglio dell'intelligenza della Samaritana. La donna, passo dopo passo, cambia linguaggio. Da «Tu, Giudeo» passa a «Signore», poi a «Profeta», infine al Messia atteso. È il cammino di ogni fede: dalla diffidenza alla confidenza, dall’equivoco alla confessione. Il momento decisivo è quando la donna lascia la brocca. Agostino vi legge il segno della conversione. La brocca rappresenta le vecchie modalità di attingere alla vita, la ricerca ancora incompiuta. Quando si incontra la fonte, gli strumenti provvisori non bastano più. «Quella Samaritana presso il pozzo sentì che il Signore aveva sete e fu saziata da Colui che era assetato» (Commento al salmo 61, 3). Qui sta il paradosso più bello. Chi sazia è Gesù, eppure è lui ad avere sete. Non sete di acqua: sete della fede della donna, sete di lei. Questa asimmetria capovolta – il Creatore che mendica la fede della creatura – è il cuore della rivelazione cristiana, e Agostino la coglie con precisione: la stanchezza di Gesù al pozzo è il segno dell'Incarnazione, «con la sua forza ci ha creati, con la sua debolezza è venuto a cercarci» (Commento al Vangelo di Giovanni, 15, 5).
In questo tempo di Quaresima, la liturgia non ci chiede di fingere di non avere sete, né di vergognarci di una sete sbagliata in cui siamo caduti. Ci chiede di riconoscere la sete vera sotto la sete sbagliata. Capire che dietro ogni dipendenza c'è un desiderio che è solo mal indirizzato. La Samaritana non smette di desiderare: trova chi merita di essere desiderato. Agostino non smette di cercare: trova ciò che stava cercando. L’Ipponate invita a non spegnere questa sete, ma a purificarla. «Ha avuto sete di te l’anima mia»: questa è la preghiera che salva. E noi – che pure torniamo ogni giorno al nostro pozzo, con la nostra brocca e la nostra solitudine di mezzogiorno – possiamo scoprire che qualcuno è già lì ad aspettarci. Stanco del cammino. Assetato di noi.
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