Lo scandalo di una guerra presentata come un videogioco: cosa ha detto il cardinale di Chicago Cupich
di Matteo Liut
L’arcivescovo di Chicago denuncia la “gamificazione” del conflitto in Iran rilanciata dall'account della Casa Bianca. L'appello a difendere la dignità umana e rilanciare la diplomazia

Il cardinale Blase J. Cupich, arcivescovo di Chicago, denuncia la “gamificazione” del conflitto scoppiato in Iran e chiede di «frenare l’escalation» e di «ritrovare i principi condivisi del diritto internazionale» che tutelano la dignità umana e la sovranità degli Stati. In una nota diffusa dall’arcidiocesi – intitolata A Call to Conscience, "Un richiamo alla coscienza" – Cupich stigmatizza un recente video pubblicato sull’account ufficiale della Casa Bianca su X, un montaggio di scene d’azione intrecciate a immagini reali dei raid su Teheran e altre città iraniane, con la didascalia: «Justice the american way», giustizia alla maniera americana. «Una guerra vera, con morte e sofferenza reali, trattata come un videogioco: è nauseante», scrive il porporato, ricordando le vittime civili e i soldati statunitensi uccisi, gli sfollati e la paura che attraversa il Medio Oriente. «Più ci abituiamo allo “spettacolo” delle esplosioni, più rischiamo di perdere il dono più prezioso che Dio ci ha dato: la nostra umanità».
Il giudizio di Cupich non si ferma al linguaggio dei social. Il porporato individua una crisi morale che investe anche lo sguardo degli osservatori, quando la guerra diventa «uno sport da spettatori o un gioco di strategia». Cita, a riprova di un clima di spettacolarizzazione e scommessa sul conflitto, il caso del mercato predittivo Kalshi e delle contestazioni sul pagamento di una “scommessa” riguardante la leadership iraniana. «Un “colpo” non è fare punti sul tabellone: è una famiglia che piange», ammonisce l’arcivescovo di Chicago, invitando a ricentrare l’attenzione sulle persone, non sull’intrattenimento né sul profitto. La nota integrale è pubblicata sul sito dell’arcidiocesi; del medesimo tema hanno dato conto anche testate cattoliche statunitensi nelle ore successive alla diffusione del testo.
Nel solco della stessa preoccupazione, Cupich è tornato sul punto in una lunga intervista concessa a Vatican News nei giorni scorsi, concessa in seguito agli attacchi di Usa e Israele contro l'Iran. «Una volta che si apre la porta degli attacchi, è molto difficile richiuderla: tutto può sfuggire rapidamente al controllo», afferma. Per questo, avverte, è «molto discutibile» ritenere legittimi colpi militari contro un Paese sovrano in assenza di «una minaccia immediata da neutralizzare». Nella stessa intervista il cardinale richiama gli ottant’anni di consenso maturato dopo la Seconda guerra mondiale attorno a strumenti multilaterali come l’Onu, dove il rispetto dei diritti umani cammina assieme alla tutela della sovranità nazionale: «È quel linguaggio comune che non possiamo permetterci di smarrire».
Nell’intervista, l’arcivescovo di Chicago lega la fermezza sui principi alla concretezza del discernimento. Ricorda che la via d’uscita passa per la diplomazia e l’informazione affidabile, non per la polarizzazione o per narrative semplificate: «Se non rimaniamo impegnati a dire ciò che è vero, vivremo in un mondo di illusioni», osserva, invitando Chiesa e istituzioni a non cedere al relativismo dei “fatti alternativi”. E ribadisce che la Dottrina sociale offre criteri per tenere insieme sicurezza e diritti: «Una nazione ha il diritto di proteggere i confini, ma non a costo di minare la dignità delle persone».
Le parole di Cupich si collocano in piena sintonia con l’appello del Papa alla cessazione delle ostilità e all’avvio di un vero negoziato. Per il porporato statunitense, la voce del Pontefice ha un ruolo preciso: «Richiamare i principi condivisi con cui le nazioni hanno imparato a trattare tensioni e dispute», perché «molti sono preoccupati di ciò che accade quando quel consenso si rompe». Parole nelle quali, in controluce, si legge l’invito a non normalizzare la guerra come mezzo ordinario di soluzione dei conflitti, ma a investire in percorsi di riconciliazione e nel linguaggio del bene comune, a partire dalle comunità credenti.
Nel ribadire il suo «appello alla coscienza» nella nota diffusa nelle scorse ore, Cupich chiede agli americani – e alla più ampia opinione pubblica internazionale – uno scatto di responsabilità: «Siamo migliori di così», scrive. L’“abitudine” al fragore delle armi e alla logica dello spettacolo non è un destino ineluttabile: è una scelta culturale e morale da rifiutare. Il primo passo, suggerisce, è restituire un volto alle vittime – «madri e padri, figlie e figli» – e rifiutare ogni tentazione di intrattenimento costruita sulla sofferenza altrui.
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