I curdi dell’Iran nel limbo della guerra, pronti a diventare la forza di terra contro Teheran

Un esponente politico della minoranza in armi definisce «altamente probabile» un’operazione. Stati Uniti e Israele sondano il coinvolgimento delle milizie, mentre i pasdaran blindano l’area di confine
March 8, 2026
L’incontro a Erbil nel Kurdistan iracheno, il 18 gennaio, fra diplomatici americani e rappresentanti curdi / Kurdistan24
L’incontro a Erbil nel Kurdistan iracheno, il 18 gennaio, fra diplomatici americani e rappresentanti curdi / Kurdistan24
Attendono nel limbo, i curdi dell’Iran. Mentre il cielo del Medio Oriente è solcato dai missili, i movimenti politico-militari che rappresentano l’ala armata della minoranza curda osservano gli sviluppi della vasta conflagrazione regionale, pronti a diventare le forze di terra che Washington e Tel Aviv hanno immaginato come ulteriore elemento di destabilizzazione del regime di Teheran. Il più esplicito, a oggi, è stato Babasheikh Hosseini, segretario generale di Khabat, uno dei sei partiti curdi unitisi il 22 febbraio in una alleanza che ha per scopo il collasso della teocrazia e l’autodeterminazione in un Iran federale: «Stiamo pianificando da molto tempo, e ora esistono le condizioni favorevoli. Dobbiamo ancora raggiungere una decisione definitiva, ma è altamente probabile che si proceda a una operazione di terra. Gli americani ci hanno contattato attraverso diversi canali, ma al momento non li abbiamo incontrati direttamente». L’intervista, diffusa venerdì notte da al-Jazeera, lascia supporre un dialogo aperto alle contingenze del conflitto.
La notizia del possibile coinvolgimento curdo ha attraversato silenzi e smentite da parte americana prima di attestarsi nel discorso come tattica possibilità. A questa Teheran ha risposto con decisione. L’Iran ha rafforzato la presenza dei Guardiani della rivoluzione a Sardasht, Piranshahr e Oshnavieh, città che si affacciano sul confine con la Regione autonoma del Kurdistan iracheno (Krg). Qui i guerriglieri occupano uno storico retrovia logistico, colpito dai droni nelle province di Sulaimaniyah e del capoluogo Erbil, sede di una base militare americana. La conversazione telefonica intrattenuta martedì da Trump con Nechirvan Barzani e Bafel Talabani, presidente e primo ministro della Regione autonoma, ha corroborato il sospetto che il Krg si stesse preparando a diventare una piattaforma per l’operazione di terra. Barzani e Talabani, leader dei partiti egemoni Pdk e Upk, si sono affrettati a smentire, sostenuti dal primo ministro iracheno al-Sudani. Nel 2023 Baghdad e Teheran hanno sottoscritto un accordo che avrebbe dovuto portare al disarmo dei guerriglieri curdo-iraniani e a un più serrato controllo delle aree di confine. Il patto è stato ripreso a consolidato lo scorso agosto con un memorandum. Venerdì Barzani e al-Sudani hanno ribadito che «il territorio dell’Iraq non deve essere utilizzato come base di lancio per un attacco ai Paesi confinanti». Ieri Talabani è andato oltre: «Un’invasione lanciata da curdi, americani e israeliani potrebbe solo far impennare lo spirito nazionalista degli iraniani e avere un effetto boomerang contro la minoranza curda». Ancora troppo vivida è negli eredi dei patriarchi partigiani la memoria delle alterne fortune della resistenza fra le montagne, la disinvolta slealtà delle grandi potenze, la fragilità dell’eterogeno Stato iracheno, lo spettro del fondamentalismo religioso. Nel caso il Krg si presti all’operazione «tutte le strutture della Regione del Kurdistan iracheno saranno colpite su vasta scala», ha minacciato un alto dirigente del consiglio di Difesa iraniano.
Ieri un attacco aereo ha preso di mira nell’area di Mosul una base militare appartenente alle Forze di Mobilitazione Popolare, coalizione di milizie sciite affiliate a Teheran. Erbil dista meno di 100 chilometri. Israele, ha riportato Reuters, ha preso contatti con la guerriglia curdo-iraniana almeno un anno fa. L’obiettivo iniziale dell’incursione sarebbe quello di prendere controllo del territorio iraniano di confine, lo stesso bombardato dai droni dei pasdaran e dall’aviazione di Tel Aviv negli ultimi giorni, finestra utile all’ammassamento delle truppe, costituite da un numero di miliziani che varia dalle 5.000 alle 8.000 unità. Le fonti israeliane ascoltate da Reuters affermano che lo scopo dell’offensiva non sarebbe il cambio di regime, ma l’erosione del controllo di Teheran sulle regioni periferiche, e il trasferimento della Guardia rivoluzionaria da altri teatri. Propositi non troppo allettanti per le sei milizie curde, certamente perplesse davanti alle contraddittorie dichiarazioni americane e le sottese divergenze negli obiettivi finali di Washington e Tel Aviv.

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