«In Medio Oriente è anche guerra di estremismi religiosi. Ma la pace passa dall'incontro fra le fedi»

Parla il vescovo di Amman, Iyad Twal: in Iran, Israele e Usa i credi strumentalizzati dalla politica. Il crollo dell'Iran sarebbe un disastro. La Chiesa paga con il sangue la vicinanza alla gente. Rischio esodo dei cristiani
March 10, 2026
«In Medio Oriente è anche guerra di estremismi religiosi. Ma la pace passa dall'incontro fra le fedi»
Il vescovo Iyad Twal, vicario patriarcale per la Giordania
«Il fattore religioso è uno degli elementi che dovrebbe contribuire alla soluzione della guerra che sta infiammando il Medio Oriente e i Paesi del Golfo. Invece è parte del problema». Il vescovo Iyad Twal parla da Amman dove «continuano a suonare gli allarmi» e dove «sopra le nostre teste volano i missili e i droni», racconta ad Avvenire. Cinquantadue anni, è il vicario patriarcale per la Giordania dalla fine del 2024. Nel conflitto che scuote il mondo si tocca con mano che cosa possa essere sia una «guerra di religione», sia «l’uso della religione come strumento di lotta», sostiene Twal. E «questo è molto pericoloso qui», aggiunge. Il vescovo fa i nomi. «Nell’Iran sciita domina un approccio estremista; Israele ha un segmento del Paese con una visione fondamentalista dell’ebraismo secondo cui il possesso della terra promessa da Dio giustifica qualsiasi mezzo; anche negli Stati Uniti c’è un radicalismo cristiano in chi ha in mano le sorti della nazione. Tutto ciò porta a legittimare strategie di conquista e uccisioni, facendo leva sul proprio credo che viene sfruttato a livello politico». Invece, prosegue il vicario patriarcale originario proprio di Amman, «in Medio Oriente, sebbene la fede possa essere causa di fratture, ha anche il potere di colmare le divisioni. E può essere la pietra angolare per edificare un futuro giusto e pacifico per tutti».
Il pensiero del vescovo va subito a padre Pierre, il prete libanese ucciso lunedì in un raid di Tel Aviv. «Negli ultimi due decenni noi sacerdoti, religiosi e religiose non abbiamo semplicemente svolto la nostra missione attraverso i servizi alla Chiesa in Medio Oriente, ma anche testimoniato Cristo con il sangue in mezzo a chi è vittima della guerra e della violenza, facendoci artigiani di riconciliazione: da Gaza all’Iraq, dalla Siria al Libano». Domenica all’Angelus Leone XIV ha chiesto di nuovo di far tacere le armi e di aprire spazi di dialogo. «È sempre il tempo del dialogo – afferma il vicario patriarcale –. E tanto più lo è in situazioni così drammatiche. Sentiamo particolarmente vicino a noi il Papa: anzitutto con la preghiera ma anche con gesti concreti. E poi con le sue azioni diplomatiche: ci sono cose che possono essere rese note; altre che è opportuno restino nell’ombra. Sono sicuro che il Pontefice con la Segreteria di Stato e la rete della diplomazia vaticana stia lavorando per il bene dei nostri popoli». Una pausa. «Perché oggi, di fronte a una guerra che purtroppo ipotizzo non breve, abbiamo bisogno del sostegno di tutti, anche dei cristiani d’Europa». Guerra che sta interessando l’intera area del patriarcato latino di Gerusalemme di cui Twal è uno degli ausiliari: Israele, Palestina, Giordania e anche Cipro.
Eccellenza, se lo immaginava tutto il patriarcato sotto le bombe?
«No, assolutamente. Siamo un’unica Chiesa. Genti di espressioni territoriali diverse ma unite dalla vicinanza e da un desiderio di convivenza armonica. Per certi versi, la guerra ci fa sentire ancora più prossimi e ci sprona a impegnarsi per essere insieme costruttori di pace. Anche la preoccupazione ci accomuna. Non è facile assistere al fatto che sette Paesi “comunichino” oggi tra loro con i missili. Per di più l’attuale conflitto non riguarda solo le popolazioni del Medio Oriente: qui vivono e lavorano mezzo milione di occidentali. Ciò significa che potenzialmente è una guerra globale. Ecco perché c’è bisogno di trovare rapidamente una via per riportare le parti al tavolo delle trattative e ridefinire i rapporti internazionali».
Gli Stati Uniti e Israele parlano di “guerra preventiva”. Quali le ragioni degli attacchi?
