Naima, attivista nelle classi: «Così parlo della violenza»
La ventenne è impegnata nel Movimento Giovani di Save the children, che quando era bambina l’ha accolta a Genova e l’ha fatta sentire a casa. Dopo un corso di formazione in un Centro antiviolenza, va a parlare con le ragazze nelle scuole: «Si crea uno spazio in cui si sentono sicure e imparano da cosa difendersi»

Nel ponente genovese, tra i quartieri affacciati sul mare dove le strade scendono verso il porto e le case si stringono una all’altra, Naima ha imparato presto che le parole possono diventare strumenti. Non soltanto per raccontarsi, ma per cambiare lo sguardo degli altri. Ha vent’anni e oggi è un’attivista del Movimento Giovani di Save the Children, ma il suo percorso comincia molto prima, quando da bambina frequentava il Punto Luce di Genova. È lì che ha scoperto uno spazio capace di accogliere le domande e trasformarle in consapevolezza. In quel luogo, racconta, ha imparato soprattutto una cosa: che i diritti non sono formule astratte ma esperienze concrete, che si costruiscono ogni giorno. Con il tempo quell’ambiente è diventato anche il punto di partenza del suo impegno. Entrata nel Movimento Giovani, Naima e il suo gruppo hanno scelto di concentrarsi su uno dei temi che sentivano più urgenti per la loro generazione: l’equità di genere. «Ogni gruppo cittadino decide quali questioni affrontare – spiega – e per noi era chiaro che questa fosse una priorità».
Il progetto che ne è nato ha seguito un percorso preciso. Prima la formazione, per capire davvero di cosa si parla quando si affrontano violenza di genere, stereotipi, diritti. Poi l’incontro con il Centro Antiviolenza Mascherona di Genova, dove Naima e gli altri attivisti hanno potuto confrontarsi con operatrici e professioniste del settore, chiarendo dubbi e approfondendo gli aspetti più delicati del tema. Solo dopo è arrivato il passaggio più importante: portare quel sapere nelle scuole. La formula scelta è quella del peer to peer, il confronto tra coetanei. Non una lezione frontale ma una conversazione tra ragazzi che condividono la stessa età, le stesse paure, gli stessi linguaggi. «Quando parli tra pari – osserva – succede qualcosa di diverso. Non sembri qualcuno che impartisce una lezione: sei una persona che prova a capire insieme agli altri». È in quelle aule, davanti a classi di studenti spesso inizialmente diffidenti, che Naima ha visto emergere le domande più sincere. Il lavoro del gruppo genovese non è passato inosservato. Grazie a quel progetto di sensibilizzazione nelle scuole, Naima e i suoi compagni sono stati nominati Alfieri della Repubblica e premiati dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Un riconoscimento che non ha rappresentato un traguardo, ma piuttosto un incoraggiamento a continuare. Quest’anno, infatti, gli incontri sono ripresi in altri istituti della città, con lo stesso obiettivo: raggiungere il maggior numero possibile di ragazzi.
Durante gli incontri, Naima ha imparato che parlare di diritti significa soprattutto creare le condizioni perché qualcuno trovi il coraggio di raccontarsi. «Serve tempo – dice – e serve uno spazio sicuro». Un luogo dove le ragazze possano sentirsi ascoltate senza paura di essere giudicate, dove possano scoprire il proprio valore e la certezza che il rispetto non è una concessione ma un diritto. In fondo, quello spazio lei lo ha conosciuto per prima. Al Punto Luce di Genova, ricorda, ha trovato adulti capaci di riconoscerla come persona e di incoraggiare la libertà di esprimersi. «È lì che ho imparato a parlare senza paura», racconta. Un’esperienza che oggi prova a restituire alle altre. Quando arriva l’8 marzo, Naima non lo vive come una ricorrenza rituale. Per lei è piuttosto una soglia di memoria. È il giorno in cui si ricordano le lotte delle donne che hanno aperto la strada alle generazioni successive, ma anche il momento in cui interrogarsi su quanto resti ancora da fare. Le cronache degli ultimi mesi, segnate da nuovi episodi di violenza, rendono quella riflessione ancora più urgente. «A volte sembra che conquiste che davamo per scontate stiano perdendo significato», osserva. Ed è proprio per questo che, secondo lei, la sua generazione ha una responsabilità in più: non lasciare che quelle battaglie diventino soltanto pagine di storia. Così Naima continua a entrare nelle scuole, sedersi davanti a ragazzi della sua età e iniziare da capo la conversazione. Non con la pretesa di insegnare, ma con l’idea che ogni dialogo possa aprire una possibilità. Perché, come ha imparato crescendo, il cambiamento spesso comincia proprio da lì: da una stanza, da un gruppo di giovani, da qualcuno che trova il coraggio di dire ad alta voce che il rispetto non è negoziabile.
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