Il mosaico Iraq può finire ancora in pezzi sotto gli attacchi delle milizie sciite

Nel mirino, oltre ai curdi, le basi militari e le sedi di rappresentanza americane Il Kuwait accusa Baghdad che prova a minimizzare:«Bande criminali» Parlamentari gridano: «Morte agli Usa»
March 10, 2026
Il mosaico Iraq può finire ancora in pezzi sotto gli attacchi delle milizie sciite
L’ambasciata Usa nella “Zona verde” è diventata bersaglio dei droni delle milizie, intercettati nei giorni scorsi dal sistema di difesa aereo/ Ansa
luca foschi
E
splosioni che fanno meno rumore nella vasta conflagrazione del Medio Oriente, ma che rischiano di risucchiare l’Iraq nel perenne stato di disordine in cui si è dibattuto gli ultimi 45 anni della sua storia. Sono decine gli attacchi partiti dal territorio iracheno da quando gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato la campagna aerea contro l’Iran. Sciami di razzi o droni scagliati dalle milizie sciite affiliate a Teheran che hanno preso di mira le basi militari e gli uffici di rappresentanza americani, gli accampamenti dei curdi iraniani in attesa, fra molte ambiguità un segnale per lanciare la guerriglia a nord, i Paesi confinanti. Ieri l’ambasciatore del Kuwait, Mohammad Hassan al-Zaman, ha presentato a Baghdad un documento che prova l’origine irachena degli attacchi. Il sottosegretario agli Esteri Hussein al-Uloom ha accolto le informazioni sottolineando gli «sforzi eccezionali del governo per risparmiare all’Iraq le ripercussioni della guerra», che la nazione sta affrontando «come altre della regione». Una distinzione campale, quella fra vittima e aggressore.
All’alba di lunedì i sistemi di difesa americani si sono attivati per evitare che un drone colpisse la base Vittoria, vicino all’aeroporto internazionale di Baghdad. Sabato la contraerea ha funzionato ancora una volta con precisione, abbattendo i quattro razzi diretti all’ambasciata americana, storico fortino arroccato nella “Zona verde” della capitale. «Gli autori di questi attacchi stanno commettendo un reato contro l’Iraq, la sua sovranità e la sua sicurezza. Questi gruppi fuorilegge non rappresentano in alcun modo la volontà del popolo iracheno», ha dichiarato il primo ministro ad interim Mohammad al-Sudani. Non un problema legato a manipoli banditeschi, se poche ore dopo l’attacco, nella sessione notturna del Parlamento, i deputati che rappresentano le forze pro-iraniane hanno cantato «morte all’America», ed elogiato l’«asse della resistenza» che da Teheran si dirama in Libano, Yemen e Iraq, dove gli sciiti costituiscono circa il 65 per cento della popolazione, almeno 20 milioni di individui.
Le milizie sciite sostenute dall’Iran nascono per contrastare l’occupazione americana del 2003, ma è nel 2014, quando il dilagare dell’Isis minaccia l’esistenza stessa dello Stato, che Baghdad decide di istituzionalizzare le Forze di mobilitazione popolare (Fmp). Una galassia sparsa di gruppi che viene accompagnata all’azione dalla fatwa dell’ayatollah Ali al-Sistani. Domenica la più importante autorità del mondo sciita ha emesso un nuovo editto religioso, che descrive la solidarietà verso l’Iran, pur in forma generica, come «dovere collettivo». Oggi i paramilitari delle Fmp sono circa 150mila e appartengono a numerose sigle, il cui processo di integrazione nell’esercito non si è mai compiuto. Giovedì scorso i miliziani hanno cominciato a ritirarsi dalle basi occupate su tutto il territorio, da Bassora alla piana di Ninive, non lontano da Mosul, dove l’aviazione americana le ha colpite ripetutamente. Quattro i paramilitari uccisi domenica nella regione occidentale dell’Anbar. In ossequio a un accordo stretto con il governo iracheno nel 2024 Washington ha oggi ridotto il numero dei suoi soldati a circa 2.500, concentrati soprattutto nella Regione autonoma del Kurdistan (Krg). I droni delle Fmp sono andati a cercarli perfino negli hotel di Erbil. Colpito anche l’aeroporto, alcune abitazioni civili e una base dei peshmerga. Negli ultimi giorni i leader curdi hanno più volte rimarcato la ferma volontà di mantenere i territori del nord fuori dal conflitto. Il presidente Nechirvan Barzani ha affermato che «la moderazione ha i suoi limiti, i peshmerga non hanno mai accettato l’oppressione da parte di nessuno». Erbil chiede a Baghdad «serie misure» per mettere fine all’aggressione. L’impercorribile arcipelago delle milizie irachene garantisce a Teheran un certo spazio di manovra. Non tutte, come sostengono alcuni analisti, si sono fatte assorbire dai privilegi connaturati alla relazione organica con i partiti giunti in parlamento grazie alla vittoria sull’Isis.
La guerra è arrivata a Baghdad nel mezzo delle interminabili contrattazioni per la formazione del governo, complessa sintesi delle elezioni tenutesi in novembre. Nel sistema confessionale iracheno l’ufficio del primo ministro è prerogativa sciita. Il “Quadro di coordinamento”, dove la decisione è presa, coinvolge 180 eletti su 329. Fra gli 80 e i 90 appartengono alle fazioni legate all’Iran. Difficile dire se l’esclusione delle figure più vicine a Teheran, come voluto da Washington, rappresenti per l’Iraq la salvezza o l’ennesima condanna.
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