Mezzi più potenti? «Maggiori responsabilità». La legge per proteggere pedoni e ciclisti
Proposta una norma che introduce anche in Italia il principio della “gerarchia della responsabilità” nel caso di incidenti, come avviene in Olanda o Regno Unito. La Fiab: «Dove è in vigore gli automobilisti sono più attenti»

«Da grandi mezzi derivano grandi responsabilità». L’iconica (semi)citazione di Spiderman ben si presta per riassumere il contenuto della proposta di legge che mira a rafforzare la tutela di pedoni e ciclisti. A suggerirla, scherzosamente, è lo stesso Luigi Menna, presidente di Federazione Italiana Ambiente e Bicicletta (Fiab), che ha partecipato attivamente alla redazione del testo: «Chi utilizza un mezzo più potente, quindi potenzialmente più pericoloso, deve assumersi una responsabilità maggiore». Al centro della proposta c’è l’introduzione del principio della “gerarchia della responsabilità”: cioè la distinzione tra “utente più forte” – chi utilizza mezzi con maggior massa, potenza o velocità – e “utente della mobilità attiva”, i pedoni e ciclisti. Con la modifica del secondo comma dell’articolo 2054 del Codice civile si stabilisce che, in caso di incidente, il conducente del veicolo più pesante o potente è considerato, fino a prova contraria, maggiormente responsabile sotto il profilo civile e penale. Un principio già applicato in altri Paesi europei: «Dove la gerarchia delle responsabilità è in vigore – come, ad esempio, Gran Bretagna e Olanda – ha prodotto degli effetti concreti», spiega Massimo Gaspardo Moro, coordinatore del Centro Studi Fiab. «L'automobilista è portato a prevedere i comportamenti dell’utente più debole e adottare una guida più prudente».
La proposta di legge va nella direzione perseguita dall’Unione europea di dimezzare le vittime della strada entro il 2030: secondo la relazione recentemente pubblicata dalla Commissione europea, nel 2024 sulle strade dell’Unione sono morte 19.940 persone. Tra le raccomandazioni, l'introduzione di un limite di velocità di 30 km/h nelle aree urbane. Punto recepito all’interno del testo che ha come prima firmataria la vicepresidente del gruppo Pd alla Camera Valentina Ghio: la proposta prevede una serie di misure per promuovere gli spostamenti a piedi e in bicicletta e aumentare la sicurezza nelle aree urbane. Tra queste, marciapiedi con larghezza minima di due metri e l’obbligo di mantenere almeno un metro e mezzo di distanza nel sorpasso dei ciclisti. «All’estero la distanza minima di sorpasso è ampiamente rispettata, è una misura entrata nella mentalità dei guidatori», racconta Menna. «L’anno scorso ho fatto un viaggio in Spagna nella Sierra Nevada: era una strada di montagna in salita, hanno aspettato in fila senza suonare, superando solo quando c’era lo spazio adeguato per farlo in sicurezza». I Comuni potranno installare più facilmente attraversamenti pedonali rialzati e i mezzi pesanti dovranno essere dotati di sensori elettronici per rilevare la presenza laterale di pedoni e ciclisti negli angoli ciechi. «Non interveniamo solo sulle infrastrutture che richiedono moltissime risorse economiche e tempi lunghi», osserva Gaspardo Moro. «Ci siamo concentrati sulle norme che possono produrre effetti immediati sulla sicurezza stradale e sulla promozione della mobilità attiva». La proposta risponde anche a un cambiamento già in atto: secondo l’ultimo Rapporto sulla mobilità dell’Isfort, oltre il 28% degli spostamenti quotidiani degli italiani avviene a piedi o in bicicletta: «Per la prima volta andiamo a riconsiderare sotto un’ottica diversa la distribuzione degli spazi della città, perché le strade devono essere vivibili da tutti».
La proposta introduce strumenti di governance, risorse e monitoraggio: l’istituzione del Comitato Interministeriale per le Politiche di Mobilità Attiva, una Direzione Generale per la Mobilità attiva presso il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e un Fondo nazionale con una dotazione iniziale di 300 milioni di euro per il triennio. È previsto anche un prelievo del 5% sulle pubblicità delle automobili per finanziare campagne di sensibilizzazione su sicurezza stradale e mobilità sostenibile. Una scelta che punta non solo a cambiare le regole ma mentalità: «Occorre superare l’idea dell’auto come simbolo assoluto di libertà – osserva Menna –. Nelle pubblicità l’auto sfreccia quasi sempre in solitaria in una città ideale, in cui non parcheggia mai. E invece l’acquirente dovrebbe essere messo in guardia rispetto alle conseguenze: è un po’ lo stesso principio che si applica per i pacchetti di sigarette».
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