«Ricorrere all’espressione “guerra preventiva” indica già le intenzioni di chi l’ha voluta. E dice che non sono stati impiegati tutti i mezzi che avrebbe permesso di avere un Medio Oriente sicuro. Invece ci sono giochi di potere e di interessi che dettano legge. Se la dimensione religiosa viene strumentalizzata, ha il suo peso anche la questione economica: di mezzo c’è il commercio del petrolio e del gas. Ma non va trascurato il business delle armi: i Paesi che hanno il maggiore consumo di armamenti si trovano in Medio Oriente. Tre fattori che, messi insieme, sono una bomba a orologeria».
Chi vuole un Medio Oriente instabile?
«Se l’Iran crollasse, si potrebbero prospettare scenari come quelli dell’Afghanistan, dell’Iraq, della Libia. Un caos, insomma, che avrebbe ripercussioni nell’intera zona. E non va dimenticato che l’implosione dell’Iran avrebbe effetti anche sull’Iraq dove la presenza sciita risulta forte. È folle pensare che si possa ribaltare l’impianto religioso di Teheran: non è questo che vuole la popolazione. Al massimo si può puntare su una leadership moderata che possa collaborare con i Paesi vicini. Del resto, sono gli stessi Paesi arabi a spingere verso una via d’uscita. Paesi moderati: come l’Egitto che ha una visione ampia; o l’Arabia Saudita che ha varato un piano di crescita per il 2030; o ancora gli Emirati Arabi che lavorano per un avvenire di progresso; oppure la stessa Giordania».
Durante la visita in Libano, Leone XIV ha chiesto alle religioni di incontrarsi come segno di pace nel mondo. È possibile?
«Sicuramente. La religione è per l’uomo, non contro l’uomo. Comunque, penso che in Medio Oriente sia urgente ripensare il rapporto fra Stato e religione. Non siamo ancora pronti a una separazione totale. Tuttavia lo status dei cittadini non può essere definito in base alla religione di appartenenza. Va favorito un concetto di cittadinanza imperniato sull’uguaglianza, sulla dignità, sui diritti. Non servono Paesi che hanno marchi religiosi, ma popoli che credono nel bene, nell’armonia e nella giustizia».
L’attuale guerra rischia di offuscare ciò che continua ad accadere a Gaza e in Cisgiordania?
«Purtroppo sì. E ne siamo angosciati. In questi giorni i coloni israeliani attaccano senza sosta villaggi e città palestinesi, compresi gli agglomerati cristiani. L’opinione pubblica e la comunità internazionale non possono mettere a piè di pagina la questione palestinese. Una crisi irrisolta che è forse una delle principali cause delle tensioni in Medio Oriente. Se venisse sciolto il nodo palestinese, molti dei problemi della regione sarebbero superati».
Sono già decine di migliaia gli sfollati di questo conflitto. Si prospettano esodi di massa?
«Non è una situazione nuova. La Giordania, ad esempio, ha accolto i rifugiati palestinesi della Guerra dei sei giorni del 1967; poi negli anni Ottanta gli evacuati del Libano; ancora negli anni Novanta i fuoriusciti dall’Iraq; fra il 2014 e il 2015 i siriani in fuga dalla guerra. Però tutto ciò cambia la demografia e la geografia del Medio Oriente. Ma, al tempo stesso, è invito ad aprirsi all’altro in difficoltà. Come Chiesa è quanto abbiamo fatto e facciamo: dando rifugio a chi non ha più nulla, fornendo aiuti, distribuendo medicine o generi di prima necessità. Soccorriamo con il poco che abbiamo».
Teme che la guerra possa avere effetti sui cristiani della regione?
«Ne sono convinto. Milioni di cristiani della Siria, dell’Iraq, del Libano, della Giordania, di Israele e Palestina se ne stavano già andando. Il conflitto può incentivare le partenze. Le famiglie lasciano questa terra santa perché vogliono assicurare ai figli un domani che non sia segnato da violenze o discriminazioni. Noi lavoriamo e preghiamo affinché la nostra gente rimanga. Infatti qui i cristiani sono anche uomini e donne di mediazione e dialogo, capaci di collaborare con tutti: insomma, ponti di pace».
Il Papa esorta alla preghiera. “Arma” contro le armi?
«La preghiera è la più potente fonte di benedizione e di grazia in tempi di paura e sofferenze. Eppure anche il dolore può essere un viatico: perché può incoraggiare le persone a comprendere che lo scontro non porta a nulla. La risposta autentica è la fraternità. E vale ancora di più in Medio Oriente».

© RIPRODUZIONE RISERVATA