Maxima, fuggita dalla guerra. «Ora accolgo chi è in marcia»
8 marzo 2026 - IL DIRITTO A ESSERE PROTETTE - Aveva 14 anni quando fuggì dalla Siria attraverso la Rotta Balcanica. «Non c'è uno spazio sicuro, sei sempre vigile, anche nel sonno»

Ha tenuto lei i contatti al telefono con i trafficanti, malgrado avesse solo 14 anni, quando a Belgrado è venuto il momento di organizzare l’ultima tappa del viaggio. Era la sola del gruppo a parlare inglese. Sentivano la sua voce di ragazzina e non la prendevano mai sul serio, facendo saltare ogni volta la partenza programmata. «Ero giovanissima, sarà sembrato strano, ma questo mostra anche la differenza tra il grado di considerazione accordato alle donne rispetto agli uomini», riflette lei. Ha rischiato la vita nel mar Egeo a bordo di un gommone troppo carico, con l’acqua che entrava e che nessuno riusciva a buttare fuori. Poi un confine dopo l’altro, ha attraversato i Balcani a piedi, di nascosto, e ha raggiunto la sua destinazione finale restando sigillata al buio dentro il cassone di un camion dove l’aria era poca e il fiato era corto.
Maxima Lava Suleiman, siriana curda di Aleppo, era un’adolescente quando ha lasciato il suo Paese in guerra, la famiglia, la casa, la sua città che bruciava, per mettersi in salvo in Europa con uno zio. «Quando mi guardo indietro vedo una bambina che è stata costretta a diventare adulta da un giorno all'altro, ma che ha anche scelto, in qualche modo, di diventarlo. Vedo la paura e uno strano tipo di determinazione che allora non mi rendevo conto di avere», spiega ad Avvenire in videochiamata dall’Olanda, dove ora vive. Sono passati dieci anni da quel 2015 eccezionale, davvero senza precedenti per numero di transiti lungo la Rotta Balcanica, 880 mila fra siriani, afghani, iracheni che puntavano verso nord, verso una vita nuova, come ha fatto lei. «Sono molto orgogliosa di quella ragazzina. Ha continuato a camminare anche quando non sapeva dove la strada l’avrebbe portata», racconta mentre ripercorre con la memoria le sfide che toccano in sorte a una bambina in un viaggio di migrazione così difficile.
«Non c'è spazio uno sicuro, sei sempre attenta alle persone che ti circondano, agli occhi fissi su di te. Resti sempre estremamente vigile, anche nel sonno. Dormire in tenda toglie ogni tipo di privacy, non riesci mai a rilassarti del tutto. Senza parlare dell’igiene, quando l'acqua è limitata, quando non hai una porta da chiuderti dietro la schiena. È la dignità di una ragazza che ne risente. Poi le attenzioni indesiderate, i commenti, gli sguardi, le parole che ascolti qua e là, speri di diventare invisibile», confida. «Mi concentravo sul passo successivo da fare, sul nuovo posto in cui dormire o a cui arrivare. Non mi rendevo conto, come ragazzina, quanto fossi vulnerabile senza genitori o qualcuno a proteggermi. Sottovalutiamo davvero quanto il mondo sia ancora ingiusto nei confronti delle donne e delle ragazze in generale. Immaginate quante volte ci si mette in allerta in un viaggio così».
Oggi è una studentessa universitaria di economia, che però a margine dei suoi studi ha scelto di occuparsi, per lavoro e come volontaria, di richiedenti asilo appena arrivati in Olanda. Secondo i dati pubblicati lo scorso settembre da Unhcr, Unicef e Oim, tra le persone migranti e rifugiate giunte in Europa nel 2024 dalle diverse (e tutte rischiose) rotte migratorie, i minori sono stati 41.779. Per il 23% si è trattato di bambine e ragazze, con picchi del 35% in Grecia e del 33% a Cipro (in Italia, il 12% degli under 18). Come interprete giurata per il Servizio Immigrazione e Naturalizzazione olandese, per scuole e ospedali e altre istituzioni nazionali, Maxima Lava Suleiman incontra spesso famiglie siriane, sudanesi, yemenite, e somale. «Quest’attività mi dà un appagamento che non trovo altrove. Quando ripenso alla gentilezza che mi hanno dimostrato le persone nel 2015, i volontari, gli assistenti sociali, gli insegnanti e persino gli sconosciuti per strada, mi rendo conto quanto questo mi abbia aiutato ad andare avanti. Mi sono sentita di nuovo un essere umano, al sicuro e considerata. Per i rifugiati in arrivo ora, voglio essere io quella persona gentile. È come uno specchio che tengo davanti a me, contribuisce a chiudere un ciclo”, aggiunge. Nel suo lavoro, le capita di incontrare anche bambini e bambine. “Si vede un grande peso nei loro occhi. Quando li guardi, capisci subito cosa stanno passando, mentre loro non sembrano esserne del tutto consapevoli. Ogni volta mi si spezza il cuore. Allo stesso tempo però sento stupore, perché capisco che non sono dei sopravvissuti, sono coloro che ricostruiranno. Hanno solo bisogno di sicurezza, di amore e di essere accolti, di un ambiente riparato in cui crescere sani».
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