Al Villaggio paralimpico l'architettura parte dal corpo e diventa modello

377 moduli abitativi e strutture reversibili: è il primo Villaggio progettato per scomparire a fine Giochi. Ma lascerà un’eredità immateriale
March 7, 2026
Al Villaggio paralimpico l'architettura parte dal corpo e diventa modello
Il Villaggio paralimpico di Cortina d’Ampezzo a Fiames / Ipc
Ecco il luogo della non differenza. Perché c’è un momento, arrivando a Cortina per le Paralimpiadi, in cui si capisce che il vero lascito dei Giochi non sarà una pista, una tribuna o un edificio destinato a restare. È piuttosto un cambiamento di alfabeto, di codice, del modo di “far di conto”. Lo si percepisce raggiungendo il villaggio olimpico e paralimpico di Fiames, fuori Cortina, lungo l’asse viario - stradale e ciclo pedonale - per Dobbiaco.
In prossimità di questo sito, che sembra galleggiare ai piedi della montagna, già da oltre la recinzione si intravedono file ordinate di moduli abitativi, percorsi pedonali larghi e continui, aree di servizio progettate per un flusso di persone e mezzi che non deve mai interrompersi. Non è una città effimera costruita per l’evento: è una macchina temporanea pensata per funzionare. E sta qui la sua originalità
Il villaggio di Cortina, nell’area di Fiames, è stato progettato come struttura interamente temporanea e reversibile, una scelta che segna una discontinuità rispetto a molte edizioni olimpiche del passato, come successo per i Giochi olimpici invernali di Torino 2006, per esempio. Il complesso si estende su circa 10mila metri quadrati e si compone di 377 unità abitative modulari, capaci di accogliere fino a 1.400 atleti durante l’evento olimpico. Le unità sono state realizzate con moduli prefabbricati a basso impatto ambientale, dotati di sistemi domotici e di arredi ergonomici studiati per l’utilizzo da parte di atleti olimpici e paralimpici. Senza differenze. Circa la metà delle unità è completamente accessibile per persone con mobilità ridotta. Metà perché il numero degli atleti paralimpici iscritti è inferiore a quello degli olimpici. Dopo i Giochi le strutture saranno smontate e riutilizzate in altre destinazioni ricettive, evitando la costruzione permanente in un contesto ambientale delicato come quello dolomitico. E riproponendo un modello architettonico che è una combinazione tra inclusività e sostenibilità. Il villaggio non è dunque pensato per restare, ma per funzionare nel tempo breve dell’evento. È una scelta progettuale che riflette una trasformazione più ampia nel modo di concepire l’architettura olimpica. Per decenni i Giochi hanno prodotto infrastrutture monumentali difficili da riutilizzare. Oggi la questione centrale è diversa: progettare spazi capaci di adattarsi e, se necessario, scomparire.
L’architettura contemporanea ha parole precise per descrivere questo cambio di paradigma. Aldo Rossi, uno dei più influenti architetti, teorici e designer italiani del Novecento (nel 1990 diventò il primo italiano a vincere il Premio Pritzker, considerato il “Nobel” dell’architettura) ricordava sempre che «la città è memoria collettiva», ma questa memoria non coincide necessariamente con la permanenza fisica degli edifici. Anche una struttura temporanea può lasciare una traccia culturale se introduce un nuovo modo di abitare lo spazio. A Cortina questa traccia passa soprattutto dal principio di “universal design”: progettare ambienti utilizzabili da tutti senza adattamenti successivi. Non si tratta di eliminare barriere dopo, ma di non crearle fin dall’inizio. In questo senso l’esperienza paralimpica ha avuto un ruolo decisivo: ha costretto l’architettura a partire dal corpo reale dell’atleta e non da un modello astratto. C’è stato un cambio di paradigma: la sensibilità verso l’inclusione è maturata progressivamente attraverso le generazioni X e Y, fino a diventare uno standard imprescindibile per la Z. Il villaggio di Fiames è quindi anche un laboratorio di integrazione tra architettura, ingegneria e scienze dello sport. Le unità abitative sono progettate per ridurre i tempi di spostamento, facilitare la mobilità degli atleti, garantire recupero e comfort. L’ergonomia degli spazi interni, la gestione dei percorsi esterni e l’organizzazione dei servizi sono parte di una stessa logica: rendere la prestazione possibile.
Questa attenzione alla funzionalità si inserisce in una visione più ampia che riguarda l’intero sistema dei villaggi olimpici di Milano Cortina 2026. Se a Cortina il modello è la temporaneità reversibile, a Milano il villaggio di Porta Romana segue una strategia differente ma complementare: la rigenerazione urbana. In comune rimane solido il tema dell’inclusione. Il progetto, sviluppato nell’area dell’ex scalo ferroviario, è stato affidato allo studio internazionale Skidmore, Owings & Merrill (Som) con il coordinamento di Coima e la collaborazione di un team multidisciplinare di progettisti e ingegneri. Terminati i Giochi, gli edifici residenziali saranno convertiti in student housing, diventando uno dei più grandi complessi universitari d’Italia.
Le due strategie — temporanea a Cortina, permanente a Milano — rispondono alla stessa domanda progettuale: come evitare che l’evento lasci un’eredità urbana problematica. L’architettura olimpica contemporanea non cerca più la monumentalità, ma la compatibilità con il contesto. Nei dossier che vengono presentati per le candidature, infatti, il Comitato olimpico internazionale come legacy indica sempre come prioritari i requisiti di “non consumo di suolo e sostenibilità ambientale” e di “inclusività”, in linea per questo ultimo punto allo spirito originale delle Olimpiadi del mondo classico.
In questo senso si può ricordare una riflessione di Richard Sennett (influente sociologo, scrittore e accademico statunitense, riconosciuto come uno dei massimi esperti internazionali di sociologia urbana, pianificazione e design della città), che descrive l’abitato contemporaneo come un organismo aperto, capace di trasformarsi nel tempo. Non una forma rigida, ma una struttura adattabile. Il villaggio di Fiames sembra applicare proprio questa idea: una città minima che nasce per svolgere una funzione e che accetta di ritirarsi quando la funzione è conclusa.
Guardandolo dall’esterno, ieri mattina, il villaggio appariva quasi silenzioso, immerso nel paesaggio delle Dolomiti. Nessuna monumentalità, nessuna scenografia. Solo moduli abitativi, percorsi accessibili, infrastrutture leggere. Ma proprio questa apparente semplicità racconta il cambiamento in atto. Il vero lascito delle Paralimpiadi potrebbe non essere un edificio o un quartiere, ma un principio: che lo spazio pubblico debba essere progettato partendo dal corpo più fragile. Perché se un luogo è accessibile a chi incontra più ostacoli, allora diventa automaticamente accessibile a tutti.

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