La guerra «quasi finita» e la telefonata con Putin: cosa c'è dietro le mosse di Trump

L'ostentata dimostrazione di sicurezza nasconde segnali di tensione. Il presidente americano non avrebbe gradito l’escalation sul petrolio innescata da Israele. In Libano 486 morti: chiesto a Washington di mediare.
March 10, 2026
Trump durante la conferenza stampa di ieri
Trump durante la conferenza stampa di ieri
Rivede la tempistica della guerra in Iran, Donald Trump. E, a sorpresa – ma non troppo – si produce in una nuova piroetta, accorciando i tempi pronosticati per mettere fine al conflitto. Il presidente statunitense si è detto convinto «che la guerra contro l’Iran sia praticamente conclusa». «Finirà presto», ha profetizzato, sostenendo che gli Stati Uniti sono «molto più avanti rispetto al periodo di quattro o cinque settimane» ipotizzato all’inizio dell’operazione. L’affermazione è arrivata prima ancora della sua prima conferenza stampa dall’inizio della guerra, tenuta nella sala da ballo del Trump National Doral, il golf club del tycoon a Miami. Nell’occasione Trump ha rivendicato l’azione militare condotta insieme a Israele, sostenendo che Washington sta facendo «grandi passi avanti verso gli obiettivi militari». Teheran, secondo il presidente americano, sarebbe ormai fortemente indebolita: «Non ha navi, non ha comunicazioni, non ha l’aeronautica». L’accelerazione – una sorta di possibile exit strategy – è arrivata dopo una telefonata durata oltre un’ora con Vladimir Putin, definita dal Cremlino «franca e costruttiva». I due leader hanno parlato non soltanto del conflitto mediorientale ma anche della guerra in Ucraina, con Mosca che ha rilanciato la propria linea: il successo dell’avanzata russa nel Donbass dovrebbe spingere Kiev a negoziare. Putin ha ribadito a Trump la necessità di una «rapida soluzione diplomatica» anche in Iran, mentre il presidente americano si era appena detto convinto che il conflitto «finirà presto».
Nella conferenza stampa Trump ha insistito sul fatto che l’intervento militare fosse inevitabile. «Gli iraniani volevano attaccarci, ci avrebbero attaccato se non avessimo agito», ha dichiarato. «Se non li avessimo colpiti avrebbero conquistato il Medio Oriente», perché – ha aggiunto – «volevano distruggere Israele». Il tycoon ha parlato di una guerra ormai prossima alla conclusione, pur ammettendo che non finirà «entro questa settimana». «Siamo molto vicini alla fine», ha ripetuto più volte, sostenendo che gli Stati Uniti «stanno vincendo in modo deciso». La Casa Bianca, tuttavia, sembra muoversi con cautela su alcune linee rosse. Trump ha rivelato che Washington potrebbe colpire ulteriori infrastrutture strategiche iraniane – «potremmo colpire la produzione elettrica» – ma ha aggiunto di non volerlo fare per ora: «Abbiamo lasciato alcuni target nel caso in cui avessimo bisogno di colpire». Il presidente ha anche lanciato un messaggio politico a Teheran, auspicando un cambiamento della leadership: «Devono avere un leader che sia in grado di agire per la pace».
Dietro la dimostrazione di sicurezza emergono però segnali di tensione. Lo ha scritto il sito Axios, generalmente ben informato sulle dinamiche interne dell’amministrazione americana. A Washington non sarebbe stata gradita la piega sempre più accelerata che sta prendendo il conflitto sotto la spinta dell’iniziativa israeliana, soprattutto sul fronte energetico. Sabato gli attacchi dell’aviazione di Tel Aviv hanno colpito una trentina di depositi di carburante iraniani. Teheran è stata avvolta da una densa nube nera dopo le esplosioni che, secondo la Mezzaluna Rossa, hanno rilasciato nell’aria «quantità significative di composti tossici di idrocarburi, zolfo e ossidi di azoto», con il rischio di contaminazione di cibo, acqua e aria. «Alla Casa Bianca non è piaciuto l’attacco. Trump vuole salvare il petrolio. Non vuole bruciarlo», ha spiegato ad Axios un consigliere del presidente. Il timore è che una guerra sulle infrastrutture energetiche possa innescare un’escalation incontrollabile, con conseguenze pesanti sui mercati e sui prezzi del carburante. Non a caso Trump ha avvertito Teheran che gli Stati Uniti reagiranno duramente a eventuali tentativi di bloccare il flusso di greggio nel Golfo. «Colpiremo in maniera molto, molto più dura se ci sarà un blocco del petrolio», ha dichiarato, aggiungendo che, se necessario, le navi commerciali saranno scortate attraverso lo Stretto di Hormuz.
