La scelta di Michelle, uccisa a Tel Aviv per restare con l'anziana a cui badava

di Lucia Capuzzi, inviata a Tel Aviv
La 32enne filippina è stata uccisa in un raid: per non lasciare sola Rachel, con problemi di mobilità, non è andata nel rifugio esterno
March 7, 2026
Una fila di palazzi bianchi sventrati da un'esplosione
I palazzi devastati su Yehuda Halevi Street nel centro di Tel Aviv colpito da un missile iraniano/ REUTERS
L’asfalto è fresco su Yehuda Halevi Street. Nell’ultima settimana hanno lavorato senza sosta per coprire il cratere lasciato dal missile iraniano. Il primo caduto su Israele da quando si è aperto questo ennesimo capitolo di guerra in Medio Oriente. Ha colpito il cuore di Tel Aviv, a duecento metri dal Boulevard Rothschild, danneggiato una trentina di edifici e costretto i trecento abitanti a sfollare. Lo storico Bauhaus non ha più un solo vetro alle finestre. Alle costruzioni di fronte è andata peggio: due sono carcasse annerite. La terza, al centro, non c’è più. Coperta dallo striscione «siamo con voi con il cuore», una barriera ripara quel che resta della palazzina di tre piani realizzata negli anni Trenta quando ancora i rifugi non erano diventati parte essenziale dell’architettura israeliana. Proprio l’assenza del bunker interno aveva spinto Rachel Shihor, filosofa e scrittrice in pensione con problemi di mobilità, a decidere di trasferirsi insieme a Mary Ann Velazquez De Vera, la sua badante, che tutti chiamavano “Michelle”. Il conflitto è scoppiato prima del trasloco. E ha ucciso Michelle. Una migrante filippina apre la macabra lista delle vittime nello Stato ebraico della nuova deflagrazione. Quando l’allarme è scattato, sabato notte, gli altri inquilini si sono recati negli shelter dei vicini. Rachel non poteva farlo ed è rimasta a letto. Michelle, al contrario, avrebbe dovuto ma non ha voluto. Ha scelto di restare insieme all’anziana di cui si occupava da due anni e mezzo. Stava parlando al telefono con il marito Ernie, anche lui badante presso una famiglia dei paraggi, quando il muro le è crollato addosso. Una valigia lilla con qualche effetto personale e un marsupio sono tutto ciò che rimane della 32enne nata e cresciuta nella provincia di Pangasinan, nelle Filippine, partita per cercare lavoro in Israele nel 2019. Lo aveva trovato prima a Bersheva, come assistente dell’89enne Doris Gorin, con cui era rimasta fino alla morte, nel 2021. Poi l’arrivo a Tel Aviv e l’incontro con Rachel nell’agosto 2023. «Che cosa ci sei venuta a fare qui? Questo è un Paese di guerre», le aveva detto – secondo la testimonianza della figlia Gaby – l’autrice con cui si era instaurata una fortissima complicità. Lievemente ferita dall’esplosione e ricoverata in ospedale, al risveglio, ha chiesto immediatamente di Michelle. La notizia della morte è stata un duro colpo. Come per il marito, i familiari oltreoceano, la collettività cristiana di cui era parte, i filippini di Israele, 26mila in tutto, in gran parte impiegati nei lavori di cura.
Michelle «era molto attiva nella comunità ed era famosa per l’abilità di cucinare pasti deliziosi nelle occasioni di ritrovo», racconta Aileen Mendiola, ambasciatrice di Manila a Tel Aviv che ha parlato con il consorte per fargli le condoglianze. «Spero di incontrarlo quando la situazione si stabilizzerà. E di poter riportare a casa i resti della nostra connazionale quando lo spazio aereo nella regione sarà riaperto e i voli riprenderanno», ha aggiunto la rappresentante diplomatica. Eppure una parte di Michelle resterà per sempre nella terra fra il Giordano e il Mare a mo’ di sfida. Come un frammento delle altre nove badanti morte prima di lei dal 7 ottobre 2023 per non avere voluto lasciare la persona assistita. In un contesto di escalation sempre più violenta, la loro scelta, insieme semplice e controcorrente – mettere l’altro davanti ai propri interessi, perfino legittimi – ha il potere di aprire una crepa nella narrativa dominante. Per far entrare un raggio di luce.

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