Coumba contro le mutilazioni: «Spiego perché si deve dire no»

8 marzo 2026 - IL DIRITTO A NON ESSERE VIOLATE - In Senegal il 20% delle bambine subisce mutilazioni genitali femminili (FGM). Coumba, 21 anni, è la prima della sua famiglia a essersi salvata. E oggi è un'attivista di Amref
March 7, 2026
Coumba contro le mutilazioni: «Spiego perché si deve dire no»
Un ritratto di Coumba Aw / per gentile concessione di Amref Italia
Coumba Castel nella memoria collettiva senegalese è l’eroina della resistenza alla schiavitù: si gettò in mare dalle scogliere piuttosto che essere deportata in catene nelle Americhe. E Coumba Aw porta con sé tracce di quell’eroina: fiera e determinata, a 21 anni è una militante nella battaglia culturale contro le mutilazioni genitali femminili (Fgm), il “taglio” cruento e dannoso a cui vengono sottoposte migliaia di bambine come rito di passaggio verso la pubertà. Coumba ci parla da Sédhiou, nel sud del Senegal, in collegamento video: lei è la prima della sua famiglia ad essere sfuggita al “taglio”, grazie a una nonna ostetrica e poi deputata, Khady Mane, che le ha insegnato con l’esempio che cambiare si può.
«Mia nonna è stata tagliata, ma ha visto le conseguenze dell’operazione in ospedale, accanto alle donne per le quali il parto era una tragedia, e di certo non voleva che capitasse anche a sua figlia, cioè mia mamma – racconta -. Ma al villaggio hanno preso la bambina di nascosto, mentre lei era al lavoro e l’hanno escissa. Lei era furibonda, e ha promesso che quella sarebbe stata l’ultima volta in famiglia». E così è stato, e per Khady Mane è diventata una battaglia di civiltà che le donne siano rispettate, una battaglia da portare in Parlamento come deputata. Si calcola che in Senegal almeno il 20% delle bambine sia sottoposta a questa pratica dolorosissima, inutile, che può pregiudicare la salute futura e le gravidanze.
«Nel mio Paese una legge vieta le Fgm, ma le famiglie passano il confine, e portano le bambine in Gambia o in Mauritania», racconta Coumba. Lei ha iniziato a impegnarsi contro il taglio a 14 anni, con il programma “La voix des enfants” (La voce dei bambini), trasmesso da una radio comunitaria. «Volevo che tutti sapessero quanto dolore provocano queste pratiche e quanto siano pericolose». Oggi lavora come attivista per la ong italiana Amref, svolge programmi di sensibilizzazione e animazione nelle comunità rurali nel Sud del Senegal, ma anche in Tanzania e in Kenya, attraverso incontri di persona e una intensa presenza sui social. Chi cerca di convincere? «Soprattutto le nonne e i capi dei villaggi, sono loro che pretendono di tenere viva questa tradizione, anche tagliando le bambine di nascosto. Ogni donna deve insegnare la libertà alle proprie figlie, rifiutare la mutilazione per lei, incoraggiarla a scegliere da sola». Il suo impegno di attivista anti-Fgm funziona? «Sì, mi ascoltano, soprattutto quando con me parlano le sopravvissute, che possono testimoniare i rischi e le conseguenze dannose dell’intervento».

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