«Migranti torturati e gettati nelle fosse»: le nuove accuse Onu ai lager libici

I 95 intervistati dalle Nazioni unite descrivono un sanguinoso «giro d'affari attivo da anni». Ue e Italia sarebbero «complici del business, favorendo i respingimenti»
March 7, 2026
«Migranti torturati e gettati nelle fosse»: le nuove accuse Onu ai lager libici
Centro di detenzione a Zawiya, in Libia, nel 2019 / ANSA, Pablo Tosco Oxfam Italia
Ottantuno migranti, salpati dalle coste libiche, sono sbarcati stanotte a Lampedusa. Molti altri, però, nelle scorse settimane sono stati intercettati e ricondotti in Libia. Ogni giorno, in media, sono 74 le persone che vengono fermate nel tentativo di sbarcare in Europa e riportate forzatamente nel Paese nordafricano. Lì, vengono poi arrestate arbitrariamente, detenute in condizioni disumane, torturate, sottoposte ad abusi sessuali e costrette a chiedere fino a 10mila dollari per il riscatto alle proprie famiglie. Alcuni migranti, invece, spariscono nel niente e vengono ritrovati, dopo aver perso la vita e il diritto all’identificazione, in fosse comuni. È questo il sanguinoso giro d’affari condotto da anni, sui corpi di persone migranti o richiedenti asilo o rifugiate, dai trafficanti libici «spesso legati ad attori statali» e «favoriti dalle politiche migratorie restrittive ai confini mediterranei dell’Europa». In altre parole, dalle politiche di esternalizzazione delle frontiere. «Il solito giro d’affari» lo definiscono la Missione di sostegno delle Nazioni unite in Libia (Unsmil) e l’Ufficio dell’Alto commissario delle Nazioni unite per i Diritti umani (Ohchr), nel report pubblicato a febbraio dal titolo “Business as usual”. Che ha raccolto, tra gennaio 2024 e novembre 2025, le testimonianze di 95 migranti insieme a referti medici, fotografie, video e registrazioni vocali che testimoniano «le sistematiche e diffuse violazioni dei diritti umani in Libia, che persistono da anni senza essere punite». E con il supporto, anche finanziario, dell’Ue alle autorità libiche: solo tra il 2021 e il 2027 Bruxelles ha stanziato 65 milioni di euro per la gestione delle frontiere del Paese.

Le torture e i riscatti

Nel tentativo di documentare le violazioni in Libia, alle due agenzie Onu è stato negato l’accesso fisico a numerosi centri di detenzione, sia nella Libia orientale sia in quella occidentale. «Abbiamo ricevuto segnalazioni anche di violenze sessuali nella sezione migranti del carcere minorile della milizia al-Daman – spiegano gli autori –. L’accesso alla struttura è stato richiesto, ma non è mai stato concesso». La maggior parte delle segnalazioni, perciò, arrivano dalle interviste: 45 donne di età compresa tra i 17 e i 43 anni e 50 uomini tra i 20 e i 51 anni. Tutti testimoniano rastrellamenti e torture arbitrarie: vengono «picchiati con calci di pistola, bastoni e calci» già a bordo delle barche durante le intercettazioni in mare e, in seguito alla detenzione, «spogliati e perquisiti e torturati ogni giorno finché non arriva il riscatto». Che varia da poche centinaia fino a circa 10mila dollari a persona.

Gli abusi sulle donne

Per le donne migranti, la detenzione in Libia è perfino peggiore. «Diversi uomini mi hanno violentata molte volte. Ragazze di appena 14 anni venivano violentate ogni giorno». A raccontarlo è una donna etiope che, a causa degli abusi subiti da parte di diversi uomini in un centro di detenzione libico, ha dovuto affrontare una gravidanza e un aborto spontaneo. La sua non è una testimonianza eccezionale, ma la dolorosa manifestazione di un consolidato sistema di violenze: «Una donna eritrea – continuano gli autori del report – è sopravvissuta ad abusi prolungati tra gennaio e settembre 2024, raccontando le violenze sessuali inflitte ad almeno altre 19 donne e ragazze detenute con lei».

Le fosse comuni

Non tutte le persone migranti, però, sopravvivono ai centri di detenzione libici. Molte famiglie, in seguito all’arresto, perdono le tracce dei propri familiari e solo alcuni di questi vengono in seguito ritrovati, ma mai identificati, tra i corpi ammassati nelle fosse comuni. Nel marzo 2024, è stata scoperta una fossa comune ad al-Shuweirif, nel sud-ovest della Libia, contenente 65 corpi. «Si ritiene che siano morti durante il trasporto illegale nel deserto», spiega l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim). Nel febbraio 2025, invece, ne sono state trovate altre due, per un totale di 93 corpi, nei distretti di Cufra e al-Wahat a est del Paese. «Si prevede che altre fosse restino ancora da scoprire», concludono le agenzie Onu.

I pull-back e la «connivenza» europea

Che esistano altri corpi dimenticati e sepolti sul suolo libico lo conferma il numero delle persone intercettate nel Mediterraneo e riportate illegalmente in Libia, considerato un Paese non sicuro. Le intercettazioni, anche chiamate “pull-back”, sono in aumento: nel 2024 l’Oim ne aveva contate 21.762, contro le 27.116 del 2025. Le operazioni non solo sono illegali per i rischi del ritorno forzato ai porti libici, ma sono pericolose anche per la salute dei migranti: tutti gli intervistati dall’Onu testimoniano durante i respingimenti un uso eccessivo della forza, spari, confische e sequestro di cellulari e documenti d’identità. Ma l’aumento dei pull-back, secondo le agenzie Onu, è sostenuto anche dalle politiche di esternalizzazione delle frontiere europee. Da un lato, Frontex (l’agenzia Ue della guardia di frontiera) «assiste il Centro di coordinamento dei soccorsi libico e la Guardia costiera libica nell’esecuzione delle intercettazioni, fornendo le coordinate delle imbarcazioni al di fuori della zona Sar (Ricerca e soccorso, ndr) libica». Dall’altro, l’Italia fornisce direttamente «supporto finanziario, logistico e formativo alla Guardia costiera libica nonché ad altre formazioni armate affiliate» attraverso il Memorandum d’intesa rinnovato automaticamente ogni tre anni. Per questo, le due agenzie Onu chiedono a Bruxelles di «stabilire una moratoria su tutte le intercettazioni e i rimpatri in Libia finché non saranno garantite le tutele dei diritti umani». Ma, al momento, l’appello delle Nazioni unite è stato respinto al mittente: «Non dialogare con la Libia sull’immigrazione non è un’opzione», ha sentenziato giovedì scorso Magnus Brunner, commissario europeo agli Affari interni.

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