Marchese, lo skip azzurro: dalla Sila al curling

Il capitano azzurro, già in gara a Torino 2006 e Vancouver 2010: «Un sogno, come quello di portare questo gioco al Sud. Dal coma al matrimonio: che emozione»
March 7, 2026
Marchese, lo skip azzurro: dalla Sila al curling
Egidio Marchese, 57 anni, pioniere e capitano della Nazionale di curling in carrozzina / Cip / Michelangelo Gratton
«Chissà, un giorno giocheremo a curling sui monti della Sila nella mia Calabria…». Un sogno lungo quanto tutto lo Stivale quello di uno dei pochi atleti paralimpici invernali meridionali: Egidio Marchese, da oltre trent’anni di casa in Valle d’Aosta senza però mai dimenticare le proprie radici. Caloroso e gioviale, al Sud torna almeno un paio di volte all’anno per riabbracciare la madre e i parenti. Ma è ai piedi delle Alpi che, sul finire degli anni Novanta, è diventato pioniere del wheelchair curling, la variante in carrozzina che permette la partecipazione di atleti con disabilità agli arti inferiori. L’adattamento paralimpico non prevede le tipiche scope (broom): qui le spazzate sul ghiaccio (sweeping) non sono consentite, una volta lanciata la stone (pietra), con la mano o un manico allungato (chiamato “extender”) il tiro non può essere più corretto. Il gioco diventa ancora più difficile ma non meno “magico” come assicura Marchese: «Devi essere bravo a calibrare forza e direzione, ma ti appassiona di più: la stone è magnetica cattura il tuo sguardo e ti spinge a seguirla col naso fino in fondo… Il curling è un mix tra bocce, biliardo e soprattutto gli scacchi perché come per questi è determinante la strategia».
Di pietre sul ghiaccio ne ha indirizzate un bel po’ negli anni l’azzurro che a Milano Cortina si presenta come skip (capitano) storico di una squadra pronta a stupire. Marchese c’era già a Vancouver 2010 (l’ultima apparizione alle Paralimpiadi) così come a Torino 2006 quando questa disciplina fece il suo esordio.
Oggi a 57 anni si presenta ai Giochi con un curriculum da veterano. Ma se si volta indietro è ancora incredulo: «Non avrei nemmeno potuto nemmeno lontanamente sognare di partecipare un giorno alle Olimpiadi…». Riavvolgere il nastro dei ricordi significa ritornare al “ragazzino con la valigia” originario di Acri, sull’altopiano silano in provincia di Cosenza: «Mio padre faceva il minatore, mia madre la casalinga. Avevo già seguito papà su e giù per l’Italia, a Siena in particolare. Poi a 16 anni sono andato a lavorare sul Lago di Garda e lì sono rimasto a lungo: ho iniziato come lavapiatti e poi sono stato promosso cameriere. D’estate a Sirmione e d’inverno anche in Trentino. Nel ’91 ho voluto raggiungere mio fratello, minatore come mio padre, in Valle d’Aosta e da lì non mi sono più mosso». Il 10 gennaio del 1997 la data che ha segnato la sua vita: «Ero in auto quando un camion mi ha tagliato la strada travolgendomi. Sono andato in ospedale convinto di essermela cavata. D’un tratto ho visto accorrere tutti i medici agitati. L’aorta era scoppiata… E l’emorragia interna mi ha provocato il danno ischemico al midollo spinale». Un ricordo ancora vibrante: il trasferimento veloce all’ospedale di Torino, l’impossibilità di prendere l’elicottero perché buio… E la grande paura, come se di colpo fosse andata via la luce senza nemmeno accorgersene. «Mi sono risvegliato dopo cinque giorni di coma». La commozione nel riabbracciare i propri affetti unita a una nuova, amara consapevolezza: «Alla mia ragazza ho detto: “Cosa stai a fare più con me? Ormai sono ridotto in una carrozzina per sempre. Fatti un’altra vita”. E lei mi ha risposto: “Ti amavo prima e ti amo ancora di più adesso”. Oggi Doriana è mia moglie».
Sono stati per lui anni duri ma anche di grandi gioie: «La nascita dei nostri due figli e senz’altro il matrimonio. A Doriana avevo promesso: “All’altare voglio arrivarci in piedi”. Mi sono fatto prescrivere dei tutori speciali e ce l’ho fatta. È stata lunga percorrere tutta la basilica di Sant’Angelo di Acri, ma molto bello… Ci tenevo a sposarmi in chiesa, anche per la mia famiglia. Poi se penso a quel che mi è successo anche i medici non sanno trovare una spiegazione razionale».
Nel 1999 l’altra grande folgorazione: «Con il mio amico Andrea Tabanelli, scomparso purtroppo nel 2020, abbiamo provato il curling in carrozzina… Ed è stato amore a prima vista. Uno sport in cui possiamo usare la carrozzina normale da passeggio per cui non richiede altri investimenti. Il problema è che in Italia abbiamo poche strutture. Io per allenarmi devo andare a Pinerolo a più di 160 km da casa mia. Però oggi siamo supportati dal Comitato paralimpico italiano e dalla Federazione italiana sport del ghiaccio: oggi riesco a lavorare senza essere costretto a prendere ferie, all’inizio per partecipare ai tornei dovevamo pagarci tutto noi». Un impegno che va anche oltre il ghiaccio: «Alla guida di due associazioni valdostane per paraplegici e atleti con disabilità stiamo portando avanti progetti per acquistare strumenti da mettere gratuitamente a disposizione di tutte le persone con disabilità che vogliano praticare attività sportive estive e invernali». Egidio ha una determinazione solida come le stone di granito e lascia scivolare via ogni tipo di preoccupazione: «A volte mi dimentico che non cammino più, sono autonomo e non mi sono mai depresso. Ma non chiamateci eroi. Mi basta essere un idolo per i miei figli e per mia moglie, la mia tifosa più sfegatata, se non fosse stato per lei qualche anno fa mi sarei ritirato». I Giochi sono invece una grande occasione per un movimento italiano che oggi conta 34 tesserati e cinque società tutte al Nord Italia. La Nazionale di curling in carrozzina ha mancato la qualificazione alle ultime tre Paralimpiadi. Marchese però è convinto che si possa invertire la rotta: «Siamo cresciuti in questi anni, siamo più forti del quinto posto di Vancouver. Come squadra possiamo ambire a una medaglia. Ma l’obiettivo più grande è avvicinare tanta gente a questo sport meraviglioso e far nascere nuovi impianti in Italia. Anche al Sud, io ci credo».

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