Il "risiko" nato con la nuova guerra del Golfo coinvolge già quasi venti Paesi

Non è un confronto bellico soltanto tra Israele e Stati Uniti da una parte e Iran dall'altra: lo scenario originatosi dopo i primi attacchi coinvolge almeno altri dieci Stati arabi, attaccati per rappresaglia da Teheran, mentre le nazioni europee e l'Ucraina stanno inviando portaerei in zona dopo aver intercettato missili in Turchia e a Cipro. Il ruolo ambiguo della Cina
March 10, 2026
Il "risiko" nato con la nuova guerra del Golfo coinvolge già quasi venti Paesi
Un aereo americano in partenza dalla base inglese di Cotswolds, nel Regno Unito / Epa, Ansa
Sta crollando l’ordine liberale, il diritto internazionale è dato per morto nelle relazioni internazionali e le guerre diventano una nuova normalità. Ma sotto il caos emergente si intrecciano reazioni a catena che mettono in contatto le tensioni e i conflitti, rendendo la crisi globale più interconnessa di quanto sembri e ulteriormente pericolosa. A dodici giorni dall’inizio della campagna congiunta israelo-americana contro l’Iran, la nuova guerra mediorientale si sta allargando oltre i confini regionali. Secondo diverse fonti consultate dal sito statunitense di informazione Axios, quasi venti Paesi sono oggi coinvolti in varie forme: alcuni partecipano in pieno alle operazioni, altri forniscono difesa aerea, sostegno logistico o assistenza indiretta.
Ma non è solo un’espansione per così dire orizzontale. C’è anche una dimensione verticale, quella in cui diversi scenari bellici si influenzano reciprocamente. Uno degli assi portanti di questo risiko è, inevitabilmente, quello altalenante tra la Casa Bianca e il Cremlino. Lunedì una telefonata di un’ora ha riaperto un canale tra i leader e ha mostrato come le operazioni in Medio Oriente siano potenzialmente foriere di sviluppi e di ricadute.
Secondo quanto riferito dal Washington Post, la Russia starebbe fornendo immagini satellitari delle forze statunitensi, contribuendo a migliorare la capacità della Repubblica islamica (sua alleata ma finora ben poco difesa da Mosca) di colpire obiettivi militari nemici. D’altro canto, la questione energetica – che si è manifestata in seguito alla strozzatura provocata da Teheran dello Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale – dà a Vladimir Putin una carta importante da spendere con il suo interlocutore. Lo zar beneficia dell’incremento dei prezzi e, nello stesso tempo, offre di stabilizzare il mercato con l’aumento della propria produzione. Donald Trump sfrutta l’opportunità per ridurre in prospettiva le sanzioni a Mosca (l’ha già fatto alleggerendo provvisoriamente le restrizioni all’acquisto di greggio russo da parte dell’India) e riprendere la cooperazione economica. Il riavvicinamento tra potenze non può non riverberarsi sul dossier ucraino. Con il dialogo tra Washington e il Paese invasore torna la prospettiva di un accordo imposto a danno di Kiev, mentre l’Europa, pure distratta dalle fiamme che si levano nel Mediterraneo, potrebbe non essere più compatta nel difendere la sovranità di Kiev.
Paradossalmente, anche il governo Zelensky è stato chiamato a dare un contributo sul fronte appena aperto. Dietro sollecitazione degli Stati del Golfo, starebbe inviando specialisti e sistemi di intercettazione a basso costo per aiutare gli alleati a contrastare i droni iraniani. Si tratta degli stessi velivoli che la Russia utilizza nella sua invasione e che i tecnici militari ucraini hanno imparato a neutralizzare.
Nel frattempo, Israele combatte su due fronti: da un lato continua gli attacchi contro gli ayatollah, dall’altro ha ripreso un’ampia offensiva contro Hezbollah nel Libano meridionale motivata con il lancio di missili contro il proprio territorio dopo il 28 febbraio. I combattimenti da Beirut a tutto il Sud del Paese hanno già costretto centinaia di migliaia di persone a lasciare le proprie case. Ciò ha messo all’ultimo posto delle preoccupazioni delle cancellerie il dramma umanitario di Gaza. Il Board of Peace promosso con grandi fanfare dal tycoon sembra già arenato e la conseguenza più immediata per ora è l’ulteriore riduzione degli ingressi di aiuti per la popolazione. Pure in Cisgiordania i coloni hanno sempre più mano libera al crescere di consensi interni di Netanyahu, deciso a sfruttare fino in fondo il momento favorevole a liberarsi della minaccia della teocrazia sciita e a consolidare la presa sui Territori palestinesi.
La posizione della Cina risulta infine più ambigua, anche perché le concessioni di Trump a Putin le tolgono spazio di manovra. Da un lato, Pechino sta chiedendo con insistenza un cessate il fuoco e la riapertura dello Stretto di Hormuz, vitale per la propria economia dato che circa un terzo delle sue importazioni di greggio passa su quella rotta. Dall’altro lato, secondo l’intelligence Usa, Xi Jinping starebbe valutando la possibilità di fornire qualche forma di assistenza all’Iran, anche se potrebbe essere ormai tardi per puntellare il regime. Insomma, un “grande gioco” in cui il rischio di escalation fuori controllo si fa sempre più minaccioso.

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