Intanto il conflitto continua a produrre onde d’urto in tutta la regione. Teheran ha già esportato la guerra oltre i propri confini. Un bombardamento sull’impianto petrolifero di Al Ma’ameer, in Bahrein, ha provocato un incendio e gravi danni. Un attacco con drone a Sintra, sempre nel piccolo regno del Golfo, ha ferito 32 civili. Manama ha inoltre accusato l’Iran di aver colpito uno degli impianti di desalinizzazione, cruciali per l’approvvigionamento di acqua potabile nei Paesi della regione. La tensione resta altissima anche sul piano militare. I media statali iraniani hanno rivendicato la distruzione di quattro radar associati allo scudo missilistico statunitense Terminal High Altitude Area Defense in varie località del Medio Oriente. Se la notizia fosse confermata, osservano gli analisti del sito Defence Security Asia, si tratterebbe di «uno dei più significativi colpi all’architettura di allerta missilistica regionale degli Stati Uniti».
Il rischio di un allargamento del conflitto resta concreto. Dopo che i sistemi di difesa della Nato hanno intercettato un missile nello spazio aereo turco, il presidente Recep Tayyip Erdogan ha messo in guardia Teheran da qualsiasi «azione provocatoria». Un altro fronte resta incandescente: il Libano. Nella notte tra domenica e ieri si sono registrati pesanti combattimenti vicino al confine con la Siria. L’aviazione israeliana ha effettuato oltre cento attacchi aerei in tutto il Paese e in un bombardamento è rimasto ucciso padre Pierre El Raii, parroco di Qlayaa. Nei primi sette giorni dell’offensiva dell’Idf si contano almeno 486 morti e 1.313 feriti, mentre gli sfollati hanno raggiunto quota 700mila. In tutta la regione le vittime sono ormai circa 1.700. Sul piano diplomatico qualche spiraglio resta aperto. Il governo libanese, sempre secondo Axios, ha proposto l’avvio di negoziati diretti con Israele sotto la mediazione degli Stati Uniti. Beirut, preoccupata dall’escalation e dal possibile coinvolgimento diretto di Hezbollah, avrebbe chiesto all’ambasciatore statunitense in Turchia Tom Barrack di facilitare un primo contatto tra le parti, proponendo colloqui immediati a Cipro. Le prime reazioni di Washington e Tel Aviv, tuttavia, sarebbero state «fredde e scettiche». Nel frattempo il conflitto mediorientale si intreccia sempre più con il grande scacchiere globale. La guerra ha provocato un’impennata dei prezzi energetici che ha offerto a Mosca una inattesa boccata d’ossigeno economica. Putin ha colto l’occasione per presentarsi come possibile stabilizzatore dei mercati, dichiarando che la Russia è pronta ad aumentare le forniture di petrolio e gas ai propri partner, anche in Europa orientale. Un messaggio indirizzato indirettamente a Bruxelles, mentre il premier ungherese Viktor Orbán ha chiesto alla Commissione europea di sospendere le sanzioni sull’energia russa. In questo intreccio di crisi, telefonate e minacce, la guerra in Iran sembra dunque muoversi su due binari. Da un lato la Casa Bianca insiste sul fatto che la vittoria sia vicina. Dall’altro, sul terreno e nei cieli del Medio Oriente, i segnali continuano a raccontare una realtà più incerta, dove ogni attacco rischia di trascinare nuovi attori in una spirale che nessuno appare davvero in grado di controllare.

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