Basma, campionessa sul ring: «Lotto ogni giorno contro i pregiudizi»
A 17 anni Basma Habachi aveva già vinto un campionato italiano con la sua muay thai. Ma a scuola «doveva affrontare le battute sull'essere una "donna che picchia"»

Basma indossa i guantoni, sale sul ring e si mette con la schiena al suo angolo. Dentro al palazzetto si rincorrono centinaia di voci – i tifosi, gli amici, la campanella – ma lei sente solo il suo allenatore. «C’è una confusione incredibile durante gli incontri – racconta – ma, quando superi le corde del ring, accade la magia: in un attimo, tutte le voci che non contano ti scivolano addosso e pensi solo a fare quello che hai imparato. Quello che ti piace». Da quando ha iniziato a praticare muay thai, uno sport da combattimento noto in Italia come la boxe thailandese, quella di «farsi scivolare addosso le voci degli altri» è diventata un’arte per Basma. Nel suo liceo – e in molte altre scuole a Milano, la sua città – è l’unica ragazza a praticare uno sport da combattimento e i suoi compagni «non perdono occasione per farglielo notare». «Da tre anni pratico muay thai e ogni giorno sento battute sul fatto che sono “una donna che picchia” – spiega sorridendo –, ma io li ignoro tutti. La muay thai arricchisce troppo la mia vita per poterla lasciare andare».
Basma Habachi ha 18 anni ma, prima ancora di diventare maggiorenne, aveva già vinto il campionato nazionale Wbfc (World boxing fighters corporation). La seconda cintura l’ha aggiunta al palmares solo poche settimane fa. Ma, più dei titoli, l’atleta è interessata al suo percorso: «I miei ricordi più belli sono gli incontri in cui ho lottato meglio. La vittoria è conseguenza del lavoro che faccio ogni giorno». Un lavoro iniziato a 15 anni, quando nella sua palestra le donne con cui si allenava erano solo tre. Da allora, Habachi si allena almeno quattro volte a settimana, perlopiù con atleti maschi. Sul sacco, esprime le emozioni che non riesce «a tirare fuori altrove»: «Non sono in grado di gestirle nella mia quotidianità – racconta –. Prima di ogni incontro piango, ma anche durante gli allenamenti butto fuori tutta la rabbia e la tristezza che mi tengo dentro». Emozioni che, secondo alcuni suoi compagni, una donna non dovrebbe esprimere a suon di pugni e ginocchiate. «Tutte in adolescenza siamo sensibili alle battute – continua Habachi – ma ogni ragazza dovrebbe buttarsi in quel che vuole fare. Se ascoltiamo sempre gli altri, non combiniamo niente».
Del primo incontro, Habachi ricorda tutto. «Era il 25 febbraio del 2024», commenta pescando in un attimo la data nella memoria. «Ero ansiosa e intimidita perché non sapevo cosa aspettarmi - racconta - ma in fondo ero già felice prima di iniziare a combattere». Quel momento lo agognava da quando, per la prima volta, il maestro Stefano Lazzarini, fondatore del Team Lazza Muay thai di Milano, l'aveva portata dentro a un palazzetto. «Ho amato subito l'atmosfera: la confusione, le voci dall'angolo e la campanella che decreta la fine dell'incontro e la vincitrice. Subito capii che avrei voluto farlo anche io nella vita». Da quel momento, Habachi ha collezionato decine di vittorie nella sua categoria, ma è lontana dall'essere soddisfatta. «Il mio sogno è competere senza le protezioni un giorno, anche se sono già molto fiera e grata a me stessa per quello che ho fatto finora».
Per raggiungere il suo obiettivo, quasi ogni giorno Habachi torna in palestra. Ma, ad allenamento finito, Habachi è una ragazza che il maestro Lazzarini descrive come «allegra, serena e molto sorridente». Tutto il contrario dell'atleta aggressiva che in molti si immaginano. «Nessuna delle atlete che ho incontrato è aggressiva - ribatte -. Anche sul ring ho sempre trovato ragazze molto rispettose delle altre. Finiti gli incontri, scherziamo sempre insieme».
A volte, però, neppure le sue amiche capiscono fino in fondo la scelta di Habachi: «Ci ho messo un po’ a convincerle del fatto che non sono una persona violenta», spiega ridendo. Ma, secondo l’atleta, il tempo abbatterà anche questo stereotipo: «Siamo solo donne che vogliono praticare lo sport che amano – spiega–. Mi sento in dovere di dire a tutte le ragazze che quelli da combattimento, come molte altre discipline, sono sport che aiutano a esprimere le proprie emozioni. Magari in un modo diverso da quello a cui siamo abituate, ma non significa che chi pratica sport del genere sia una persona violenta». La speranza di Habachi sta nel pubblico: più si avvicinano gli spettatori agli sport femminili e più forza si toglie ai pregiudizi. «Io consiglio sempre di guardare alle combattenti internazionali - conclude -. Sono atlete che si rispettano tra di loro, ma sono anche delle forze della natura».
A volte, però, neppure le sue amiche capiscono fino in fondo la scelta di Habachi: «Ci ho messo un po’ a convincerle del fatto che non sono una persona violenta», spiega ridendo. Ma, secondo l’atleta, il tempo abbatterà anche questo stereotipo: «Siamo solo donne che vogliono praticare lo sport che amano – spiega–. Mi sento in dovere di dire a tutte le ragazze che quelli da combattimento, come molte altre discipline, sono sport che aiutano a esprimere le proprie emozioni. Magari in un modo diverso da quello a cui siamo abituate, ma non significa che chi pratica sport del genere sia una persona violenta». La speranza di Habachi sta nel pubblico: più si avvicinano gli spettatori agli sport femminili e più forza si toglie ai pregiudizi. «Io consiglio sempre di guardare alle combattenti internazionali - conclude -. Sono atlete che si rispettano tra di loro, ma sono anche delle forze della natura».
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