Saremo un Paese per "seniores". E serve un piano per adattarci
Nel 2045 le persone con più di 65 anni di età saranno 66 ogni 100 adulti. La sfida è doppia: come coinvolgerli e allo stesso tempo far fronte ai costi. Un confronto organizzato da Neodemos

La demografia dell’Italia sta entrando in una terra incognita, segnata da un incremento mai visto del rapporto statistico fra le persone in età 65+ (i seniores) e le persone in età 20-64 (gli adulti). Nel 2005 c’erano 30 seniores ogni 100 adulti, e oggi sono 42. Secondo l’Istat – che ipotizza per il futuro saldi migratori simile a quelli dell’ultimo decennio – nel 2045 ci saranno 66 seniores ogni 100 adulti. Le migrazioni dall’estero verso l’Italia hanno solo in parte mitigato questo squilibrio, e realisticamente anche nei prossimi anni potranno solo attutirlo. Inoltre, anche se da domani le nascite raddoppiassero, i nuovi nati non entreranno nel mondo del lavoro prima di 20-25 anni. Possiamo subire passivamente e tristemente questo cambiamento, oppure affrontarlo al meglio. Venerdì 13 marzo a Firenze, in occasione dei vent’anni del blog Neodemos, si terrà una giornata di studio: “Il Grande Adattamento. L’Italia dei seniores: generare valore, alleviare gli oneri”, con relatori (demografi, medici, esperti di altre discipline) di grande prestigio, finanziata dalla Fondazione Cesifin, collegata alla Cassa di Risparmio di Firenze. L’evento in presenza è al completo, ma è possibile seguirlo via streaming.
Secondo i demografi dell’Associazione Neodemos, lo slogan della Giornata è solo apparentemente paradossale: un Paese per vecchi è condizione necessaria per costruire un paese per giovani. Come suggerito dal titolo, si dovrebbe intervenire su due versanti. Innanzitutto, i seniores dovrebbero generare valore, con un più esteso coinvolgimento nella società, sia lavorando e producendo, sia con altre attività. Non c’è ragione perché milioni di persone in buona salute, e in forte crescita numerica, siano “assenti” dal mondo del lavoro, solo perché hanno superato un certo traguardo di età. È vero che molti seniores aiutano i figli ad accudire i nipoti, ma gli studi mostrano che moltissimi sono i seniores con molto tempo a disposizione. Le normative potrebbero essere modificate – senza toccare la legge Dini-Fornero – favorendo forme volontarie di part time, con meccanismi misti di lavoro e pensione. Un po’ come fanno da sempre gli artigiani, che invecchiando riducono la loro attività, lasciandola a poco a poco a un figlio o a un collaboratore. Andrebbe anche maggiormente favorito l’impegno dei seniores in lavori socialmente utili, come i nonni-vigile, oltre che nel volontariato, che già oggi è largamente sostenuto dal loro impegno. Certo è impensabile arrivare rapidamente – come in Corea del Sud – ad avere il 40% della popolazione con oltre 65 anni nella forza di lavoro, dal 5% attuale dell’Italia, ma è certo possibile arrivare al 10% della Germania o al 15% della Svezia. Tanto più che molte ricerche mostrano come – escludendo i lavori pesanti e onerosi – l’esercizio di un’attività, sia di volontariato sia remunerata, ha effetti positivi sulla salute psicofisica individuale. In secondo luogo, la società futura dei seniores dovrà anche generare meno oneri, non in assoluto, ma relativamente a quanto avverrebbe qualora le tendenze in corso operassero senza freni e ostacoli. Centrale è il miglioramento della salute, guadagnando ulteriori spazi di vita autonoma per se stessi e per la collettività; contenendo e riducendo le disuguaglianze di salute, ancora elevate; mantenendo i principi universalistici dei sistemi sanitari e di welfare; puntando sulla prevenzione primaria e secondaria; favorendo l’invecchiamento attivo. È anche necessario accrescere gli investimenti in ricerca per la lotta a malattie fortemente invalidanti, come le demenze.
Ma l’onere per tutti della popolazione anziana non dipende solo dalla salute. Un’altra questione fondamentale è l’abitare: l’Italia è diversa dai paesi del Nord Europa per l’altissima proporzione di anziani che vive nella propria casa, spesso grazie all’indispensabile aiuto di personale straniero, e grazie alla prossimità abitativa con uno o più figli. Con il crescere del numero degli anziani, e degli anziani senza figli o con un solo figlio, questo modello diventerà poco sostenibile, e in ogni caso dovrebbe essere diversificato, ad esempio favorendo il co-housing. Vi sono molti esempi virtuosi, ma è necessario moltiplicarli. Infine, questa Giornata di studio ha anche l’obiettivo di spingere per la costituzione di un Istituto Italiano sull’Invecchiamento, che agisca come motore e ispiratore di una coordinata azione di Governo, magari con l’avvio di un Piano per i Seniores. Andrebbero mobilitate, oltre alle risorse finanziare pubbliche, anche quelle del settore privato, stimolando l’innovazione tecnologica, sociale e istituzionale, per trasferirla alla realtà concreta che si vuole modificare.
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