Quando la guerra diventa un videogioco da fare sul divano

È drammaticamente sconcertante che sugli schermi televisivi e degli smartphone vengano riproposti – come già per altri violenti conflitti – filmati di azioni di attacco a soldati e obiettivi militari e civili iraniani in atto in questi giorni, il cui gusto crudele, spietato può difficilmente essere negato o nascosto
March 11, 2026
Quando la guerra diventa un videogioco da fare sul divano
/Foto Icp
Sin dall’antichità, i bambini giocavano alla guerra imitando i loro padri di ritorno dalle battaglie dei romani o preparandosi a diventare a loro volta guerrieri, come in Grecia. Si divertivano con una canna come cavallo o su bighe trainate da capre, con spade di giunco e scudi di corteccia. Nel Medio Evo comparvero le statue di cavalieri in miniatura. I “soldatini” in stagno con i quali i ragazzi inscenavano combattimenti tra eserciti si diffusero in Germania a partire dal Settecento, regalati ai maschietti al pari delle bambole per le femmine. Accanto a quelle costruite nei cortili con legno e cartone, le armi giocattolo commerciali sono comparse nella seconda metà del Novecento, con l’avvento dei materiali in plastica. Più recentemente, tutto questo è stato in parte sostituito dai wargames e le playstations, creando complessi scenari virtuali e interattivi di combattimenti e ricostruzioni di eventi bellici di epoche diverse.
Con o senza tecnologie elettroniche, la guerra simulata dai ragazzi è un gioco simbolico e di ruolo che stimola immaginazione, creatività e competizione e può sviluppare abilità cognitive e manuali al pari di altri giochi. Nei giocatori più piccoli manca la coscienza che ogni colpo sparato e bersaglio centrato e distrutto nella realtà rappresenta un uomo la cui vita è stata ferita o uccisa, una casa od ospedale distrutto, una famiglia che perde un padre, una madre, un fratello o una sorella. Nel bambino il nesso tra la finzione e la realtà non comporta immediatamente una consapevolezza del bene e del male implicato nell’azione che viene imitata: la sua coscienza morale è ancora in formazione e saranno i suoi genitori ed educatori ad introdurlo ad un giudizio riflesso: le armi e le guerre “vere” non sono un gioco, ma sempre una grande tragedia per la vita delle famiglie.
Così non può essere per un adulto. È drammaticamente sconcertante che sugli schermi televisivi e degli smartphone vengano riproposti – come già per altri violenti conflitti – filmati di azioni di attacco a soldati e obiettivi militari e civili iraniani in atto in questi giorni, il cui gusto crudele, spietato può difficilmente essere negato o nascosto. Non ci si può trincerare dietro al “dovere di cronaca” o allo stile del “reportage di guerra”: è una scelta non obbligatoria, che non aggiunge nulla alle notizie se non un macabro orrore o un sadico compiacimento, a seconda della “parte” dalla quale ci si schiera.
Il cardinale Blase Cupich, ha recentemente richiamato che «una vera e propria guerra con la morte reale e la vera sofferenza non può essere trattata come se fosse un videogioco – è nauseante. Centinaia di persone sono morte, madri e padri, figlie e figli, tra cui decine di bambini che hanno commesso l’errore fatale di andare a scuola quel giorno. Sei soldati americani sono stati uccisi. […] Centinaia di migliaia di sfollati». Alcuni giornalisti chiamano tutto questo “gamifying” (“trasformare in un gioco” la guerra): è un «profondo fallimento morale», perché «la “gamificazione” spoglia l’umanità delle persone reali».
Non ci è bastata la follia omicida di quanti nella primavera del 1992 hanno pagato per andare sulle colline di Sarajevo a sparare ai civili che uscivano per le strade della città bosniaca assediata, giocando ad un tragico “safari umano”? «Viviamo in un’epoca in cui la distanza tra il campo di battaglia e il soggiorno di casa è stata drasticamente ridotta. La crisi morale che stiamo affrontando non è solo una questione della guerra stessa, ma anche di come noi, gli osservatori, vediamo la violenza, perché la guerra ora è diventata uno sport o un gioco di strategia per gli spettatori», ha rimarcato l’arcivescovo Cupich. Quanto più siamo affascinati dalla forza e dal potere delle armi, tanto più perdiamo la nostra umanità. «Stiamo rischiando il dono più prezioso che Dio ci ha fatto: la nostra umanità. […] l’Iran è una nazione di persone, non un videogioco che gli altri giocano per intrattenerci» nel dopocena, sdraiati sul comodo e sicuro divano del salotto.

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