Rose baby-schiava nelle case: «Botte e abusi, non accada più»

8 marzo 2026 - IL DIRITTO A NON ESSERE SFRUTTATE - In Nigeria 25 milioni di bambini, quasi sempre femmine, lavorano a domicilio. «Avevo 6 anni, non c'era un orario di servizio. E mi picchiavano»
March 7, 2026
Rose baby-schiava nelle case: «Botte e abusi, non accada più»
Sensibilizzazione sul tema del lavoro minorile al centro Cee-Hope nella comunità di Makoko, Lagos, Nigeria
Si concentra su dettagli precisi, rimasti nitidi nel tempo, mentre sceglie tra i suoi ricordi di bambina. Si schiarisce spesso la voce e ripete alcune parole con insistenza. «Il pozzo della casa era profondo, un pozzo molto profondo, profondo davvero». Da quel buco nero in cortile Rose E., da sola, doveva tirare su taniche di acqua per lavare i figli piccoli dei padroni di casa e i loro panni. Anche lei, però, a quel tempo era una bambina. «Avevo sei anni quando ho iniziato. Eravamo così tanti in famiglia, è stata mia madre a organizzare tutto. Quando mio padre è morto, io avevo un anno e pochi mesi, ero la settima figlia e lei portava in grembo l'ottavo. Le persone venivano a prenderci per fare i servizi nelle case», racconta al telefono ad Avvenire da un villaggio fuori Lagos, in Nigeria.
Oggi è un’adulta di quasi quarant’anni. Il tempo è passato, ma il lavoro domestico minorile nel Paese è rimasto uguale. «È un problema di vecchia data e resta una realtà desolante. La sensazione è quella di un'intera generazione ridotta in schiavitù», ci spiega Betty Abah, fondatrice e direttrice del Centre for Children's Health Education, Orientation and Protection (Cee-Hope) di Lagos, dove Rose E. ha dato una mano come volontaria.  Secondo la Child Labour Survey del 2022 curata dall’International Labour Organization (Ilo), 24,6 milioni di bambini nigeriani tra i 5 e i 17 anni, il 39,2% del totale, sono stati coinvolti in lavori minorili, non solo domestici. Secondo altre rilevazioni Ilo, che però risalgono al 2012, nel lavoro domestico minorile sarebbero stati impiegati, in tutto il mondo, 17,2 milioni di bambini, per il 67% femmine.
«Quando sono arrivata nella prima casa mi sono spuntate eruzioni cutanee sul corpo, come delle ferite. Non mi hanno curata. Quando bagnavo il letto di notte mi picchiavano. Non c'era un orario di servizio, mi svegliavo presto e lavoravo finché c'era da fare», racconta la ex bambina-domestica. Ancora oggi, non sa se consegnassero soldi a sua madre. «A me non li hanno mai dati. L'unica volta che sono stata pagata è stato verso i vent’anni». Le chiediamo cosa temesse di più, durante l’infanzia. «Di sera quando tutti rientravano a casa, provavo paura perché, in caso di errori, sarei stata picchiata. Non avevo altri pensieri, solo paura delle percosse». E dell’acqua bollente con cui a volte è stata punita. Di botte ne ha sempre prese tante, come la volta in cui venne accusata di essere una strega. «Dicevano che dovevo confessare. Ma io non sono una strega. Quel giorno mi hanno picchiato diverse volte, non riesco a dimenticarlo». Ci sono episodi che non cita durante l’intervista, ma che affida a messaggi audio successivi. «Sono eventi che non mi escono dalla testa. Due padri di famiglia per cui ho lavorato hanno cercato di toccarmi. Uno è venuto in camera mentre dormivo, si è spogliato e si è sdraiato nel letto con me». Allora lei aveva circa dodici anni. È riuscita a rifugiarsi da una vicina. «Esiste un ‘cartello’ consolidato con ‘agenti’ che portano nelle case, dietro compenso, i bambini dalle aree rurali e negli ultimi anni anche dalla Middle Belt e dal Nord del Paese. Come Ong segnaliamo i casi di abuso alle autorità, e iscriviamo a scuola i minori», prosegue Betty Abah di Cee-Hope.
«Dalla nostra esperienza, la maggior parte dei bambini sfruttati anche oggi ha tra i sei e i diciassette anni, in grande maggioranza sono femmine». Tra i progetti di Rose E. ora c’è quello di studiare online. «Non resta più molta autostima quando hai fatto quell’attività per tanti anni. Devo iniziare a lavorare sulla mia mente, per darmi valore. Quando ripenso alla mia vita, sento che non è andata bene, ma Dio mi ha aiutato», confida. Cerca di dare una mano quando incontra domestiche giovanissime com’era lei. Lo ha fatto in particolare con una bambina di nome Blessing al servizio di alcuni vicini di casa. «Ogni volta che la vedo, ricordo quand’ero anch’io così. Lavora anche quando fa freddo, quando piove. Ho provato a incoraggiarla, a capire se desidera tornare dalla sua famiglia», aggiunge. Secondo l’esperienza di Betty Abah di Cee-Hope, «la povertà è la causa principale del fenomeno, ma manca anche un'efficace attuazione delle leggi sui diritti dell'infanzia. Per il Nigerian Labour Act i bambini possono lavorare anche a partire dai 13 anni, ma il Child's Rights Act of Nigeria del 2003 prevede che si debbano avere almeno 18 anni per qualsiasi forma di lavoro retribuito». A gennaio, l’attivista ha rinnovato gli appelli ai legislatori affinché si acceleri l'approvazione di due disegni di legge all'esame dell'Assemblea Nazionale sui lavoratori domestici in generale. «Ci auguriamo che, una volta approvata, la nuova norma contribuisca anche al contrasto del lavoro domestico minorile. Sono estremamente fiduciosa. Con l'impegno e un attento controllo, la triste realtà dello sfruttamento dei minori nelle case nigeriane sarà storia passata», conclude.

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